Cervelli in fuga

Indonesia, biologi marini. ‘Il nostro centro di ricerca tra i coralli del Pacifico’

Clara Serra e a Marco Segre Reinch sono arrivati a Bangka nel 2009 dopo una serie di delusioni e occupazioni precarie. Lì hanno aperto “Coral eye”, che accoglie studiosi di ambienti tropicali, viaggiatori e diver e ha dato lavoro a dodici indonesiani

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Una laurea in biologia marina e una passione per lo studio e per il mare non sono bastati a Clara Serra e Marco Segre Reinch per trovare lavoro in Italia. I due amici hanno quindi deciso di andarsene a vivere nell’isola di Bangka, in Indonesia, un piccolo paradiso di sabbia chiara, acqua cristallina, distese di mangrovie e palme da cocco. L’isola si trova nel Nord del Sulawesi, nel “Triangolo dei coralli”, zona del Pacifico in cui sono concentrati i tre quarti di tutte le specie di coralli del pianeta. Un luogo rinomato per gli appassionati di immersioni e snorkeling, in cui si incontrano anche dugonghi, delfini e tartarughe marine. Qui Serra e Reinch hanno fondato Coral eye, un centro di ricerca sui coralli che accoglie studiosi di ambienti marini tropicali, viaggiatori e diver.

La scelta dell’Indonesia, racconta Serra, è arrivata dopo una serie di delusioni e di occupazioni precarie. “Quando ho finito gli studi ho capito che sarebbe stato un miraggio trovare un lavoro come ricercatrice nel campo della biologia marina che mi permettesse di sentirmi realizzata e indipendente dalla mia famiglia. Ci ho anche provato, ma ogni anno era sempre peggio. Non ho mai visto alcun segnale di miglioramento nel mondo della ricerca e dell’università”. Reinch, invece, ha smesso di provarci da subito, anche a causa della “personale difficoltà ad accettare compromessi”.

Era l’autunno del 2009 quando i due italiani si sono ritrovati a vivere in tenda sulla spiaggia di Bangka. Avevano entrambi trent’anni. Costruire la struttura non è stato semplice, considerando che gran parte dell’attrezzatura è stata portata dalla terra ferma e che quando il mare è mosso non si riesce a navigare. Inoltre, come ricorda Serra, “all’estero sei tu lo straniero e quando sei via senti la mancanza degli affetti, della famiglia, degli amici più cari e ti dispiace non essere con loro nei momenti importanti”. Senza contare, aggiunge Reinch, che l’Indonesia “è un Paese culturalmente lontano anni luce dal nostro, in cui non è facile muoversi”.

Una delle ultime difficoltà che devono affrontare è rappresentata da una società cinese che, nonostante i divieti legislativi, vuole aprire a Bangka dei siti minerari che devasterebbero l’area per l’impiego di dinamite e di agenti chimiciGli abitanti del posto e i proprietari dei resort si stanno opponendo al progetto ma c’è il timore che la multinazionale possa avere la meglio, magari trovando l’appoggio di qualche politico locale corrotto. Nonostante questa minaccia, in ogni caso, secondo Reinch, “l’Indonesia dal punto di vista professionale resta sempre meglio dell’Italia. Io sono saldamente legato al mio Paese, nelle origini e negli affetti, ma torno soltanto per le vacanze e non credo che riuscirò mai a lavorarci”.

Coral eye dà lavoro anche a dodici indonesiani. E dal 20 settembre sono arrivati due ospiti speciali: due studenti universitari italiani che hanno vinto la prima edizione della borsa di studio istituita dal centro. Resteranno sull’isola per due mesi e con l’appoggio dello staff potranno sviluppare un proprio progetto di tesi sperimentale. “La borsa di studio – spiegano Serra e Reinch – nasce dalla nostra esperienza e dalla voglia di dare, in questi tempi difficili, l’opportunità agli studenti italiani di fare un’esperienza sul campo all’estero. L’intento, nel lungo periodo, è quello di riuscire a rendere l’iniziativa permanente”.

