costume e società

Libri: ‘Unisex’, la creazione dell’uomo senza identità

Unisex-la creazione dell’uomo senza identità” di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, edito da Arianna Editrice, è un libro da leggere. Gli autori, analizzando fenomeni, mode, tendenze, leggi e cambi di paradigma culturali e sociali, arrivano a sostenere che uno degli obiettivi dei Poteri Forti sia quello di creare un individuo nuovo e artificiale in cui la sessualità venga privata dei suoi aspetti più spontanei e naturali, allo scopo di rendere sempre più manipolabile il genere umano.

download

L’argomento sembrerebbe confinare con la fantascienza, facile che desti scetticismo e perplessità ed è bene che sia così, avvicinarsi alle cose con sguardo critico è indice di intelligenza, quando ciò non implichi chiusura su posizioni preventive e non modificabili per partito preso. Ogni difesa è funzionale finché è anche in grado di decadere, altrimenti diventa pregiudizio e stereotipo.

I dubbi non possono che confluire in sane riflessioni durante la lettura del libro, vengono riportati tutta una serie di dati e fatti pubblici con cui gli autori creano dei collegamenti e danno le loro conclusioni.

Pensare e subito dopo affermare che le lobbies mondiali abbiano intenzione di far sparire, con il passare del tempo, le specificità tipiche del sesso femminile e maschile rimane, anche con delle evidenze alla mano che puntano in quella direzione, un concetto limitato dal senso dell’assurdo che inevitabilmente si porta con sé. Dico questo per prevenire le solite critiche ai soliti complottisti che tanto animano il web, l’argomento effettivamente ben si presta a facili polemiche.

Personalmente non credo nei complotti, ma non perché non ci siano forze politiche, e ancor prima economiche, che non facciano l’interesse dei pochi a discapito dei quasi tutti, ma proprio perché mancano della segretezza tipica dei complotti, almeno ad un livello più generale. Le risorse del nostro pianeta potrebbero essere usate per fare stare meglio tutti, è un dato di fatto, ma non lo sono, altro dato di fatto, ne deriva che c’è una precisa volontà  di non utilizzarle in modo equo. Questo è di una logica, semplice, banale, disarmante, nessun complotto dall’alto, ma solo resistenza a comprendere dal basso (sicuramente creata, guidata e incoraggiata). Pecco di semplicità in questo ragionamento, mi permetto di rifugiarmi, pur non occupandomi di filosofia e quindi sperando di non utilizzare il concetto a sproposito,  nel rasoio di Occam in cui, all’interno di un ragionamento, è sempre e comunque preferibile ricercare la semplicità e la sinteticità come risposta ad una domanda o soluzione ad un problema.

Così possiamo credere o non credere che ci sia l’obiettivo di creare questo nuovo essere umano, ma quanto esposto da Perucchietti e Marletta non può lasciare indifferenti perché le basi per dei cambiamenti sociali e culturali, in passato impensabili, ci sono tutte e stanno avvenendo, lentamente ovviamente, ma  la stabilità si conquista, non con l’imposizione, ma con la convinzione e questa per radicarsi necessita di tempi lunghi atti a consolidarla.

Mi chiedo quale ruolo giocherà in tutto questo la Natura, confido che non se ne starà con le mani in mano ed essendo molto più forte di qualsiasi “accessorio culturale”, prima o poi, farà sentire la sua voce, questo non necessariamente sarà un bene a breve termine per l’essere umano, ma potrebbe esserlo a lungo termine.

Il libro però, a mio parere, sorvola relativamente su una questione, rendendo poco visibile un nodo cruciale, ossia il vissuto di tutti coloro che non si riconoscono nei due “generi” imperanti, perché, Poteri Forti o meno, queste persone esistono e i loro vissuti sono reali e legittimi come anche i loro diritti. Penso che gli autori ne parlino, ma in modo inconsapevolmente sommario, sbilanciandosi troppo sulle strumentalizzazioni in atto, ma che partono comunque da esigenze reali dell’essere umano. Senza una maggiore chiara e netta distinzione tra esigenze degli individui e strumentalizzazione è un libro destinato a incontrare più resistenze di quelle che già l’argomento particolare e fuori dal comune potrebbe incontrare.

Turismo sessuale femminile, le “predatrici” occidentali dall’Africa ai Caraibi

È un fenomeno in continua crescita: signore o single occidentali, spesso benestanti e di qualsiasi età, scelgono Paesi come Cuba o il Kenya per cercare emozioni con i locali. A pagamento

Paradise-Love-640

“Per ora ti ho mandato Kenya e Giamaica, due settimane. Più tardi avrai anche Capoverde“. L’agenzia di viaggi per single invia i preventivi. Queste tre mete, insieme a Santo Domingo, Cuba,Maghreb, Tanzania e Gambia sono in cima alla lista per le donne che preferiscono andare in vacanza da sole. O meglio, senza un uomo. Perché partono per trovarlo a destinazione. Le stime parlano di 600mila donne occidentali (tra cui almeno 30mila italiane) che ogni anno cercano l’avventura con un tuareg, la guida di un safari, un beach boy che passeggia sulla spiaggia alla ricerca di una donna disposta a pagare, o un big bamboo, come viene chiamato in gergo il gigolò di colore inteso come oggetto sessuale.

I “consigli” degli alberghi – “Nessuno chiama l’agenzia di viaggio per richiedere l’avventura sessuale”, spiega Daniela De Rosa, direttrice del webmagazine ”Per me sola”, dedicato alla cultura del viaggio al femminile. “Ma alcune mete offrono le occasioni giuste. Non si ha la certezza dell’happy ending, ma nella proposta di un ‘viaggio nel deserto’ o ‘notte al campo tendato’ è possibile finire a letto con una guida o un locale. Ci sono anche coppie di madre e figlia che partono insieme, donne adulte, trentenni. C’è scambio di soldi. E a volte i ‘ragazzi’ sperano di sposarti”.

E se le agenzie non entrano nel dettaglio del turismo sessuale, qualche indizio in più arriva dai gestori degli alberghi. “Abbiamo strutture gestite da italiani, dove l’animazione include anche alcuni capoverdiani, molto simpatici”. E se si porta qualche estraneo in camera? “Non c’è problema, ma deve prendere una doppia – spiegano dall’Hotel Morabeza di Capoverde – e attenzione a chi si lascia entrare. Non che qui sia mai successo, ma c’è sempre il rischio che non sia una persona fidata”. Più rassicuranti, invece all’Alfred’s Ocean Palace a NegrilGiamaica: “Vieni qui in cerca di compagnia? Dipende tutto da te, se ne hai voglia trovi quel che vuoi”. Insomma, i ragazzi disponibili ci sono. E sono parecchi. “Certo, è un posto grande. È facile conoscerli sulla spiaggia, al bar, per strada. Se vuoi qualche consiglio, poi, ci sono anche parecchie italiane”. Che, prosegue, si intrattengono spesso con le bellezze locali.

Numeri e stime – Non esistono studi ufficiali, ma le stime rendono l’idea di un fenomeno tutt’altro che marginale. Il giornale online Escape Artist Travel magazine, a luglio 2007, ha parlato di 600 mila donne occidentali impegnate ogni anno in questo tipo di viaggi. Cifre riprese anche da Julie Bindel, giornalista cofondatrice di Justice for Women. Dal 3 al 5 per cento di viaggiatrici Nel 2006 il presidente di Telefono Blu Sos Pierre Orsoni aveva azzardato che le “turiste” provenienti dall’Italia fossero tra le “30 e le 50 mila all’anno”, supponendo che “le donne rappresentino dal 3 al 5 per cento di quel milione di connazionali che pratica, abitualmente o meno, turismo sessuale”. Tutte cifre che non hanno trovato conferma in nessuno studio ufficiale. Per quanto riguarda la Giamaica, Michael Seyfert, regista e autore del film Rent a Rasta (letteralmente “affitta un rasta”, che in gergo sottintende l’uso sessuale dell’uomo coi dreadlocks) ha calcolato che ogni anno oltre 80 mila donne over 40 volano lì alla ricerca del big bamboo. E, su Youtube e forum online, sono gli stessi gigolò a vantarsi del successo e della propria superiorità rispetto alle prestazioni sessuali del maschio bianco. “Once you go black you’ll never go back”, dicono.

“Romance tourist” – Un uomo disponibile e giovane, unico oggetto del desiderio con infinite declinazioni linguistiche. Si chiama, ad esempio, kamakia in Greciashark (squalo) in Costa Rica,rent-a-dreads nei Caraibikuta cowboys a Bali. Oppure Marlboro men in Giordaniabumster inGambia o jinetero a Cuba. Tuttavia, il fenomeno è difficile da quantificare. Le donne, infatti, escludono di essere “turiste sessuali”, anche se pagano per avere rapporti. “Per loro non è un meccanismo di prostituzione – spiega Yasmin Abo Loha di Ecpat Italia, che si occupa dei diritti dei minori contro lo sfruttamento sessuale -. A differenza dell’uomo, che cerca una partner diversa ogni sera, la donna è prettamente romantica e nel corso di una vacanza tende a frequentare un solo uomo”.

Preferiscono farsi chiamare romance tourists, viaggiatrici alla ricerca di una favola. Tradotto: unastoria d’amore. A dimostrarlo è stata la ricerca di Jacqueline Sanchez TaylorDollars are a Girls’ Best Friend? Female Tourists’ Sexual Behaviour in the Caribbean (agosto 2001, Sociology). Su 240 turiste intervistate sulle spiagge di Negril e a Boca Chica e Sosua in Repubblica Dominicanadalla sociologa dell’Università di Leicester, emergeva che un terzo di loro aveva avuto rapporti sessuali con uomini del posto durante la vacanza. Il 60 per cento di quelle 80 donne riconosceva che nella relazione influivano elementi di “natura economica”. Nonostante questo, non si sentivano “turiste sessuali”. E gli uomini che avevano pagato per fare sesso? Per loro non erano toy boy o gigolò. Solo il 3 per cento, infine, ammetteva che le relazioni erano state “esclusivamente fisiche” e oltre il 50 per cento le definiva “romantiche”.

Prestazioni e pagamenti – “Credo che negli ultimi anni il numero di donne che fa turismo sessuale sia cresciuto, grazie a voli e pacchetti low-cost in paesi economici”, spiega Sanchez Taylor. “Le donne sono sorprese di trovare così tanti uomini a loro disposizione, ma raramente per loro pagarli rappresenta una forma di prostituzione”. Nel corso della sua ricerca, Sanchez aveva intervistato anche alcune donne italiane in Costa Rica, “positivamente attratte dalla fisicità dei neri”. Al contrario delle nordamericane che, invece, ritenevano l’uomo di colore un individuo da “dominare”. Il primo contatto con il gigolò non avviene attraverso strutture organizzate, ma sullaspiaggia o per strada. “Molte si convincono genuinamente di essere corteggiate. ‘Gli piacciono i miei capelli, la mia pelle chiara’, dicono”.

E la “forma” di pagamento è diversa. “Di solito non c’è la tariffa per una prestazione sessuale, come accade per la prostituzione femminile. A differenza dell’uomo che soddisfa un bisogno fisico, poi, la donna tende a rispondere a una necessità di relazione. Quindi offre pasti, vestiti, drink, invia contante al beach boy al ritorno. Può arrivare anche a comprargli un appartamento. Magari lo invita per brevi periodi in Europa o in Nord America. Per il gigolò è un modo per acquisire uno status, che lo fa emergere tra i suoi ‘colleghi’. O l’unica via per emigrare in Paesi ricchi”. Difficilmente, però, questi rapporti sfociano in relazioni di lungo periodo o matrimoni. “Ma anche questo è un dato impossibile da misurare”, puntualizza Sanchez. E non si pensi che siano solo donne di mezza età a ritagliarsi qualche settimana all’anno per una vacanza. “Ci sono donne di tutte le età, dai 20 ai 60 anni e oltre. Vanno insieme madri e figlie, mogli che lasciano a casa i bambini, separate, divorziate, vedove. C’è chi cerca un’esperienza, chi vuole allontanarsi dall’impegno di una relazione o, al contrario, cerca un compagno. Chi ha più soldi va più spesso, specie le over 40. Ma l’età non è mai una barriera”

L’attualità di Gaber in un paese bloccato

images (1)C’è nell’aria un’energia che non si sblocca, come se fosse un grido in cerca di una bocca”: sono le parole finali di una bellissima canzone di Gaber (Il grido), che ieri sera cantava un gruppo di ragazzi sedicenni (sedicenni!) al Festival Gaber di Viareggio, dove si sta celebrando in questo mese di luglio un’edizione speciale per il decennale della morte dell’artista milanese. Gli anni passano ma i testi di Gaber restano miracolosamente attuali, tanto da sembrare scritti in questi giorni. Perché accade questo? Forse perché, caso unico nel panorama del teatro e della canzone italiani (del teatro-canzone), Gaber ha scritto con Sandro Luporini, il suo co-autore viareggino, una grande epopea dell’esistenza umana, scandagliata nelle sue pieghe più recondite e analizzata con lucido disincanto. Forse anche perché, accanto a questa vena in certo senso filosofica, e intrecciata ad essa, Gaber e Luporini hanno saputo far vivere un’anima più ribalda, da “strani lestofanti”, secondo l’efficace definizione che Paolo Jannacci ha dato del padre e di Gaber sul palco di Viareggio. E queste due anime intrecciate hanno prodotto testi strani, piegati ora verso l’ironia ora verso la coscienza, come Destra Sinistra o Le elezioni. Forse ancora perché non c’è praticamente momento della vita che non sia al centro di questo o quell’altro testo di Gaber-Luporini: dall’amore alla morte, dalla nascita alla malattia, dalla paternità alla separazione, dalla partecipazione alla vita collettiva alle riflessioni più intime, tutto è passato sotto lo sguardo dubbioso, e quindi fecondo, di Gaber.

Ma probabilmente c’è anche una ragione più legata al contesto italiano che fa della produzione gaberiana un motore di riflessione sempre acceso: l’energia che circola in questo paese bloccato è quella che si esprime sempre più di rado, in qualche fiammata elettorale, che si cerca di spengere alla bell’e meglio, in qualche protesta di piazza, che si cerca di non enfatizzare, in qualche rara voce fuori dal coro, che si cerca di sterilizzare. La forza di questa energia è quella di esserci, di non dissolversi nella rassegnazione, di circolare per vie sotterranee, la sua debolezza è quella di non trovare “le parole giuste” per dirsi, di avere una tendenza più implosiva che esplosiva (da noi le piazze greche o egiziane non ci sono). In questo senso quarant’anni di berlusconismo (da quando ilBerlusconi way of life si è iniettato nella vita italiana attraverso le tv, non solo da quando il suo artefice è entrato in politica) hanno lasciato tracce devastanti. Dunque Gaber oggi manca come persona e come emblema, come punto di aggregazione e di emersione di questa energia (chi, tra i cinquanta-sessantenni di oggi, non ricorda l’energia dei teatri che venivano giù dall’entusiasmo negli spettacoli di Gaber degli anni Settanta?). Così come mancano altre figure capaci di uno sguardo “laterale” ed “eversivo” sul quotidiano, da Pasolini a Sciascia.

Bisognerebbe interrogarsi meglio – la sinistra dovrebbe farlo, se oggi, come implicitamente dice Gaber, questa parola avesse un senso – sulle ragioni di questa inversione di orientamento che porta l’energia più verso l’interno (un grido in cerca di una bocca) che verso l’esterno, e che fa, per esempio, del teatro e del cinema italiani di oggi luoghi di grande fragilità più che strumenti di espressione di questa energia, come accadeva qualche decennio fa. Intanto il viaggio di Gaber continua rigenerandosi: che ci siano ragazzi che erano appena nati quando Gaber se ne andava e che prendono la staffetta di questa ricerca è un segno della forza propulsiva del suo lavoro.

La letteratura non deve chiedere scusa

di  | 3 luglio 2013

images (2)Il romanzo con cui ho esordito racconta anche di un mondo polacco; è la storia di un amore ed è una dichiarazione di devozione in sostanza nei confronti di un popolo intero, il popolo dei vinti, degli sradicati. La premessa la dedico alla signora polacca che di recente mi ha insultato con una violenza inaudita (più che altro del tutto fuori controllo), accusandomi di ogni nefandezza e disonestà. A dir la verità ci sarebbero pure gli estremi per una denuncia, ma: chissenefrega. Non ho individuato ancora la ragione di un tale odio (odio, esattamente), presumo si sia sentita offesa leggendo il romanzo che in fondo illumina i nuovi martiri delle metropoli, col volto caliginoso e stoici nella loro stoltezza, nel loro vissuto ameno, nella loro sciagura.

Nel romanzo emerge il sottobosco di anonimi, senza tetto, borderline, malati di nostalgia e di alcol, e di costoro ne racconto con partecipazione e pietà. La  donna polacca non ha gradito. Bene: la letteratura non deve chiedere scusa, posto che io in qualche maniera ne faccia uso. Anni fa, scrissi un articolo in cui descrivevo la vita di una giovane di Varsavia, costretta ad abbandonare il proprio paese in cerca di un’Europa più accogliente e meno fragile di quella in cui aveva vissuto fino ad allora. Sbagliai probabilmente ad utilizzare un termine riferendomi ad un certo brutto quartiere di Varsavia, il termine era “orinatoio”, preso peraltro in prestito da un epistolario che avevo letto con interesse e che per me fu davvero illuminante, l’epistolario era di Kazimierz Brandys, “Lettere alla signora Z” (testo molto amato da Leonardo Sciascia). Brandys, polacco di Lodz, parlava di una Polonia sobria e di una Polonia ubriaca, i cui contorni emergevano laconici, mai traditi da pietismi o inutili slanci nazionalisti. Era tutto molto vero, era un fatto, anche alcuni quartieri lo erano, la vodka è uno strano balzello, leggete Marek Hlasko e troverete qualche conferma. Raccontavo dunque di questa donna e di una certa Polonia, ci provavo. Usai quel termine: orinatoio, riferendomi al distretto di Legionowo, di alcune zone in special modo (vale per tutte le periferie del mondo, a mio avviso). La donna, letto l’articolo che la riguardava, scrisse quindi con la complicità di un paio di amici – due italiani e una polacca – alla direzione centrale del  giornale per cui allora lavoravo, invitandola a provvedimenti rapidi nei miei riguardi: vivamente, licenziandomi. Per cosa? Per quel lemma: orinatoio. Il direttore del giornale, l’editore, non diedero seguito alla cosa e soprattutto non mi punirono, sapete si può fare, ci sono retrocessioni strategiche che nascono sulla scia di fatti e sollecitazioni simili, perlomeno in certi luoghi del sud (che per mia fortuna ora non frequento più).

Di queste donne che mi hanno accusato e insultato, con le loro segrete o non segrete ragioni, mi sono fatta un’idea: sono quelle stesse che parlano male della connazionale, di tutte le altre donne, si chiamano “kurwa” tra loro, sconfessando le proprie origini, se possono evitando di aiutarsi a vicenda, al limite seppellendosi l’un l’altra. Ma ho conosciuto anche donne straordinarie. Non è una questione geografica. Liuba, letto il romanzo, signora ucraina di mezza età, che vive da anni a Milano, in una lettera scritta a mano, mi dedicò le parole più belle e commosse che io ricordi di aver mai ricevuto. Liuba aveva colto lo smarrimento, una condizione universale che atteneva a tutti gli esuli del mondo: ed era una malattia dello spirito, era la nostalgia.

Cosa significa esser felici? Fare il lavoro che si ama

downloadDi questi tempi in Occidente, in particolar modo in Italia l’essere felici credo si possa tradurre nel far un lavoro che ami. Parlo di un lavoro che ti fa guardare le mail che arrivano sul pc con gioia perché sai che sono opportunità di crescita, che ti fan osservare il flash del blackberry come se fossero la luce riflessa nelle mille facce di un diamante perfettamente tagliato. Nel mio caso la mia piccola felicità è di poter raccontare di aver conosciuto una persona, unagiovane donna, che sta cercando di raggiungere il suo più grande sogno. Ho conosciuto Sabrina nei giorni in cui aveva deciso di cambiare vita. Niente di radicale non fraintendetemi, solo che da felice dipendente a tempo indeterminato aveva scelto la carriera dell’imprenditrice. Voleva inseguire il suo sogno di fare l’organizzatrice di matrimoni (in gergoWedding planner). Da sempre aveva lavorato nel settore degli eventi e solo a 28 anni, un anno prima del grande salto, si era avvicinata al settore dei matrimoni: l’azienda per la quale lavorava l’aveva praticamente obbligata ad occuparsene. Dopo la prima settimana di lavoro sul progetto aveva già deciso: l’empatia con gli sposi, la creatività del lavoro, l’applicare le formule della creazione di un evento in un settore cosi intimo e poterlo personalizzare nel dettaglio, è nato tutto cosi naturalmente, mi spiega mentre sceglie dei fiori per un matrimonio da un suo fornitore.  

Lo so qualcuno storcerà il naso: la tipica figlia di papà che si annoia, molla tutto, tanto spalleggiata dalla famiglia si diverte a fare la donna occupata.

Qui viene il bello. Nessun fidanzato ricco a sponsorizzarla, nessuna famiglia a tenerla al calduccio. Sabrina abita da sola da quando aveva 18 anni, si è pagata da sola l’università privata con differenti occupazioni. Giunta ad avere una posizione stabile, un sogno per molti, ha deciso che qualcosa non funzionava. Cosa significa fare l’indipendente in una nazione in crisi, con una media di divorzi che supera i matrimoni? Semplice vuol dire lavorare 16 ore al giorno. Significa che le ore “lavorative” quelle dove tutti lavorano normalmente, Sabrina le passa rimbalzando come una trottola da un fornitore ad una sposa. Scegliendo tra fiori e cupcakes e discutendo dei dettagli con la tipica sposa italiana: un po’ stressata, stanca e preoccupata di fare il passo “giusto”: 8 ore volano in fretta. Poi si va in notturna. Perché se vi aspettate di finire di lavorare alle 18.30 ecco questo non è il lavoro che fa per voi. Le serate di maggio, giugno e luglio, le trascorre a fare fiocchettini per i menu, assemblare conetti di riso e libretti chiesa, a creare allestimenti. Poi c’è la parte delle pubbliche relazioni e, in una città come Milano, se non si esce i clienti non si conoscono di certo. In realtà parte del lavoro arriva via internet, ma è il passaparola il vero successo. Se gli sposi che ha seguito Sabrina sono soddisfatti ne parleranno ad amici e gli amici ai loro conoscenti.

Sembra tutto facile? No per nulla. A volte c’è un ritardo, a volte una sposa che sta per cambiare idea, a volte piove (provate a far un ricevimento in un parco con una pioggia stile monsone!). La cosa che mi piace di Sabrina è che non si da per vinta e i problemi li risolve con il sorriso sulle labbra.

Simpatico il nome del suo brand “Ti amo Ti sposo” semplice e diretto.

Un traguardo che ha raggiunto è il suo Unconventional Wedding District.

Organizzato il 19 giugno presso Just Cavalli di Milano è il primo passo per proiettarla con maggior vigore nel mondo del Wedding, quest’anno il tema d’ispirazione è il “Grande Gatsby”!

Ce la farà? Vediamo. Io intanto andrò a dare un’occhiata al suo evento, per il resto non posso che augurarle un in bocca al lupo (qualcuno un giorno mi spiegherà cosa centra il lupo con la fortuna …)

I pendolari diventano scrittori e raccontano le loro (dis)avventure quotidiane

 Il mondo di chi ogni giorno si sposta da una città all’altra per lavoro o studio descritto dalle penne degli stessi viaggiatori. È l’idea alla base di “Pendolibro”, il progetto di un open e-book lanciato dal social book magazine “Libreriamo”

download

I disagi, le disavventure, i malfunzionamenti e i ritardi che rendono gli spostamenti di ogni giorno un’impresa da affrontare con una buona dose di pazienza. Ma anche le storie, gli incontri e le emozioni impreviste che si dipanano lungo i chilometri percorsi da treni, corriere e altri mezzi di trasporto che quotidianamente si trasformano in veri “luoghi viaggianti” per portare da una città all’altra tantissime persone. All’universo dei pendolari, degli oltre 10 milioni di italiani che viaggiano per motivi di studio o lavoro, è dedicato “Pendolibro”, un esperimento editoriale 2.0 mirante a fare emergere gli aspetti nascosti e sorprendenti di questo fenomeno. Ma di cosa si tratta? «Quello che vogliamo creare è un “open e-book” – spiega Saro Trovato, sociologo, mood maker e fondatore di Libreriamo, il social book magazine per la promozione dei libri e della cultura che ha lanciato l’iniziativa – raccogliendo le esperienze dirette dei pendolari sotto forma di racconti e realizzando un’opera condivisa e condivisibile da tutti gratuitamente». Concretamente ciò significa che ogni pendolare può inviare il proprio racconto sull’argomento compilando un apposito form online: «Il progetto è stato lanciato lo scorso 17 aprile e la raccolta dei testi continuerà fino alla fine di giugno 2013. Il materiale sarà letto e valutato da una giuria composta da blogger e critici letterari che selezionerà i migliori lavori andando a comporre l’opera che speriamo di rendere disponibile già tra luglio e settembre». L’open e-book saràscaricabile gratuitamente dal sito di Libreriamo e utilizzabile con tutte le principali piattaforme di reader.«L’idea di “Pendolibro” – prosegue Trovato – è nata da una duplice considerazione.

Innanzitutto dall’osservazione concreta di un fenomeno sociale di grande rilevanza che coinvolge milioni di persone, e in secondo luogo dal fatto che in Italia c’è un grande desiderio di scrivere. Con questo e-book diamo sfogo a questa aspirazione e speriamo di incoraggiare anche la lettura». Con la leggerezza e il sorriso tanto necessari in tempi difficili come questi: «Speriamo che sia un modo per trasformare i disagi di ogni giorno in “avventure” piacevoli da raccontare. Condividendo situazioni personali che nell’immediato possono portare a sentimenti di rabbia o frustrazione, e leggendo con occhio interessato quelle simili di altri, vogliamo tramutare la negatività in una proposta positiva contribuendo a un rasserenamento e a un abbassamento dei toni di cui il Paese ha bisogno anche nelle piccole cose».