Ballerina in Olanda. “In Italia ti vogliono magra, alta e giovane. Qui più rispetto”

Gloria si è laureata alla Rotterdam Dance Academy, dove è arrivata quattro anni fa. Ora la attendono spettacoli in Corea, Nord Europa e a New York. “Nei nostri teatri ti fanno soffrire, ti chiudono le porte in base a quanto mangi. Altrove chi danza ha a disposizione nutrizionisti, psicologi e fisioterapisti”

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New York, 2008, concorso di danza. Gloria Pergalani arriva da Perugia e porta un “passo a due” dopo aver superato a stento l’audizione a Faenza. “Ero piccola. Avevo diciassette anni e per la prima volta ero valutata in modo professionale, non amatoriale”. Ora si è appena laureata allaRotterdam Dance Academy (Codarts) e partirà il 6 ottobre con un progetto della Kirov Company. Prima tappa la preparazione in Slovenia, poi Venezia e infine a Seul, in Corea, la vera esibizione. Quando quattro anni fa decise di andare a studiare in Olanda la scelta fu istintiva. ”Volevo andare fuori perché qui mi sentivo soffocare. Le scuole italiane nemmeno le ho prese in considerazione”.

Con quest’esperienza alle spalle ammette: “In Italia non avrei avuto gli stessi stimoli”. “Quando entri in una scuola – prosegue – sono fondamentali la struttura, l’edificio dove lavorerai, l’organizzazione, lo staff, la validità dell’attestato che ti rilascia, in che lingua studi, con quanti insegnanti sarai in contatto e che genere esperienza puoi acquisire”. La Codarts le ha offerto tutto questo e ad altissimo livello. Così Gloria si è pagata gli studi lavorando da cameriera e barista, con l’aiuto di un sussidio del governo. L’ultimo anno ha fatto uno stage alla Scapino Ballet Rotterdam. “Ho lavorato per un anno, percepito uno stipendio, ho fatto una tournée per tutta l’Olanda e inGermania: novantacinque spettacoli in un anno. Ho avuto l’opportunità di ballare, sono stata sempre in scena”. Un futuro in Italia? “Potrei vederlo, non mi dispiacerebbe”. Anche se oggi non ci sono le condizioni.

Complici le audizioni e le prove nei nostri teatri dove “ti fanno soffrire perché ti chiudono le porte in faccia in base a quanto mangi. ‘Fuma, perché così dimagrisci e passa la fame!’, ti dicono. Ma scherziamo? Una persona è un artista anche se è grassa. All’estero sono molto più rispettosi della persona. A tua disposizione mettono nutrizionisti, psicologi, tecnici del respiro, fisioterapisti, un team che ti segue al massimo. Ed è molto efficace”.

Le differenze, inoltre, sono anche sul piano anagrafico. In diciotto audizioni in Europa è stata scartata perché “troppo giovane”: un investimento poco sicuro perché a ventidue anni le mancavano referenze professionali. Le hanno detto: torna fra tre o quattro anni. In Italia è sempre la più anziana. “Siamo ancora fermi all’utopia della ballerina magra, alta e giovane – spiega -. Non basta dire di essere allo stesso livello degli altri Paesi, bisogna dimostrarlo coi fatti”.

Gloria, poi, ha anche deciso di partire perché altrove gli investimenti sulla cultura sono valorizzati. In molti teatri stranieri, ad esempio, l’uso di luci e di oggetti scenografici mobili è completamente informatizzato, i capannoni industriali sono spazi per la creatività, e ancora tanta musica live e spettacoli di teatro-danza. Poi, c’è una questione culturale. “In Italia il pubblico è capace di alzarsi a metà spettacolo, prendere e uscire. All’estero se una cosa non piace aspettano che finisca, che le luci si accendano e poi se ne vanno. Il pubblico è  di tutte le età ed è predisposto alla novità”. Un esempio su tutti? “Non si spaventa davanti al nudo”. Ora CoreaNew York e Nord Europaaspettano Gloria. Per l’Italia si vedrà.

Web manager a Stoccolma. “Mi sono laureato tardi, ma qui mi hanno ascoltato”

Paolo Andrea Corna lavora per una società di marketing online leader di mercato in Svezia e ha un contratto a tempo indeterminato. “Durante il colloquio ti viene chiesto quanti soldi vuoi e se dici una cifra troppo bassa non ti prendono perché significa che hai scarsa autostima”. La nostalgia dell’Italia è molta: “Ma è maggiore la paura di non avere certezze”

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Il professor Michel Martone lo considererebbe uno “sfigato”. Paolo si è laureato a 29 anni, come i ragazzi stigmatizzati con supponenza dall’ex viceministro del Lavoro del governo Monti, ma farlo prima era impossibile. E ora che ha lasciato l’Italia “perché lì non avrei avuto alcuna possibilità”, lavora a Stoccolma per una società di marketing online leader di mercato in Svezia: “Sonoweb content manager e copywriter, gestisco cinque siti: di uno di questi possiedo il 10 per cento e sono il direttore delle vendite“. Nell’Europa che viaggia a due velocità, la differenza tra i paesi che guidano e quelli che arrancano passa per la capacità di lasciar fare i giovani e considerare come una risorsa, e non solo come un problema, chi viene da oltreconfine: “In ufficio siamo in 10, io a 35 anni sono il più vecchio: i miei due capi hanno 27 e 28 anni: uno è etiope, l’altro greco”.