Un’iniziativa che mira a diventare un appuntamento annuale e magari a trasformarsi anche in un volume cartaceo, perfettamente in linea con la filosofia di Libreriamo, progetto non profit nato un anno fa con un obiettivo ambizioso e capace di creare una community con numeri importanti, come i 15mila fan sulla pagina Facebook e gli oltre 1.800 follower su Twitter: «In Italia si legge troppo poco. Noi vogliamo portare la cultura fuori dai tradizionali “luoghi chiusi” in cui si nasconde e metterla a disposizione di tutti su una piazza virtuale, sfruttando i nuovi linguaggi della Rete e proponendo un innovativo modello di comunicazione sull’argomento che superi i condizionamenti tipici del settore».

I cibi che piacciono di più, ecco le nuove tendenze in fatto di gusti

Una ricerca appena pubblicata dell’Institute of Food technology di Chicago, società scientifica non profit attiva in oltre 100 paesi, spiega i nuovi trend in tema di alimentazione

trendCollage

Come cambiano i gusti ? Cosa sale e cosa scende nelle nostre abitudini alimentari? Ce lo dice la ricerca appena pubblicata dell’Institute of Food technology di Chicago, società scientifica non profit che riunisce 18mila membri in più di 100 Paesi. Risultato? Si mangia sempre più da soli, a casa piuttosto che al ristorante, e alla ricerca di cibi più salutari.

Sapori più audaci. Il primo dato rilevato è che la cucina che piace non è cosa per deboli di stomaco. Il palato dei consumatori premia i sapori più accesi: da quelli piccanti, a quelli affumicati, salati, marinati ma anche acerbi e pure amari. Scelte quasi raddoppiate negli ultimi tre anni. Hanno meno appeal i cibi etnici, ora ci si nutre “global”, mescolando sapori ed esperienze.

Fai da te. Sette persone su dieci hanno cucinato a casa più di quanto hanno fatto l’anno prima. Per essere precisi: preparano la cena a casa cinque sere a settimana, una mangiano fuori e l’altra se la cavano con un take away. Complice la crisi, prosegue per il quinto anno di fila il taglio dellepresenze nei ristoranti (il 73 per cento dei consumatori dichiara che le proprie finanze saranno destinate a calare nel corso dell’anno). Questo per la food industry significa pensare a nuovi prodotti da preparare a casa che siano interessanti per la nuova generazione di provetti cuochi: sarà anche grazie a MasterChef e compagnia, un consumatore su 10 cucina a casa quello che ha assaggiato nei ristoranti. Questo per molti significa poco più che cibi precotti o cene surgelate, ma il 44 per cento dei giovani ‘chef ‘ ritiene importante preparare pasti freschi al momento.

Bio & co. Un posto sempre più alto in classifica lo guadagnano i cibi salutari, che per 9 consumatori su 10 corrispondono in sostanza a quelli freschi. L’80 per cento cerca la dicitura “fresco” sulle etichette dei cibi venduti al supermercato, il 45 per cento cerca la stessa indicazione nei menu dei ristoranti. Le paroline chiave che nella testa del consumatore sono sinonimo di salute sono: “fatto in casa”, “artigianale”, “di stagione”, “non congelato”.

Io mangio da solo. L’alto dato interessante è che si mangia sempre più da soli, indipendentemente dalle proprie dinamiche familiari. E questo trend non riguarda solo gli adulti, ma anche i bambini, pure loro nuovo allettante target per l’industria alimentare dei prodotti junior pronti per l’uso.

Abbasso il Duce! Il valore della Resistenza nella società “post-ideologica”

di 

downloadPiù che un post di riflessione, oggi vorrei promuovere un evento che mi preme particolarmente e che si svolgerà il prossimo 11 aprile. Giovedì infatti, presso il Circolo Ricreativo Culturale Pontenovo di San Polo d’Enza (provincia di Reggio Emilia ma esattamente equidistante tra Parma e Reggio), sarà proiettato all’interno della rassegna di film dedicati alla Resistenza Abbasso il Duce. Documentario che tra non molto compirà il suo decimo anniversario, esperienza giovanile condivisa con un amico e a cui sono particolarmente affezionato.

La percezione della guerra, la scelta di diventare partigiani, la politica, il ruolo delle donne e l’aiuto della popolazione; ma anche le battaglie, gli amori e gli aneddoti ridicoli: questi i temi, sotto forma di un racconto corale sugli anni della guerra in un piccolo paese della provincia emiliana. San Polo, che vede la sua Liberazione proprio intorno a quella data, è stato un luogo caldo, punto di passaggio tra la pianura e la montagna, svolgendo una funzione di smistamento dei giovani antifascisti verso i distaccamenti. Diversi dei suoi partigiani si sono spostati nel parmense e sono confluiti nel celebre distaccamento Don Pasquino Borghi, parroco simbolo delle Resistenza.

Nella nostra attualità, troppo spesso, i valori dell’antifascismo sono posti in secondo piano, accantonati, a volte perfino messi in discussione. Come non fossero una base su cui costruire una diversa collettività. Ritenendoli in parte veri, in parte chissà… con becere campagne di revisionismo storiografico. Le zone d’ombra ci sono e forse, in buona parte, con il tempo, emergeranno ma senza intaccare il giudizio e la portata storica della lotta per la Liberazione. Bisogna sempre comprendere, non per giustificare (i crimini non si giustificano mai) ma per averne consapevolezza, le contingenze dell’Italia stretta nella morsa di un regime omicida con leggi razziali prima, e una guerra intestina poi. Per questi motivi non si possono assolvere o tollerare le “diverse fasi” di un autocrate; non esistono degenerazioni, solo premeditazioni.

Ricordo un 2 giugno chiedere, da parte di un nostro Ministro della Difesa, di accomunare i morti “di entrambe le parti”. Ne Il sentiero dei nidi di ragno, in uno splendido passaggio, Italo Calvino scrive:“Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’ intendi? […] L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero”. Questa è la frase che, insieme alle mani di un anziano (Carlo, nome di battaglia Doc), io e Cosimo abbiamo scelto per promuovere il film all’uscita. Perché non accomuna proprio niente, al contrario, crea un solco che non lascia adito a dubbi. C’è un distinguo tra chi scelse di salire in montagna e rischiare la vita contro quel regime autoritario e chi, invece, con quel regime era accondiscendente. La nostra società – cosiddetta post ideologica, però non con valore retroattivo – deve averlo chiaro in testa.

Abbasso il Duce, la memoria della Resistenza, per ricordare insieme giovedì 11 aprile il 68° anniversario della Liberazione. Venite numerosi, l’evento è gratuito.

Scuola, piovono risarcimenti per i precari. E il Miur rischia l’indebitamento

In meno di due settimane un giudice di Trapani ha emesso tre condanne di risarcimento in favore di altrettanti docenti precari, per un totale di 500mila euro. Ma il Miur rischia altre 20mila condanne simili. E se la Corte europea bocciasse la legge deroga del governo Berlusconi, lo Stato dovrebbe stabilizzare tutti precari della scuola

precari_scuola_interna

Per i precari è un riscatto. L’assunzione a tempo determinato potrebbe presto infatti rivelarsi più sconveniente per il datore di lavoro (in questo caso lo Stato, rappresentato dal ministero dell’Istruzione) che per il docente. E’ questo lo scenario che si profila, dopo le sentenze emesse – l’ultima lo scorso 22 febbraio – da un giudice del lavoro di Trapani nei confronti del Miur. Nel giro di due settimane il dicastero guidato da Francesco Profumo è stato condannato a risarcire tre insegnanti precari: uno di educazione fisica con 150mila euro, un altro di elettrotecnica a cui spettano 169.700 euro e un terzo che avrà diritto ad un risarcimento di quasi 173mila euro.

Le motivazioni? Le stesse per tutti e tre i casi: abuso dei contratti a termine, mancati scatti d’anzianità e stipendi estivi (luglio e agosto) non corrisposti per gli anni passati e per quelli futuri, fino all’età pensionabile. Una decisione significativa quella del giudice Mauro Petrusa che, non potendo imporre la stabilizzazione dei tre insegnanti – vista la sentenza della Cassazione che lo scorso giugno aveva rigettato la richiesta di un precario della scuola – ha trovato lo strumento per condannare la discriminazione da parte dello Stato nei confronti di chi ha un contratto a termine. Insomma il trattamento economico di un insegnante precario – puntualmente licenziato il 30 giugno, per poi essere riassunto dal 1 settembre – deve essere uguale a quello di un suo collega di ruolo, progressione economica compresa.

Il Miur a questo punto potrebbe dover sborsare molti più soldi, rispetto al mezzo milione di euro che, come stabilito dal giudice Petrusa, verserà ai tre insegnanti siciliani. In Italia infatti si stimano circa20mila ricorsi già notificati, promossi dalle varie sigle sindacali di categoria, come la Flc-Cgil, l’Ugl-Scuola e l’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori). E’ stato proprio quest’ultimo ad assistere i docenti siciliani. “Stiamo assistendo ad una striscia di condanne esemplari sul trattamento economico dei lavoratori precari – commenta il presidente Marcello Pacifico – ma è solo l’inizio: anche se ogni controversia presenta situazioni specifiche abbiamo serie motivazione per pensare che i giudici del lavoro di tutto il Paese non vogliano assecondare l’abuso cronico del datore di lavoro, in questo caso lo Stato, nel negare l’assegnazione di cattedre nella loro interezza, compresi i periodi estivi, e di quegli scatti stipendiali concessi erroneamente sino ad oggi solo al personale di ruolo. Al ragionamento del loro collega di Trapani – auspica Pacifico – potrebbero perciò adeguarsi tutti i giudici del lavoro d’Italia”.

E questo per il Miur vorrebbe dire scucire qualcosa come tre miliardi di euro. Interpellato dailfattoquotidiano.it, il ministro Profumo ha preferito non commentare. Del resto, ancora pochi giorni – forse – e la patata bollente passerà nelle mani del suo successore. Sul cui capo potrebbe arrivare una sentenza ben più importante, perché vincolante. Quella della Corte di Giustizia europea, a cui lo scorso gennaio un giudice del lavoro di Napoli ha rinviato il ricorso di un precario contro la legge derogatoria n.106/11. La norma – “approvata contro ogni logica” dice Pacifico – esclude proprio il settore Scuola dall’applicazione del decreto legislativo 368 del 2001 che, recependo la direttiva della Comunità Europea 70/1999, apre alla stabilizzazione per tutti i lavoratori che hanno svolto almeno 36 mesi di servizio. Dunque se Lussemburgo dovesse dar ragione ai circa 80mila precari, metà docenti e metà Ata, lo Stato italiano dovrebbe assumerli (a tempo indeterminato) tutti e subito. Ma se invece ad averla vinta fosse la legge derogatoria, voluta dal governo Berlusconi, “questo non vorrebbe dire che i giudici del lavoro non potranno rifarsi alla sentenza emessa dal loro collega siciliano” condannando il Miur a risarcire i precari della scuola. In poche parole lo Stato è incul de sac”, chiosa il presidente dell’Anief  che invita chi ancora non lo ha fatto a rivolgersi al proprio sindacato per reclamare i risarcimenti danni per il servizio svolto da precario negli ultimi dieci anni su posto vacante e disponibile.

Energia rinnovabile: naufraghi su un’isola deserta

 di 

 Immaginatevi di essere parte di un gruppetto di naufraghi arrivati su un’isola deserta. Esplorate l’isola e vi accorgete che non c’è niente da mangiare. Per fortuna, ritrovate sparpagliati sulla spiaggia resti della vostra nave affondata che contengono una discreta scorta di gallette. Per ora il problema del cibo è risolto, ma le gallette non dureranno per sempre. (*)

images (1)Immaginate ora i naufraghi in assemblea all’ombra delle palme; emerge subito una divergenza di opinioni. C’è chi sostiene che le gallette sono ancora abbondanti e probabilmente ne troveremo altre se cerchiamo bene in zone di spiaggia ancora inesplorate. Non c’è bisogno di fare niente: prima o poi arriveranno i soccorsi. C’è invece chi nota che le gallette stanno finendo rapidamente e che i soccorsi non si sa quando arriveranno; se mai arriveranno. Allora, bisogna razionare le gallette e costruirsi delle reti con le foglie di palma per andare a pescare.
Il dibattito continua con il primo gruppo che sostiene che tutti hanno diritto alle gallette e che andremo a pescare quando saranno finite. Il secondo gruppo ritorce che non si può pescare niente da affamati e senza reti. Il primo gruppo risponde che i membri del secondo stanno cercando di accaparrarsi tutte le gallette con la scusa del razionamento; il secondo da al primo di venduti ai fabbricanti di gallette, e così via….
Una possibile conclusione della storia è che i naufraghi finiscono per fare per fare a botte fra loro, il che allevia molto il problema per mezzo di una drastica riduzione della popolazione. Ma quando le gallette finiscono, sono rimasti in troppo pochi per fare reti e pescare e così muoiono tutti di fame.
Questa storia ci illustra il dibattito in corso sull’energia sul nostro pianeta, visto come isoletta sperduta nel mezzo all’universo; basta sostituire “combustibili fossili” a “gallette” e “pesca” con “energia rinnovabile”. Il dibattito è al suo massimo sviluppo in Germania, che è il Paese che ha fatto probabilmente il massimo investimento sulle energie rinnovabili e dove si parla ormai da qualche anno del concetto di “Energy Turnaround” (“inversione energetica”). Ovvero, si parla di un cambiamento completo della politica energetica per passare interamente alle rinnovabili nella forma di sole e vento. Ovviamente, anche in Germania, il problema del costo dell’energia si pone. Così, c’è chi vuole energia a basso costo, non importa ottenuta come. C’è invece chi sostiene che è un dovere investire nelle rinnovabili, anche se più costose, per i loro vantaggi ambientali e di indipendenza dai fossili.
Da quello che si legge sul Web, il dibattito in Germania sembra essere di buon livello, se ne legge sui maggiori quotidiani e c’è molta partecipazione da parte sia degli organi governativi sia dei cittadini. In Italia, invece, la questione della politica energetica è completamente ignorata sia dai media sia dai politici. Quando si cerca di sollevare in pubblico la necessità di uno sviluppo in direzione delle rinnovabili ci si trova spesso aggrediti da gente assatanata convinta che sia tutto un un’imbroglio per fregarci.
Ma anche da noi non possiamo ignorare il problema. Siamo disposti a investire nel futuro, anche se ci costa qualcosa? Oppure vogliamo tutto e subito, consumando fino all’ultima goccia le nostre risorse di combustibili fossili? E’ in gioco il futuro nostro e dei nostri discendenti: pensiamoci se non vogliamo fare la fine dei naufraghi dell’isola della storia.

(Questo testo è stato pubblicato per la prima volta su “Ambiente Noi” n°3 – 2013 – http://www.ambientenoi.org/)
Note: Vi può incuriosire sapere che il problema dell’ “Isola delle Gallette” è stato studiato in modo molto serio da alcuni economisti che hanno pubblicato ponderosi studi sulla questione dell’ottimizzazione delle risorse da parte dei naufraghi. Lo trovate sulle riviste del settore sotto il nome di “Hardtack Model” oppure di “Mayflower Model”
 
 
 

Parigi val bene un matrimonio!

downloadCircola su internet un piccolo video che ritrae un gruppo di donne italiane sotto i 40 anni che stanno lavorando, e all’improvviso una comunica alle altre che presto si sposerà con la sua fidanzata. Commozione, abbracci, partenze e biglietti da organizzare. Il video festoso si conclude con la domanda di un bimbo ad una delle donne del gruppo: “Perché si deve andare in Olanda a sposarsi”. “Perché qui in Italia non si può”, è la risposta.All’ovvio e successivo ‘perché?’ del bimbo la risposta non arriva, e questo silenzio rabbuia il clima di gioia che si era percepito fin qui. Del resto non sarebbe semplice spiegare ad un bimbo o ad una bimba perché per sposarti, se sei italiana, o italiano, e omosessuale ti tocca farlo in un altro paese; perché appena varcata una frontiera lo stesso gesto e diritto impossibile a casa tua diventa reale e normale; perché dirsi famiglia è valido a 300 km di distanza da dove vivi tu ma per te in Italia è ancora un diritto da conquistare.

Nel bellissimo “Women – If These Walls Could Talk”, trittico cinematografico del 2000 con attrici del calibro di Vanessa Redgrave, Michelle Williams, Chloë Sevigny, Ellen DeGeneres e Sharon Stone si raccontano le vicende di famiglie e coppie lesbiche che affrontano la difficoltà di amarsi e di vivere; si tratta di difficoltà comuni a tutti gli altri nuclei familiari, ma che per loro si trasformano in dramma, o in quasi insormontabili ostacoli solo perché sono coppie lesbiche.

Niente visite in ospedale se la compagna si ammala, niente eredità dopo una vita in comune, nessun diritto adottivo, niente matrimonio: una cittadinanza di fatto di serie b, soltanto perché l’orientamento sessuale non è quello etero. Possibile che tutto questo sia, di fatto, ancora la condizione che milioni di donne e uomini in Italia vivono oggi?

Questo 2 febbraio sarà ricordato da chi ha a cuore la laicità e il diritto alle pari opportunitàcome una bella giornata: come nel 2005 in Spagna ora anche in Francia il matrimonio è ‘un accordo tra due persone di sesso diverso o del medesimo sesso’.

Il mese scorso, a distanza di due settimane, Parigi ha visto due imponenti manifestazioni, una contro e una a favore del progetto di legge che reca questo rivoluzionario articolo 1. Così come ormai 8 anni fa il governo Zapatero resse la prova muscolare della destra oltranzista del clero iberico così oggi il governo Hollande ha superato lo scoglio delle proteste della destra fondamentalista d’oltralpe, che si sono opposte in modo forte al matrimonio tra persone dello stesso genere.

Una bella vittoria, che ha come corollario non di secondo piano quella di essere stata annunciata in Parlamento da una ministra che reca la traccia ereditaria dell’era coloniale francese sul volto e nel nome: Christiane Taubira, originaria di una modesta famiglia della Guiana, allevata da una madre single con 5 figli, lei stesse madre separata di altri 4, difficilmente da noi sarebbe diventata Guardasigilli. Donna, immigrata, e femminista: un mix che rende oggi la Francia orgogliosa, attraverso le sue parole in Parlamento, di poter ospitare il progetto di legge sul ‘matrimonio per tutti’.

Buffo, e grottesco, che qui da noi si balbetti ancora di pax e convivenza. Chi chiede di potersi sposare non rivendica, per una volta, nulla: vuole solo poter avere lo stesso diritto di dirsi ‘famiglia’. Una comunità, come si sa, piena di doveri, fatica e oneri più che di onori. E tuttavia, pure nel centro-sinistra, c’è chi frena.

Pavia, contro le mani della n’drangheta sulla città

di 

download (1)Un’auto che d’inverno brucia per autocombustione, due lugubri croci nere che appaiono su di un portone, un magazzino di libri dato alle fiamme. Piccoli incidenti o piccoli delitti di provincia, a Pavia. Fatti che forse non sarebbero giunti sulla stampa se non si fosse trattato dell’auto del consigliere comunale Walter Veltri, dello studio dell’avvocato Franco Maurici, del magazzino dell’editore Giovanni Giovannetti, che assieme al professor Ferloni, ad alcune associazioni e giornaliste della Provincia Pavese, formano il nucleo che si oppone alle mani della ‘ndrangheta sulla città.

Pavia in passato capitale del regno longobardo, è oggi alle cronache per alcuni primati in odore di mafia: da quello del più alto tasso di trasformazione di uno dei più fertili territori agricoli del mondo (che si vorrebbero percorsi da una costosissima e superflua autostrada, da Broni a Mortara) in unagglomerato di palazzi disabitati, al maggior numero di slot machine per abitante, all’essere capofila a partire dalla Fondazione Maugeri di una delle più clamorose inchieste di corruzione della sanità nazionale che coinvolge i vertici della Giunta Regionale Lombarda. Per toccare queste vette ci sono voluti anni, in cui da un piano regolatore, studiato a livello mondiale (è stata la prima città europea a pedonalizzare il centro), si è arrivati a una situazione che vede accusate giunte di centro sinistra e di centro destra, comunali e provinciali, senza soluzione di continuità.

Altrettanti anni ci vorranno per risalire questa china in cui all’azione di questa inossidabile pattuglia e delle procure, si dovrà aggiungere una profonda bonifica culturale, senza farci vincere dallo sconforto, di un’antimafia delle piccole cose, “in cui ognuno dovrà fare la sua parte, un’antimafia quotidiana, fatta della resistenza del piccolo cittadino al più piccolo dei soprusi che non limita i propri comportamenti a ciò che non è penalmente perseguibile. E’ una linea di demarcazione tracciata da chi respinge una raccomandazione, da chi parcheggia entro le righe e non sul marciapiede o in mezzo alla strada, da chi prende un brutto voto e si mette a studiare di più…”  fatta da amministratori locali che portano a termine il loro patto con gli elettori, rinunciano ai doppi incarichi e non si fanno saldare sulle poltrone. Si tratta di comportamenti semplici, che possono far mancare il terreno sotto i piedi ai mafiosi, come sostengono Mario Andrigo e Lele Rozza in “Le radici della ‘ndrangheta” o Nando dalla Chiesa e Martina Panzarasa in “Buccinasco” e che ci consentiranno di ricordare Falcone, Borsellino e tanti altri senza farne una stanca litania che scandisce un rosario di eroi santificati.

Elezioni fai da te: criteri per scegliere la lista e vivere felici

di 

images (2)Siamo chiamati a votare di nuovo anticipatamente: ormai la regola senza eccezioni e la scelta è sempre più ardua. Come al solito non voto un candidato ma un pool di candidati. Se voto quellalista mi devono andare bene tutti coloro che sono stati inseriti da un padre-padrone. Sappiamo  tutti che in molte liste qualche persona che ha fatto politica non c’è più: rompeva le scatole. E allora fuori. Mobbing, vendette personali  ed epurazioni sono all’ordine del giorno anche in politica. Il concetto di democrazia ha preso un significato diverso da quello che pensavamo fosse la colonna della nostra costituzione.

Dal momento che non mi sento di non votare essendo questo un diritto acquisito che a noi donne è costato  fatica, ho necessità di scegliere la lista che credo meglio interpreti il concetto di democrazia, i principi fondamentali della costituzione e quelli di onestà…

Dal momento che non esiste più in nessun partito un’ideologia a cui far riferimento, occorre darsi dei criteri per poter scegliere la lista che pensiamo idonea  a governare il paese. Quali sono dei possibili criteri di selezione? Ne elenco alcuni che saranno il leit-motiv della mia scelta. Analizzo i miei criteri di esclusione .

Non sceglierò nessun partito che abbia in lista

1- persone indagate, già rinviate a giudizio o condannate, o con una morale comunque discutibile. Con tutti gli ultimi scandali di corruzione politica abbiamo dei capigruppo che hanno inserito alcune di queste persone, di nuovo, in lista. Per informazione vedi La Stampa, vedi l’Espresso, vedi la denuncia di Franca Rame, vedi Repubblica di venerdì scorso. Ci si chiede come mai col vento che tira un capogruppo include persone con la fedina penale sporca? Sospetto un patto do-ut-des. In Internet si dovrebbe trovare materiale sufficiente per fare la selezione al proposito.

2- Ottantenni. L’aspettativa di vita di queste persone è ridotta ed esiste il caso che non riescano a finire la legislatura.

3- Veline, massaie di Voghera, persone che non si siano mai confrontate con direttive europee, testi di legge, ecc.  Non sceglierò nessuna lista  con persone che non abbiano un buon grado di cultura. Non ho niente contro la massaia di Voghera, ma il suo curriculum vitae la identifica come persona esperta sì di economia domestica, ma senza cultura specifica del buon governo. Per governare un paese scientemente è necessario essere in grado almeno di leggere e capire le leggi vigenti, locali o internazionali che siano, e si deve saper legiferare in maniera chiara, univoca e giusta. Persone che hanno già servito lo stato come, magari, i sindaci e altro sono in grado di capire la burocrazia, i regolamenti , ecc. Basta con persone che mettono (ammettiamolo, con successo) nel loro curriculum : presente alla tal trasmissione televisiva o claque di spettacoli di un comico. Insomma, trovo grottescamente assurdo che si affidi la conduzione di un paese di sessanta milioni di abitanti a qualcuno che non saprebbe condurre un banco di frutta al mercato e che ci farebbe fare figure barbine nei consessi internazionali. Nel governo che mi rappresenta voglio, inoltre, persone non solo tecnicamente capaci ma educate, persone che riescano a discutere le loro opinioni in modo intelligente, con proprietà di linguaggio e riguardoso per il prossimo. Non vorrei vedere di nuovo in Parlamento gente che fa a cazzotti o che si tira fette di mortadella.

4- Candidati senza il capo effettivo, un capo effettivo che ci mette la faccia ma che non si presenta  alle elezioni.  Il “vai avanti tu che mi viene da ridere” non si può proporre in politica. Capigruppo che non sono candidati non riusciranno un domani a dare una coerenza agli eletti dal momento che costui si è chiamato fuori delle istituzioni. Comunque sia la filosofia del “padre-padrone” che comanda standosene fuori dell’arena non è proponibile in un sistema  democratico.

5- Chi ha già raccontato balle e che non è in grado di proporre uno sviluppo credibile di questa società. Ogni capogruppo deve presentare un programma delineando anche le misure per attuarlo. Non è più tempo dei voli pindarici e delle utopie. Non è più il tempo di chiedere agli elettori atti di fede. Occorre concretezza, capacità di valutazione e conoscenza dei meccanismi di base che regolano l’economia mondiale.

6- Persone che non mettano nel loro programma ai primi posti la difesa dell’ambiente, della salute della popolazione, del lavoro; nonché la creazione di nuove economie e di nuovi posti di lavoro.

Su 167 simboli in corsa credo che troverò qualche lista che sia adeguata per questi criteri. So che purtroppo non è più tempo di votare a sentimento. “Quello è stato più convincente in televisione,” “quello fa più bella figura,” ecc. America ed Europa ci stanno a guardare e, se non votiamo per qualcuno di credibile, addio a quel minimo di fiducia di cui ancora (forse) godiamo. La Borsa farà un tonfo ed i nostri risparmi, sempre che esistano, si volatilizzeranno. L’Italia non è isolata dal punto di vista economico: in una rete intricata di connessioni dipendiamo da altri. E anche questo è un altro criterio.