Paolo Andrea Corna è abituato a correre. “Sono nato in provincia di Bergamo, sono figlio di operai – racconta – fin da ragazzino ho lavorato. Solo a 24 anni sono riuscito a iscrivermi all’università, aScienze della Comunicazione. Il 1° ottobre 2003 mi sono trasferito a Parma. Mio padre non poteva pagarmi gli studi, così per mantenermi facevo il cameriere fino alle tre di notte, poi tre ore di sonno e alle sei attaccavo con una ditta che faceva i catering per i matrimoni. E’ durato fino al 2008, quando mi sono laureato”. Se la vicinanza di uno Stato ai suoi cittadini si potesse misurare su una retta, Svezia e Italia si troverebbero ai due capi opposti della linea: “Non sono mai riuscito ad avere una borsa di studio: secondo l’ufficio tasse di Parma guadagnavo troppo poco per non essere aiutato dai genitori. Inutile spiegargli che la metà della paga me la davano in nero”.

Emigrare, una necessità. A Stoccolma la prima tappa, offerta dall’università, è l’Istituto per il commercio estero: “Dopo il tirocinio mi hanno assunto a progetto, ma nel 2009 è scaduto il contratto”. Così Paolo ha investito su se stesso: “Ho fatto un corso di svedese per immigrati, facevo la guida turistica e lavoravo per una società inglese che vende conferenze all’estero”. Intanto partiva la girandola dei colloqui: “Nel 2012 ne ho fatti 11 in 11 mesi: con Apple sono arrivato in finale con altri 4 candidati, con Adobe con altri 3″. La svolta? Con una raccomandazione: “In Svezia è diverso: c’è qualcuno che garantisce con la propria credibilità del curriculum di un’altra persona. E la segnalazione funziona solo se l’azienda che la riceve ha davvero bisogno di quel profilo”. In Psd Media, società che possiede i siti di codici sconto più visitati in Svezia e Finlandia, Paolo scrive le pubblicità e gestisce il posizionamento: “Con l’Italia la distanza è abissale: nel 2012 il 71% degli svedesi ha fatto acquisti online; da voi il 30% delle persone non ha accesso al web”.

Sotto il cielo plumbeo dei lunghi inverni svedesi, la vita per un italiano non è facile (“d’inverno fa buio alle 2 e 30, ed è difficile avere contatti umani veri”), ma c’è una cosa che allevia la nostalgia: “Qui ho la sensazione di potercela fare: nei tanti colloqui che ho fatto parlando uno svedese non ancora buono nessuno mi ha mai detto: ‘Vai via, non parli nemmeno la lingua’. C’è unadisponibilità ad ascoltare che in Italia non esiste. E so che qui potrei migliorare ancora la mia posizione”. Questione di atteggiamento e di ambiente: “In Svezia durante il colloquio di lavoro ti chiedono quanti soldi vuoi: se dici una cifra troppo bassa, non ti assumono perché dicono che non hai stima di te e di ciò che sai fare, quindi non servi. Io alla quarta intervista ho chiesto un contratto a tempo indeterminato. L’azienda mi ha detto di aspettare 6 mesi, ma ho insistito: ‘Ho 34 anni e ho bisogno di certezze’, ho risposto. E mi hanno dato l’indeterminato”.