Con la bici si risparmia più di uno stipendio!

Uno-stipendio-in-più-212x300Da qualche giorno gira sui social network un’immagine che dice: “vuoi uno stipendio in più? chiedimi come”. Sullo sfondo compare la sagoma di una bicicletta  e ai piedi dell’immagine una specie di didascalia: “Usando la bici invece dell’auto risparmierai un minimo di 1.500 euro all’anno”.Quando l’ho vista ho pensato che fosse una campagna fake progettata da qualche costruttore di automobili per sminuire il reale impatto economico dei loro prodotti sulle tasche degli italiani: poche ore prima infatti avevo letto il rapporto di cittadinanzattiva sui costi delle RCA e avevo scoperto che, per esempio, un adulto a Napoli paga mediamente 1.385 euro di assicurazione all’anno, mentre a livello nazionale i neopatentati pagano in media la bellezza di 2.828 all’anno. E questa è solo l’assicurazione, poi ci va il bollo, la manutenzione ordinaria e straordinaria, i pedaggi, la sosta, le multe, il costo stesso dell’automobile e, ovviamente, la benzina, nella speranza di cavarsela senza incidenti.

Forse chi ha realizzato l’immagine voleva dire che 1.500 euro è il costo di un auto ferma, in garage.

Se poi la mettiamo in moto e la usiamo normalmente, allora i costi levitano: secondo l’ultimo rapporto di Federconsumatori l’automobilista italiano spende una media di 4.628 euro all’annosolo per il mantenimento della propria auto, cifra che diventa 7.073 euro se si considerano anche bollo, costo di acquisto e ammortamento.

E questi sono solo i costi interni, ovvero quanto esce direttamente dalle tasche degli automobilisti, poi si dovrebbero anche considerare i costi esterni, ovvero i costi dell’automobile che però vengono sostenuti dalla società nel suo insieme: sono i costi sanitari per curare le malattie causate dall’inquinamento, le inefficienze generate dal traffico, il costo degli incidenti stradali, del riscaldamento globale e del rumore.

Udo Becker, docente di ecologia dei trasporti all’Università di Dresda ha recentemente stimato che ogni automobile in circolazione in Europa costa alla società ben 1.600 euro all’anno, cifra che viene sostenuta anche da chi l’auto non ce l’ha e non la usa.

Ma torniamo ai 7.073 euro all’anno. Questo non è uno stipendio, sono cinque stipendi!

Io l’auto non ce l’ho e faccio fatica a far tornare i conti di casa, ma voi che ce l’avete, come cavolo fate?

Lotta alla mafia, basta sapere di star facendo la cosa giusta

di  

Giorni fa parlavo con un amico che stimo moltissimo, impegnato in prima linea nella lotta alla mafia e alle degenerazioni del potere, riguardo il difficile momento storico che stiamo attraversando. Si parlava dello sconforto che prende quando ci si accorge di essere soli in certe battaglie, osteggiati a volte per puro calcolo e interesse personale e a volte per l’incompetenza di chi, di principio, starebbe anche dalla tua stessa parte della barricata. 

images

Ho sempre pensato che la lotta per ottenere verità e, quindi, giustizia fosse l’unica strada percorribile e, come spesso dice Salvatore Borsellino durante i suoi incontri, ho messo in conto che potrei anche non vedere con i miei occhi i frutti del mio lavoro, perché siamo tutti consapevoli di quanto questa strada sia lunga e con tanti “passaggi per il via”, proprio come a Monopoli. Ma per me è sempre stato fondamentale il credere di star lottando per una vittoria *certa*. Forse godibile dai miei pronipoti o dai pronipoti dei miei pronipoti, ma pur sempre certa e questa mia credenza non l’ho mai messa in discussione, essendo l’unica ragione che, in certi momenti bui, mi spinge ad andare avanti.
Poi il mio amico mi dice questa frase: “sai, io non ho la necessità di credere che si raggiunga l’Eden per impegnarmi a fare la cosa giusta. Mi basta sapere di star facendo la cosa giusta.”
Devo confessare che mi ha un po’ sconvolta e lì per lì ho mi sono quasi rifiutata di credergli. Non tanto per me, ma per lui, per come ho immaginato si potesse sentire senza la certezza di star sputando sangue in questa vita per far percorrere all’umanità un altro pezzettino di strada verso la meta finale, che si chiami Eden o giustizia ed uguaglianza tra gli uomini. 
Alla fine ho dovuto accettare questa sua filosofia che, anche se più triste, forse è molto più attinente alla realtà della mia e mi sono resa conto di quanto coraggio e quanta forza di volontà ci vogliano, molto più di quanti ne abbia io, per camminare senza questa certezza. Mi è venuta in mente una lezione di filosofia del liceo, nella quale si contestava l’esistenza di Dio e si evidenziava come spesso il cattolico si comporta in modo giusto ed etico per via del successivo “premio” divino del paradiso a differenza dell’ateo che, quando si comporta moralmente (avverbio che dovrebbe riacquistare il suo valore originale, soprattutto nel nostro Paese), lo fa in modo disinteressato.
Ho riflettuto per giorni sull’argomento e sono arrivata alla conclusione che, anche se la ragione mi fa dubitare oggettivamente della possibilità di raggiungere – anche se in un futuro lontano – l’”Eden”, il mio istinto, il mio cuore e forse anche la mia debolezza non possono farmi smettere di credere che tutta la nostra fatica, le cicatrici, il sangue, il sudore e, soprattutto, i nostri sogni servano per arrivare a quella meta finale, ad un mondo più giusto, anche non dovessimo essere là per vederlo. E, ho pensato, da oggi inizierò a crederci anche per il mio amico.

La Terra è malata. E ce lo comunica come può.

di 

imagesOgnuno è figlio delle sue esperienze. Io non sono un climatologo, ma, forse, meteoropatico sì e patisco quando le temperature sono fuori stagione. Soprattutto patisco il caldo d’inverno.Oggi, 4 gennaio, fuori ci sono 17°. Tengo le finestre aperte per riscaldare la casa. Qualcosa di anomalo e sempre più frequente si verifica qui in valle.Il buon Mercalli parla per questo fine settimana di fohn. È noto che per effetto del fohn, le temperature si possono alzare, anche sensibilmente. Ma, a parte il fatto che se guardo Meteo France per questi giorni non mi dà tempesta oltreconfine (condizioni di stau/phon), e a parte il fatto che 17° al 4 di gennaio sono una temperatura più che alta, diciamo pure del tutto anomala, anche mettendo il fohn sul piatto della bilancia, io poi noto come da quando vivo in valle questi fenomeni sono sempre più frequenti. Ma molto più frequenti. Intendiamoci, il fohn c’è sempre stato, i latini lo chiamavano favonio ed era già caldo allora. Ma, ripeto, queste temperature e queste frequenze sono del tutto anomale.

È chiaro che, da buon ambientalista, associo razionalmente questo fenomeno con il riscaldamento globale, e non voglio sentir parlare, per favore, di tempi lunghissimi su cui occorrerebbe fare confronti e tirare conclusioni, che è una buona scusa per lasciare le cose come stanno.

Ma, anche se non fossi un ambientalista, ho dentro di me uno spirito panico che mi fa sentire come facente parte di un tutto, e di questo tutto io oggi sento chiaramente la febbre.

Le temperature che si verificano con sempre maggiore frequenza ci dicono, per chi ha orecchie per sentire, che la Terra ha la febbre e ce lo dimostra come può. Stiamo facendole del male, e Lei si lamenta.

Ma gli ottusi economisti che governano il mondo non sono così sensibili. Per loro questo è solo “bel tempo”, e continuano a predicare il verbo della crescita e dello sviluppo. Insensibili e criminali. Forse criminali perché insensibili.

Io non posso fare nulla, purtroppo, salvo il non riscaldare casa e poco altro. Intanto, domani niente gita con gli sci, solo bicicletta. Peccato.

Treni, le dieci linee peggiori d’Italia. Legambiente: “Emergenza nazionale”

L’organizzazione ambientalista presenterà il rapporto denominato “Pendolaria”, che sarà presentato il 18 dicembre, giornata di mobilitazione nazionale. Prima nella classifica del disservizio la Circumvesuviana, seguita dalla Roma-Viterbo e della Pinerolo-Torre Pellice

trenitalia_nuova_interna

Tagli, riduzione delle corse e disservizi, ritardi orari e lentezza, senza contare il sovraffollamento e l’aumento dei biglietti. Questi i problemi che affliggono il trasporto ferroviario, in particolare quello dedicato ai pendolari, e che hanno portato Legambiente a lanciare una giornata di mobilitazione per il 18 dicembre contro “i soliti vecchi treni”, nell’ambito della sesta campagna denominata ‘Pendolaria’, in cui viene proposta una mappa delle tratte peggiori d’Italia. Mappa che vede in testa la Circumvesuviana a Napoli, seguita da Roma-Viterbo, Pinerolo-Torre Pellice, Padova-Venezia Mestre, Genova Voltri-Genova Nervi, Palermo-Messina, Viareggio-Firenze, Stradella-Milano, Bologna-Ravenna, Potenza-Salerno.

Per Legambiente “i pendolari sono stati abbandonati da governo e regioni”. Quest’anno “a fronte di tagli del servizio e aumenti del prezzo dei biglietti in diverse regioni, i disagi del trasporto pubblico su ferro sono aumentati”. Tanto che il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, parla di “una vera e propria emergenza nazionale”, per “i treni dedicati ai pendolari, di cui nessuno sembra intenzionato a occuparsi. Autentici drammi giornalieri si vivono sulle linee del Lazio, della Campania, del Veneto”. Tra i dati del rapporto – che sarà presentato il 18 dicembre nell’ambito della campagna di Legambiente dedicata alla mobilità sostenibile e ai diritti di chi ogni giorno si sposta in treno – emerge che “nel triennio 2010-2012 la media delle risorse stanziate è diminuita del 22% rispetto al 2007-2009. Nenche il governo Monti fornisce certezze per il futuro del trasporto pendolare in Italia. E per il prossimo anno i fondi per il trasporto pendolare sono destinati ancora a ridursi”.

Quest’anno i tagli ai servizi in Campania hanno toccato “il 90% sulla Napoli-Avellino e il 40% sulla Circumvesuviana. Sono stati del 15% in Puglia e del 10% in Abruzzo, Calabria, Campania e Liguria. Sono state chiuse 12 linee in tutto il Piemonte, in Abruzzo e in Molise definitivamente soppressi i treni della linea Pescara-Napoli. Con il nuovo cambio d’orario vengono soppressi tutti i treni tra Sibari e Taranto, sostituiti con autobus”. Intanto il prezzo del biglietto in Toscana è “cresciuto del 20%, nel Lazio 15% e in Liguria del 10% per il biglietto semplice e del 5% per gli abbonamenti mentre è previsto un’ulteriore maggiorazione del 3% per il 2013”. Aumenti che si vanno a sommare a quelli del 2011, come in Lombardia dove le tariffe erano già state incrementate del 23,4% l’anno passato.

La differenza tra merito e ‘me-lo-merito’

di 

Finalmente  – e inevitabilmente – la questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro paese. Essa riguarda la selezione della classe dirigente, non solo nel pubblico, ma anche nel privato. Oggi, ne parlano tutti. Ma pochissimi riconoscono l’equivoco tra  merito e “me-lo-merito”.Mi spiego. Spesso i sostenitori del merito non sono solo interessati a una società ‘aristocratica’, cioè dei migliori: essi sostengono il merito perché pensano di possederlo. Capovolgendo la famosa frase di Groucho Marx, una società che non riconosce il mio merito non può che esser sbagliata, se non corrotta.

Per questa ragione – oltre all’oggettiva schifezza che oggi ci circonda – le campagne sul merito attirano molti consensi: perché offrono a molti la speranza che ciò che essi ritengono di meritare sarà sempre riconosciuto in una ipotetica “società dei migliori”. Ma è davvero così? O meglio: quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude?

Oggi è del tutto assente dal discorso sul merito la circostanza che, nella sua declinazione concreta, il merito si ‘misura’ in termini relativi e comparativi, cioè all’interno di uno schema concorrenziale. Esser meritevoli (o pensare di esserlo) non basta a far parte della “società dei migliori”, dipende anche, e soprattutto, dal merito degli altri.

La concorrenza è un modo semplice per selezionare: vinca il migliore. Vero. Ma restano comunque due problemi.

Il primo è che, in molti ambiti – nel lavoro e nell’istruzione – la valutazione è spesso soggettiva e comunque parziale (nel senso che tende a premiare di più ciò che è più facile da misurare). Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde).

Il secondo è che la concorrenza per il merito genera quella che Fred Hirsch (“I Limiti sociali allo sviluppo”, 1976, Bompiani) chiamava ‘la scarsità sociale’. Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. E’ qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Se la corsa al merito genera scarsità sociale nell’istruzione possono crearsi tre effetti perversi: il primo è che solo chi ha mezzi personali idonei può accedere ‘in media’ a percorsi di successo e resistere alla gara per i titoli, permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli e ciò alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; il secondo è che viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); il terzo è che la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza. Finiamo per far tutti la stessa gara, indipendentemente dai nostri talenti e dalle nostre inclinazioni, aumentando il numero di perdenti.

L’insopportabile retorica del ‘devi-avere-un-master’ (quale? di che tipo? in quale disciplina? per far cosa?), rivolta a ogni giovane laureato italiano, è figlia di questi equivoci (e del nostro provincialismo atavico).

Beninteso: siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni.

La “società dei migliori” sarà certo meglio di quello che abbiamo oggi, ma dubito sia la migliore società. Quantomeno discutiamone nel merito, del merito.

Scuola, il fumogeno del ministro Profumo

di 

A un mese dalla proposta choc del ministro Profumo (le famose 24 ore) che ha messo in allarme il mondo dei prof e a una settimana dagli atti (modifica in commissione Cultura e bilancio) che ne hanno preannunciato il prossimo dissolvimento, restano nella scuola le conseguenze di questo atto mancato. Tra scioperi, assemblee sindacali, collegi autoconvocati, manifestazioni e assemblee studentesche il ministro Profumo ha causato più danni, in termini di perdita di ore di lavoro e di studio, della peggiore influenza stagionale.

In un sol colpo è anche riuscito a rinvigorire quella parte di società che vede la scuola e l’istruzione pubblica come un inutile spreco presentando la questione in modo subdolo: non di ore di insegnamento frontali bisogna parlare, infatti, ma delle ore a corollario dell’insegnamento che (siano 6, 10 o 40 alla settimana) comporterebbero, qualora fossero trascorse a scuola, la necessità di rivedere e ampliare completamente i nostri già fatiscenti spazi scolastici per dare la possibilità a tutti i docenti non solo di essere fisicamente in istituto ma di avere anche uno spazio dove lavorare.

Ma sarebbe una riforma che non ridurrebbe affatto la spesa, anzi; e dunque meglio buttare lì una proposta provocatoria, in completa violazione del contratto nazionale, arrogantemente unilaterale; meglio produrre sdegno che ragionamenti, magari approfittando del polverone per far passare qualche finanziamento in più per le scuole private.

Il fumogeno lanciato da Profumo all’interno della scuola pubblica ha inoltre inevitabilmente prodotto, non credo solo nella mia scuola, un inasprimento dei rapporti tra colleghi, tra docenti e presidenza: ci si è trovati, per reagire in qualche modo, ad assumere atteggiamenti anche intransigenti rischiando di compromettere rapporti collaborativi.

Il fumogeno lanciato da Profumo ha innalzato la tensione nelle scuole e nelle piazze, saldando l’indignazione dei docenti alle sacrosante richieste degli studenti: i risultati si sono visti negli scontri di Roma. Il fumogeno di Profumo ha agitato i manganelli degli agenti.

Il fumogeno di Profumo ha la stessa carica ipocrita di quelli piovuti dalle finestre (andiamo ragazzi, siamo tutti cresciuti a pasta e moviola!) del Ministero di Giustizia sulle teste dei giovani studenti italiani: un gesto vigliacco.

Certo, se poi un domani il ministro Severino ci spiegherà che Profumo, in realtà, non ha consegnato nelle mani di Monti la famosa proposta delle 24 ore ma si è trattato di un fortuito rimbalzo (Profumo è inciampato e le pagine della sua pratica si sono sparpagliate per la stanza finendo, alcune di esse, casualmente nella cartelletta di Monti) allora potremo cominciare a guardare al ministro Profumo in modo diverso, come a un simpatico pasticcione, passato lì per caso.

Ricerca scientifica: meritocrazia senza quattrini

di 

La spending review, come è noto, ha indicato le voci della spesa pubblica sulle quali si doveva risparmiare: erano esclusi i soli costi della politica (le feste del sig. Fiorito e dei suoi amici; i viaggi del sig. Formigoni; etc.). La spesa pubblica, non ci stancheremo di dirlo, paga i servizi che lo stato offre ai cittadini, servizi che quasi sempre corrispondono a diritti sanciti dalla legge. Risparmiare sulla spesa pubblica significa in genere sottrarre un diritto a qualcuno, necessità dolorosa ma forse giustificata dal rischio del tracollo dello stato.

Tra le voci da tagliare c’erano scuola e ricerca, per quasi 600 milioni di euro in tre anni: di qui le maldestre ipotesi di aumento dell’orario dei docenti, riduzione delle ferie e quant’altro. Come prevedibile la scuola si è compattamente ribellata: i docenti si oppongono ad una vessazione di dubbia utilità e gli studenti difendono il loro diritto ad una istruzione decorosa, peraltro già tartassata. Non conosco i problemi della scuola abbastanza per parlarne pubblicamente: altri sono più qualificati di me a spiegare i danni che la manovra avrebbe causato. Ma su un punto non possono esserci dubbi: un taglio di 600 milioni fa danni.

Poiché la manovra economica non poteva essere vanificata, i soldi da qualche parte dovevano essere risparmiati: dove tagliare? Monti e i suoi ministri sono accademici e conoscono bene i loro polli: hanno tagliato varie spese e tra queste 20 milioni l’anno per tre anni sul finanziamento pubblico della ricerca, fondi cosiddetti PRIN e FIRB. E’ un gioco che in Italia funziona sempre. Il pubblico in fondo non capisce la ricerca e disprezza la cultura: Grande Fratello batte Superquark per dieci a zero. Gli addetti alla ricerca che dovrebbero protestare sono divisi: la metà di loro si è fatta abbagliare dalla retorica di una malintesa meritocrazia e quindi ritiene che ottenere un finanziamento sia una prova del proprio valore scientifico e non ottenerlo sia una vergogna. Consegue che pochi scienziati italiani hanno il coraggio di protestare per il taglio dei finanziamenti: chi lo facesse ammetterebbe di non essere il più bravo di tutti, quello la cui ricerca ottiene sempre il finanziamento perché è eccellente e supera qualunque prova.

Non scrivo questo post per invitare i miei colleghi a ribellarsi, a scioperare, a opporsi: li conosco bene quanto Monti e so che Monti ha ragione. Lo scrivo per i colleghi dell’ANVUR: amici, vi hanno fregato. Vi hanno reso attori di una pantomima nella quale si valuta il merito per premiarlo con un taglio di 60 milioni di euro. Fate vedere che avete una spina dorsale: dimettetevi in blocco. Rifiutate questo gioco: voi non potete non sapere che il taglio punirà scienziati di valore, che voi vi apprestate a promuovere. I soldi ce li leveranno lo stesso ma almeno avrete rifiutato di farvi usare perché la meritocrazia che voi applicate è uno specchietto e noi (inclusi voi) siamo le allodole; Monti è il cacciatore.

Il punto G di Grillo: la società dello spettacolo

di 

“E’ il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show. L’atteso quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol, seduto in poltroncine a schiera, accomunato ai falsari della verità, agli imbonitori di partito, ai diffamatori di professione, devastato dagli applausi a comando di claque prezzolate”. E ancora : ”Li’, in una gabbia di un circo, come su un trespolo, muto per ore, povera presenza rituale di cui si vuole solo lo scalpo, macellato come un agnello masochista, rispondi per i quattro minuti che ti sono concessi a domande preconfezionate poste da manichini al servizio dei partiti”.

Il punto G di Grillo è la G di Guy Debord. Guy  ”Nasce a Parigi nel 1931 dove scopre il surrealismo e le avanguardie artistiche e letterarie. Si unisce al gruppo di Isidore Isou. Nel 1952 l’ala radicale del lettrismo si stacca dalle posizioni del suo fondatore Isou, e Debord dà vita all’Internazionale Lettrista.
Nel 1957 Debord partecipa alla fondazione dell’Internazionale Situazionista, che unisce una serie dimovimenti artistici europei in una critica radicale della società capitalistica e dell’industria culturale. Gli strumenti individuati per superare l’arte borghese sono quelli della psicogeografia, dell’urbanismo unitario e del détournement. Nel 1967 scrive il suo saggio più celebre, La società dello spettacolo, che denuncia profeticamente il processo di trasformazione dei lavoratori in consumatori nel sistema economico capitalista“.
Scrive Debord in modo profetico:  “La separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo. L’istituzionalizzazione della divisione sociale del lavoro, la formazione delle classi avevano elevato una prima contemplazione sacra, l’ordine mitico di cui ogni potere si ammanta fin dalle proprie origini. Il sacro ha giustificato l’ordinamento cosmico e ontologico che corrispondeva agli interessi dei padroni, ha spiegato e abbellito ciò che la società non poteva fare”.
Credo che nessun attivista del Movimento 5 stelle e lo stesso Grillo che confido conosca Debord, essendo stato amico fraterno di Fabrizio De Andrè, possa negare quanto affermato. Debord continua : “Ogni potere separato è dunque spettacolare, ma l’adesione di tutti a una simile immagine immobile non significava altro che il comune riconoscimento di un prolungamento immaginario alla povertà dell’attività sociale reale, ancora largamente avvertita come una condizione unitaria. Lo spettacolo moderno al contrario esprime ciò che la società può fare ma in questa espressione il permesso si oppone in modo assoluto al possibile.Lo spettacolo è la conservazione dell’incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni d’esistenza. Esso è il proprio prodotto, ed è esso stesso che ha posto le sue regole: si tratta di uno pseudo-sacro…Ogni comunità e ogni senso critico si sono dissolti nel corso di questo movimento, nel quale le forze che hanno potuto crescere separandosi non si sono ancora ritrovate.” La spettacolarizzazione dunque crea un prodotto di cui essere spettatori, crea alienazione perché essendo spettatori noi non possiamo essere protagonisti. Se è vero che “Nello spettacolo, una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo, e gli è superiore. Lo spettacolo non è che il linguaggio comune di questa separazione. Ciò che lega gli spettatori non è che un rapporto irreversibile allo stesso centro che mantiene il loro isolamento. Lo spettacolo riunisce il separato ma lo riunisce in quanto separato” quanto questo è valido anche per i comizi/spettacolo di Grillo stesso che per sua definizione è comico ma ora anche capo politico? quanto Grillo stesso usa lo spettacolo, la spettacolarizzazione, monopolizzando l’attenzione del pubblico?
Debord continua: “L’alienazione spettatore a vantaggio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della propria attività incosciente) si esprime così: più esso contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il propriodesiderio.L’esteriorità dello spettacolo, in rapporto all’uomo agente, si manifesta nel fatto che i suoi gesti non sono più suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. Questo perché lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto”.
Lo spettacolo è dappertutto, anche nella casa del capo politico del Movimento 5 stelle, perché allora demonizzare chi si presenta in un talk show? Non è forse spettacolo così come un comizio di Grillo stesso dove peraltro non c’è contraddittorio? In un saggio commento di un lettore de ilfattoquotidiano.it ho letto: “I problemi di Di Pietro nascono anche dall’essere fondatore ed eterno lider maximo di un club a gestione monocratico-familistica con pretesa di essere un partito organico, ma in cui a nessuno degli altri membri egli in realtà dà spazio per contare qualcosa di più del due di briscola” e ancora: “volersi atteggiarsi a Grillo dissacratore e scassa-sistema senza averne il fascino istrionico e accattivante. Ora i nodi stanno venendo al pettine, e il suo partito-club rischia il dissolvimento dall’interno e l’annichilimento elettorale. Me ne dispiace molto,  perché il personaggio ha anche qualità e propositi politici che potrebbero essere alquanto utili per il paese”. Siamo sicuri che queste caratteristiche proprie del “personaggio” non siano anche di Grillo? Quanto oscura i singoli movimentisti con la sua presenza? E lui, essendo uomo di spettacolo, quanto soddisfa il suo punto G?

Obama, 4 anni dopo. Yes we can ?

Barack Hussein Obama, 4 agosto 1961, 44° presidente Stati Uniti. Se vincerà Obama, all’alba del 7 novembre il mondo non sarà un posto peggiore, anche se il primo nero alla Casa Bianca non è stato, come presidente, alla pari con le attese messianiche che la sua campagna 2008 e il suo slogan, Yes, we can, avevano suscitato in tutto il pianeta. E pure l’Obama candidato 2012 non è stato così visionario e così coinvolgente come quello di quattro anni or sono. Rapidamente incanutito dal peso della responsabilità, Obama pare avvertire la delusione sua e dei suoi sostenitori per non essere riuscito a realizzare tutto quello che aveva promesso e che sperava di fare e sembra misurare le difficoltà di realizzare i suoi progetti, specie quando il Congresso gli è a metà contro.

L’uomo che voleva restituire agli Stati Uniti un rispetto internazionale non affidato solo alle torrette dei carri-armati e che voleva dare a tutti gli americani la sicurezza di un’assistenza sanitaria ha centrato questi obiettivi, aprendo al dialogo con il mondo arabo e con l’Islam moderato, ritirando le truppe da combattimento dall’Iraq e programmando il ritiro dall’Afghanistan. Sono risultati che gli sono valsi, a priori, il Nobel per la Pace, assegnatogli sulla fiducia nel 2009, “per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”; e che, ancora oggi, gli confermano un ampio sostegno internazionale.

E’ vero che le diplomazie antepongono l’usato sicuro al nuovo incerto, ma le percentuali con cui gli europei e il mondo arabo lo preferiscono al suo rivale Mitt Romney in altri tempi si sarebbero dette bulgare. Solo Israele gli resta freddo: si sentirebbe più protetto da Romney, che non mette paletti all’alleato mediorientale. Ma la presidenza di Obama, e il giudizio che ne daranno gli elettori, sono stati totalmente segnati dalla crisi economica, che l’amministrazione repubblicana gli consegnò in eredità: quando Obama s’insediò alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009, il tasso di disoccupazione negli Usa era del 7,8% e salì subito sopra l’8%, rimanendovi per 43 mesi consecutivi, tre anni e mezzo abbondanti, il periodo più lungo da quando, nel 1948, i dati vengono raccolti e classificati.

Adesso, sono 25 mesi consecutivi, oltre due anni, che l’occupazione aumenta mese dopo mese: in estate il tasso è sceso sotto l’8%, a settembre era al 7,8%, ora è tornato d’un decimo su rispetto all’inizio della presidenza. E resta il fatto che nessun presidente americano è mai stato rieletto con una disoccupazione così elevata, ad eccezione di Franklin Delano Roosevelt, il democratico che si trovò a rimettere in piedi l’economia dopo il crollo del 1929. Nato alle Hawaii, padre di origine kenyana, Obama ha una storia politica breve: durante gli studi alla Columbia University e alla Harvard Law School, fu organizzatore e attivista politico nella sua Chicago, nella scia di quel Saul Alinski che ebbe uno stretto rapporto con Jacques Maritain. Lavorò come avvocato nella difesa dei diritti civili e fu docente universitario di diritto costituzionale dal 1992 al 2004. Senatore dello Stato dell’Illinois a tre riprese dal 1997 al 2004, Obama provò nel 2000 ad approdare a Washington, alla Camera, ma fallì. Divenne invece senatore dell’Illinois al Senato di Washington nel 2004: quell’anno, John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, gli affidò il discorso più importante alla convention democratica.

Al Senato Obama non fece neppure in tempo a concludere un mandato: si dimise dopo l’elezione a presidente il 4 novembre 2008. Per arrivare alla Casa Bianca, gli fu più difficile avere la meglio, nelle primarie, di Hillary Rodham Clinton, ex first lady, poi punto di forza della sua amministrazione al Dipartimento di Stato, che battere il rivale repubblicano John McCain. La crisi, allora, gli diede una mano: nonostante McCain fosse il meno bushiano dei repubblicani, l’avvicendamento apparve, a quel punto, inevitabile.

Oggi, la stessa crisi potrebbe condannarlo. Ma, ancora una volta, i repubblicani gli danno una mano: la promessa di Romney di creare 12 milioni di posti di lavoro appare una spacconata e le ricette economiche ultra-reaganiane del suo vice Paul Ryan spaventano la classe media e lusingano solo l’un per cento degli americani più ricchi. Una mano gliela dà pure la famiglia: Michelle Robinson, avvocato anch’essa, è una first lady molto popolare (due le figlie: Malia, 14 anni, e Sasha, 11). A sposarli, nel 1992, fu il reverendo Jeremiah Wright, un personaggio controverso, la cui influenza su Barack, cresciuto in un ambiente non religioso, è molto discussa.

Università e merito: dai precari uno stop ai concorsi manipolati

di 

Ilaria Negri è una giovane entomologa che nel gennaio 2010 partecipa a un concorso da ricercatore in “Entomologia Generale e Applicata” presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano.Ha tutti i numeri per aspirare a quel posto: ha molti titoli, detiene un brevetto, ha già dimostrato di saper svolgere ricerca ad alto livello, riuscendo a pubblicare i suoi lavori su riviste scientifiche di primo piano come i “Proceedings of the Royal Society of London” e i “Proceedings of the National Academy of Science”, che non di rado ospitano contributi di ricercatori che hanno vinto il premio Nobel.

Il posto viene assegnato invece a una candidata i cui lavori hanno trovato spazio soprattutto su news magazine come “Molini d’Italia” e “Vita in campagna”,  oppure sul “Bollettino di Zoologia agraria e di Bachicoltura”, rivista “fatta in casa” dallo stesso dipartimento universitario cui afferisce la vincitrice, e diretta proprio dal professore che presiede la commissione giudicatrice del concorso.

La vincitrice risulta inferiore a quasi tutti gli altri candidati secondo ogni ragionevole criterio di selezione. Ma è allieva e collaboratrice del presidente della Commissione, insieme al quale ha scritto circa metà delle sue pubblicazioni. Resoconti dettagliati della disparità tra i candidati si possono leggere qui e qui.

Il conflitto di interessi è macroscopico, ma tutt’altro che eccezionale. Situazioni del genere si verificano molto spesso nei concorsi universitari. I ricercatori precari però raramente si ribellano. Perché sono squattrinati e i ricorsi costano molto, e perché temono ritorsioni. Ilaria invece dice no, e dà fondo ai suoi risparmi per fare ricorso al Tar. Che riscontra gravi illegittimità nel comportamento della commissione: il concorso viene annullato.

Tuttavia, la procedura si ripete con la stessa commissione, che conferma l’esito precedente. Ilaria non si arrende, ricorre e vince ancora: il Tar annulla anche il nuovo concorso, intima all’Ateneo di cambiare commissione e sospende per la seconda volta la nomina della vincitrice. Che viene invece tenuta in servizio dall’Università di Milano con il ruolo e lo stipendio di ricercatore, a spese dei contribuenti.

Nell’aprile scorso il concorso si ripete per la terza volta, con lo stesso esito delle volte precedenti. Oggi però Ilaria non è più sola a combattere contro i mulini a vento. Un gruppo di ricercatori ha infatti aperto una sottoscrizione pubblica per finanziare le spese del ricorso, su di un sito dal nome molto evocativo: “Soccorso Concorso”.

Al gruppo, chiamato Secs-Team (Secs sta per “scienze economiche e statistiche”), e a Ilaria NegriReport ha dedicato un bel servizio di Giuliano Marrucci.

Nel loro appello si legge che “la storia di Ilaria appartiene a tutti coloro che vogliono un’università diversa, dove i concorsi si vincono per merito, seguendo standard di qualità scientifica riconosciuti internazionalmente.”

Il ricorso di Ilaria, e il suo finanziamento collettivo, permettono di stabilire pubblicamente un principio, e cioè che è ora di cambiare direzione, che il merito scientifico deve essere sempre l’elemento più importante per la valutazione dei ricercatori, che i concorsi servono per selezionare candidati capaci di partecipare al dibattito scientifico internazionale, anziché a garantire uno stipendio a vita (pagato dalla collettività) ai collaboratori personali dei presidenti delle commissioni.

Ilaria ci aiuta a dire ai candidati dei prossimi concorsi, ai ragazzi che cominciano a fare ricerca, a chi segue i baroni perché ha paura di non poter far altro che seguirli, che le carriere si possono costruire diversamente, evitando di essere schiavi di un “padrino” per tutta la vita. Mostriamo di crederci quanto lei contribuendo a una battaglia che non è soltanto sua, ma di tutti.

La ricerca nella repubblica di Bananas

di 

“Ora la legge sono io … d’ora in avanti la lingua ufficiale dello stato di Bananas sarà lo svedese … tutti i cittadini saranno obbligati a cambiarsi la biancheria ogni trenta minuti …. Tutti i ragazzi sotto il sedicesimo anno di età, a partire da ora, avranno sedici anni..” Il dittatore dello Stato libero di Bananas di Woody Allennon aveva il problema di riorganizzare la ricerca del proprio paese, altrimenti avrebbe senz’altro aggiunto“A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge il Consiglio nazionale delle ricerche, l’Istituto nazionale di fisica nucleare, l’Istituto nazionale di astrofisica, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l’Istituto italiano di studi germanici, l’Istituto nazionale di alta matematica, il Museo storico della fisica, il Centro di studi e ricerche “Enrico Fermi” nonché l’Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori … sono soppressi e i relativi organi statutari decadono”.

A questo ha pensato il Ministro Profumo, espressione di un governo chiamato a gestire l’emergenza dell’uscita (?) da “diciotto anni di centro destra (che) hanno un bilancio eticamente disastroso e politicamente impresentabile…” , ma che, approfittando di un vuoto politico, di fatto sta minando le fondamenta stesse del paese. Si dirà che sono tecnici che in maniera asettica cercano di aggiustare le cose. Ma come sottolinea Luciano Gallino “Si può ragionevolmente definire “tecnico” un ministro con competenze specifiche, come un medico che diventa ministro della Sanità, però poi le decisioni che si prendono sono sempre squisitamente politiche”. E la soppressione degli enti di ricerca non è un problema tecnico, quanto piuttosto un’importante decisione politica e purtroppo del tipo di quelle descritte da Woody Allen.

Come scrivono in una lettera al Presidente della Repubblica , sperando di trovare una sponda interessata al bene comune e all’interesse pubblico, alcuni scienziati: “ecco perché oggi ci sentiamo in difficoltà e in imbarazzo di fronte alla notizia di un progetto di trasformazione del sistema della ricerca pubblica nazionale. Un progetto che cancella in un sol colpo tutti gli Enti di Ricerca vigilati dal MIUR e li ricompone dentro un nuovo Ente … oltre alla costituzione di un’Agenzia per il finanziamento della ricerca e a quella di un’Agenzia per il trasferimento tecnologico. Una sorta di modello tedesco, senza però gli investimenti che i tedeschi sono in grado di garantire a quel modello.” Una riforma che “nasce per ottenere una riduzione di finanziamento e non a caso si inserisce nella Legge di stabilità per il 2013 nella voce dei “risparmi” non certo in quella degli “investimenti”.” Una riforma che appena ventilata ha riscosso l’opposizione unanime di ricercatori, di presidenti degli enti di ricerca e di sindacati. Tra l’altro con risparmi effettivi del tutto risibili che saranno fatti sulla pelle dei precari.

Perché una mossa del genere? Il ministro Profumo dichiara che sia necessario mettersi insieme percompetere per i fondi europei Horizon 2020 sottolineando che l’Italia contribuisce in Europa più di quanto riesca ad ottenere in termini di progetti: ma non sarà che, a fronte di un finanziamento in proporzione al PIL,  in Italia ci sono la metà dei ricercatori (in percentuale alla popolazione) che in Francia e un terzo che in Germania? In realtà, non è la prima volta che si tenta di accorpare gli enti di ricerca: ci avevano provato Tremonti-Gelmini nel 2011 e poi Monti-Profumo lo scorso giugno. Oggi siamo alla prova finale ma con rilancio in quanto si vogliono accorpare tutti gli enti, senza un dibattito pubblico ma con l’urgenza dettata dall’imminente tramonto della stagione del vuoto politico. Quest’operazione appare motivata più da una cieca ideologia che da conoscenze non solo scientifiche, ma anche storiche. Accorpare un ente a un altro non è la stessa cosa che mettere in dispensa patate e carote. Piuttosto si tratta di dare senso e struttura al lavoro di migliaia di ricercatori che si occupano di problemi diversi, e che hanno esigenze e storie diverse. Rifacendosi al recente passato, è sufficiente ricordare le difficoltà conseguenti all’accorpamento dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia al CNR stesso, iniziata dal ministro Moratti e conclusa dal ministro Mussi, per capire cosa ci passa tra il dire e il fare.

Insomma invece di una “maxi semplificazione molto utile per le imprese”, come celebra il Sole24Ore, declassato al ruolo di velina ministeriale, questo è un ulteriore passo del progetto di ristrutturazione e smantellamento del sistema dell’istruzione e della ricerca portato avanti daConfindustria che “nel solco della tradizione italica del capitalismo assistito” s’inventa “un modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero.” Rivoluzione spalleggiata dalle solite teste d’uovo secondo cui “C’è una grande crisi e si taglia dappertutto. Tagli indiscriminati… messaggio giusto. Sbagliata l’interpretazione secondo cui lo Stato deve continuare a spendere a pioggia nei grandi laboratori pubblici, nelle università: questo è un grave errore perché purtroppo oggi questa spesa non dà ritorno”.

 Si tratta dunque di un’operazione che, piuttosto che promuovere una maggiore efficienza, nasce sotto il segno dell’ideologia e rischia di sacrificare gli enti di ricerca a fini demagogici. Il ministro, in perfetta continuità con il suo predecessore, porta avanti i progetti più spericolati senza curarsi della loro fattibilità tecnica e tanto meno delle loro conseguenze. L’obiettivo è la formazione di un’agenzia controllata dal Governo e priva di una reale autonomia, che, nemmeno fosse ispirata all’URSS vecchia maniera, dovrebbe muoversi nel solco dell’Agenzia Nazionale di Valutazione, con i suoi memorabili risultati. Malgrado tutto, non è stata ancora instaurata la dittatura del proletariato (o chi per lui), ma questi deliri dirigisti finiranno per condizionare la libertà di ricerca, mortificando la comunità scientifica del paese. Che un giorno dovrà pur reagire per riconquistare il ruolo che dovrebbe avere nell’elaborazione delle politiche della ricerca: perché il tanto declamato sviluppo, invece che essere promosso dall’alto per decreto, non può fare a meno delle competenze di chi è impegnato quotidianamente nell’innovazione e nella ricerca.

Legge 194, alle donne non servono compromessi

di 

“Mi rendo conto che la mia candidatura dà fastidio e che si tenti di montare una macchina del fango per dividere, in questo caso, il fronte delle donne…..”.

Con queste parole Laura Puppato, consigliera regionale del Veneto e candidata alle primarie del Partito democratico, ha commentato nei giorni scorsi, un articolo di Alberto Capece Minutolo sul blog Il Simplicissimus che criticava il suo ruolo di promotrice della nuova legge regionale del Veneto che disciplina “le iniziative dei diritti etici e della vita nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie”. Una legge nata da un compromesso dopo la bocciatura di una legge di iniziativa popolare promossa dai movimenti contro la 194 che avrebbe  permesso ai rappresentanti delle associazioni antiabortiste di “dissuadere con  ogni mezzo” le  donne dalla scelta dell’aborto.

Grazie a questa legge, approvata con 33 voti equamente distribuiti tra Pd, Pdl e Lega, le associazioni private potranno entrare nei reparti ospedalieri, nei consultori e nelle strutture socio-sanitarie dove si pratica l’aborto per “informare sui diritti dei cittadini con riferimento delle questioni etiche e della vita”.

In attesa che la Regione Veneto detti il regolamento di applicazione delle legge e i criteri di selezione delle associazioni, molte sono le domande e i dubbi sul significato di questa legge regionale in un contesto in cui l’obiezione di coscienza di medici e paramedici sta di fatto svuotando la legge 194 che, negli articoli 2 e 5, già, dispone che il personale socio sanitario qualora ravvisi nelle donne, dubbi o impedimenti che ostacolino la scelta della maternità, forniscano tutte le informazioni e il supporto necessari ad aiutarle per proseguire la gravidanza.

Mi soffermo a pensare a quella frase riferita all’articolo come ad “macchina del fango per rompere il fronte delle donne”. Ma Laura Puppato è davvero con le donne su quel fronte, per uscire dall’oscurantismo che tenta sempre di negarne i diritti e la libertà di scelta?

Chi sta sul fronte con le donne? Sui corpi delle donne la politica non dovrebbe mediare (e quando lo fa è al ribasso) o agitare vessilli. Le battaglie non sono quasi mai per noi e i nostri corpi  ma quasi sempre su di noi e sui nostri corpi.

La 194 è una legge che ha sottratto le donne all’aborto clandestino, garantendo loro assistenza sanitaria e cure adeguate, sostenendo l’autodeterminazione delle donne nella scelta della maternità,  ma è una legge che rischia di diventare inapplicata. In Molise, Sicilia, Campania, Bolzano la percentuale dei medici obiettori tocca ormai l’80%, in Basilicata è oltre l’85%, in tutto il territorio italiano si è ormai arrivati al 70%.  Quando poi le donne abortiscono rischiano di vedersi negata l’assistenza nei reparti di ginecologia o di ricevere umiliazioni e offese, come testimonia il libro Abortire tra obiettori che in questo passaggio così commenta quello che vivono le donne: “Le pazienti nei reparti di Ivg sono vessate, colpevolizzate inutilmente, sottoposte a trattamenti invasivi aggiuntivi. La storia dell’Ru486 nelle tecniche abortive, è una storia costellata di insensati veti e di passaggi burocratici che hanno rivelato  che il mondo della scienza in Italia è un mondo “etico” dove la coscienza del medico è prioritaria rispetto alla salute delle donne, e dei pazienti in generale”.

Quante altre coscienze portatrici di una loro etica, dovranno intromettersi in quella scelta tutta intima e personale delle donne, di portare avanti una gravidanza oppure no?

Da chi sta sul fronte con le donne mi aspetto che si impegni per una piena applicazione della legge 194, contro lo svuotamento della legge operato dagli obiettori e che sottragga le donne al rischio di tornare all’aborto clandestino o di essere sottoposte ad una sorta di caccia alle streghe in un momento critico e delicato della loro vita. Ma forse sto su un altro fronte rispetto a quello di Laura Puppato.

di  |

E’ questo ciò che l’Italia può offrire a una coppia di innamorati?

Lettera inviata ai giornali italiani il 5 ottobre 2012. Nello stesso giorno, cortei studenteschi e duri scontri con la Polizia in molte città italiane.
 

Mi chiamo Erika Lanoni, sono una ragazza di 28 anni che lavora (fortunatamente!) come educatrice presso una Cooperativa Sociale romana. Ho un compagno di 36 anni, Daniele, ed è per lui che sono qui a scriverLe.

Nel febbraio del 2012 ha preso la coraggiosa decisione di dimettersi da un contratto a tempo indeterminato (dimissioni per giusta causa, dato il reteirato ritardo nei pagamenti degli stipendi) che aveva presso una società in sub-appalto a Trenitalia, che di lì a 3 mesi ha poi dichiarato “fallimento” mettendo oltre 250 dipendenti in cassa integrazione (la società è la Format Contact Center Srl, qualora vogliate fare dei “controlli” sulla veridicità delle mie affermazioni).

All’epoca io scrissi a diverse testate giornalistiche, al programma di Striscia la Notizia e al programma Le Iene, senza ovviamente ottenere un riscontro, in quanto molto probabilmente, trattandosi di una società importante (Trenitalia, appunto) nessuno aveva voglia di ”macchiare” la propria carriera per 250 misere persone comuni.

Il nostro caro Bel Paese, in fondo, permette alle società di attuare questi magnifici “giochini”, creando mini-società con capitale di 10.000 €, con 200/300 dipendenti e con una sola commessa lavorativa, commessa che, una volta “persa” fornisce alle suddette società un ”alibi” per mandare a casa tutti i dipendenti, senza nessuna conseguenza.

Ma questo è un altro discorso che, qualora Lei voglia, sarei disponibile ad intraprendere ed approfondire.

Ad oggi sono qui a “denunciare” il fatto che, da aprile 2012 il mio compagno ha inviato circa 316 curriculae (purtroppo sono dimostrabili solo le candidature degli ultimi 2 mesi, posso fornirne prova) ed è stato contattato da una sola società, la quale ha fatto un colloquio conoscitivo e non ha mai più richiamato.

Ha 36 anni ed è quindi considerato “vecchio” per il mondo del lavoro, perchè infondo le leggi agevolano esclusivamente le assunzioni degli under 30 (ovviamente sempre a favore delle società, che “risparmiamo” facendo contratti di apprendistato).

E quindi ci ritroviamo, ad oggi, con il mio unico stipendio, che non ci permette ovviamente di andare avanti.. Saremo a breve costretti a dare disdetta del contratto di affitto, il mio compagno dovrà tornare a casa dei suoi genitori ed io.. Non lo so, forse prenderò una stanza in affitto da qualche parte.. Abbiamo anche due cagnolini trovati qualche mese fa abbandonati per la strada, che non sappiamo a chi dare, forse a qualche amico..

E’ davvero questo quello che ha da offrire il nostro Paese a due giovani innamorati disposti a qualsiasi sacrificio, pur di stare insieme? A due giovani persone che l’unica cosa che chiedono è il diritto al lavoro?

Le sto scrivendo per capire se, in qualche modo, sia possibile avere un piccolo spazio in qualche articolo di giornale o in qualche trasmissione televisiva per tutti quegli italiani, “disperati ed esasperati” come noi, che non riescono, per quanto si sforzino, a trovare una via d’uscita..
Sarebbe fattibile un piccolo programma che usi la grande forza comunicativa dei Media per cercare lavoro per tutte queste persone? Abbiamo bisogno, noi due e tutti gli italiani, di qualcuno che sia disposto a darci voce, facendoci uscire dall’anonimato e dalla crisi che ci circonda…

Sperando vivamente in un Suo riscontro, Le porgo i miei
più cordiali saluti,

Erika Lanoni

una 28enne italiana con le lacrime agli occhi
delusa, consumata, e sfruttata dal suo Paese

 

Di Dario Esposito

Volunia: il motore che rivoluziona la ricerca sul web

E’ stato svelato e presentato il nuovo motore di ricerca italiano per eccellenza, o meglio, il progetto che sembra potrà superare i risultati di Google, Bing e Yahoo : Volunia.

L’ideatore di Volunia è Massimo Marchiori, professore di Computer Science all’università di Pavia e realizzatore di Hyper Search, il primo motore di ricerca appositamente creato per prendere in considerazione i link dai quali poi si va a creare il ranking delle pagine web.

Le prime indiscrezioni presentanoVolunia come il motore di ricerca del futuro: lo scopo di questo nuovo strumento, tuttavia, non vuole essere una sfida a Mountain View e al colosso di Google ma una svolta nell’utilizzo del web.

Volunia, infatti, punta a rintracciare contenuti web in arrivo da tutto il mondo, scegliendoli, però, uno a uno partendo dal concetto di ‘comprensione‘ di quello che c’è scritto in una data pagina. Plus di Volunia, poi, si ritrova anche nella decisione di imprimere al motore di ricerca uno spirito global già alla sua nascita: sarà infatti attivo in ben dodici lingue.

Ma quali sono le capacità di Volunia?
Marchiori ha realizzato un motore di ricerca in grado di analizzare le pagine web e comprendere il significato di quanto scritto in esse. Una caratteristica ottima non solo per l’indicizzazione dei contenuti, ma anche per creare una valida alternativa alle potenzialità e qualità di Google.

E non si tratta solo di indicizzazione, Volunia possiede anche quell’imprescindibile carattere social che, oggi, diventa indispensabile sul web; come spiega Marchiori: “Sarà interamente focalizzato sull’esperienza utente”. Non a caso il motto dell’azienda Volunia Italia Srl è “Seek & Meet”, ovvero cerca e incontra. Una frase che fa pensare ad una web experience completamente diversa dalle precedenti: una fusione tra notizia, conoscenza e condivisione; caratteristiche che si addicono non solo ad un motore di ricerca ma anche ad un social network.

I responsabili di questo progetto non hanno detto che sarà un’alternativa a Google, ma che si presenterà come qualcosa di totalmente nuovo, senza precedenti.

E l’inventore di Volunia sostiene che fra cinque anni le sue funzioni saranno interamente implementate anche da Google e Yahoo! Probabilmente non si tratta di sfida ma, certamente, quando nasce qualcosa di tecnologicamente avanzato è difficile non fare paragoni.

Stati Generali della bici, messaggio di Napolitano

 
“Colmare gravo ritardo mobilità sostenibile”
Il Quirinale dà la sua adesione alla manifestazione organizzata dall’Anci in programma nel fine settimana per promuovere l’uso della bicicletta nel trasporto urbani. “Valorizzare forme alternative per lo spostamento quotidiano”
 

REGGIO EMILIA – L’Italia deve “colmare questo grave ritardo” nella diffusione della biciletta quale mezzo di mobilità urbana. Ad aderire con questa esortazione agli Stati generali della Bicicletta, in programma a Reggio Emilia per il 5 e 6 ottobre, è oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Colle ha fatto pervenire la sua adesione al presidente dell’Anci e sindaco del comune emiliano, Graziano Delrio, che ospita la due giorni di confronto. Il capo dello Stato, si legge in una lettera inviata dal segretario generale dei Quirinale, Donato Marra, “desidera esprimere vivo apprezzamento al Comitato promotore dell’iniziativa, che riunisce i rappresentanti delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo in un comune impegno civile”.

“E’ nell’auspicio del presidente Napolitano – prosegue il testo – che i risultati degli incontri promuovano soluzioni concrete e attuabili nel breve periodo, idonei alla progressiva e radicata diffusione di comportamenti responsabili, a basso impatto ambientale e capaci di migliorare in modo significativo nelle grandi città italiane la vita di tutti”.

Nel nostro paese, sottolinea ancora il Quirinale, e “in particolare nei vasti agglomerati urbani, persistono ancora seri ostacoli” che “ci allontanano dagli standard europei” per la tutela dell’ambiente ma anche “lo sviluppo di una mobilità sostenibile e la salvaguardia della sicurezza su strada. E’ necessario che l’Italia si avvii a colmare questo grave ritardo attraverso l’adozione di misure efficaci e lungimiranti capaci di definire un sistema integrato dei trasporti e di valorizzare forme alternative per lo spostamento quotidiano”.

Gli “Stati Generali della Bicicletta e della Mobilità nuova” nelle intenzioni dell’Anci, che ha promosso l’iniziativa, dovranno essere un momento importante di confronto e lavoro per dar forma a proposte concrete e vincolanti a favore di una mobilità più sicura e sostenibile nelle città. Gli Stati Generali saranno dunque un’occasione importante per confrontarsi sulla bicicletta in tutti i suoi aspetti grazie agli interventi di amministratori di ogni livello (locale, regionale e nazionale), esperti di mobilità sostenibile italiani ed esteri, rappresentanti di associazioni.

Il tema degli Stati Generali non sarà centrato esclusivamente sulla bicicletta, ma si ragionerà di mobilità urbana, di mobilità sostenibile e sicura per avanzare proposte nazionali e condivise in grado di soddisfare il più possibile le diverse esigenze di mobilità e spostamenti: quelle dei pedoni, dei ciclisti, del trasporto collettivo. Questo, con l’obiettivo di coinvolgere il maggior numero di associazioni e organizzazioni che si occupano di mobilità e qualità urbana in generale.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...