Il futuro? Lontano da casa. “L’Italia mi manca da morire – racconta Paolo – mi sento come Diego Abatantuono che nel film Mediterraneo fa di tutto per tornare in Italia. Ma non ho il coraggio: qui ho delle sicurezze, in Italia no”. In Svezia, sul capo opposto della retta, lo Stato c’è: “Paghi il 46% di tasse, ma ti ritorna in servizi. Ad esempio l’uomo ha tre mesi di congedo di paternità: la legge lo obbliga a usarne uno e gli altri due può regalarli a sua moglie. O ancora, l’agenzia delle entrate ti manda a casa la dichiarazione dei redditi già fatta: se è giusta, per confermarla basta un sms. Lo Stato ti ridà anche il 30% degli interessi che paghi sul mutuo e il 30% dei soldi che spendi per fare dei lavori in casa“. Ma è anche questione di prospettiva: “So che se tornassi ora, con 5 anni di esperienza e dopo aver imparato 5 lingue, non troverei lavoro: al posto mio ci sarebbe sempre un manager di 50 anni che non sa di cosa parla e dà ordini a un 30enne qualificato che lavora per 800 euro al mese, se gli va bene”.

“A Dubai ho un contratto di lavoro serio. In Italia ero troppo qualificato”

Emanuele, 35 anni, ha studiato a Londra poi si è trasferito negli Emirati arabi. “Qui lo stipendio è alto, a Milano stage e offerte sottopagate”. Ma la vita è difficile tra restrizioni su religione, sesso, libertà di espressione e la particolare severità verso gli immigrati

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Uno stage, una sostituzione maternità e poi il ricatto: o lavori in nero o ti lasciamo a casa. Emanuele, 35 anni, ha preferito fare i bagagli e andarsene da Milano e dall’Italia. DestinazioneLondra e dal 2011 Dubai. Qui zero tasse, il costo della vita è più basso e soprattutto ha un contratto di lavoro serio e non si deve vergognare di avere sul curriculum laurea e master. In Italia gli avevano consigliato di cancellare i titoli per avere più probabilità di essere assunto. Le restrizioni dell’emirato su religione, sesso, libertà di espressione e la particolare severità verso gli immigrati come lui smettono di essere una barriera se nel Paese dove è nato non gli è permesso fare strada.

“A Londra ho aperto il mio primo conto in banca. A Dubai ho preso la mia prima macchina” dice Emanuele, incredulo di non essere riuscito a fare entrambe le cose quando era in Italia. NegliEmirati Arabi si occupa di marketing in una società britannica di consulenza per progetti di gasdotti, pipeline e raffinerie di petrolio. “Guadagno 4.500 euro al mese e ogni anno lo stipendio aumenta tenendo conto dell’inflazione e della performance”. Qui Emanuele ha finalmente la possibilità di mettere da parte dei soldi. “Vivo in un appartamento di 105 metri quadrati a 650 euro al mese, senza spese condominiali, e il conto delle bollette è ridicolo, circa 12 euro ogni mese. AMilano, invece, pagavo la stessa cifra per un monolocale di 23 metri quadrati”.

Stipendio alto e carovita basso non sono gli unici motivi per cui è in fuga dal Belpaese, ormai ex. Quello che non ha prezzo per una persona è la dignità. Quindi riavvolge il nastro al 2006, l’ingresso nel mondo del lavoro, e spiega: “A Milano ho accettato uno stage di sei mesi per 400 euro mensili. Poi mi hanno proposto di rinnovarlo e ho rifiutato. Ho fatto un colloquio in un’altra azienda che mi ha preso per sostituire una maternità: otto mesi, 960 euro netti al mese. Scaduta la copertura o un contratto in nero o tanti saluti e grazie. Ovviamente me ne sono andato”.

Nel 2005 Emanuele frequenta un master in comunicazione all’Università di Bournemouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Un anno prima si laurea in Legge a Napoli, la sua città natale. Ma fare l’avvocato non fa per lui. “È frustrante pensare che il mio Paese non abbia creato le condizioni per chi come me avrebbe voluto restare, lavorare e mettere su famiglia dove è nato e cresciuto”. Indignato, nel 2008 cerca fortuna a Londra, dove viene assunto nella stessa società per cui lavora oggi a Dubai.

Certo, anche nella Penisola araba, non è tutto rose e fiori. Di grattacapi e disagi per gli expat ce ne sono a non finire. Tanto per dirne una: “Mi hanno comminato una multa per non aver pagato il parcheggio, ma non era vero, avevo la ricevuta sul cruscotto. Così sono andato dalla polizia per mostrare il biglietto elettronico. La risposta? Mi hanno detto che dovevo pagarla comunque: loro, infatti, sanno benissimo quali sono le targhe degli expat, e con i locali fanno finta di niente”.

Altro aneddoto: “In coda nei locali, al supermercato o dal meccanico servono prima la gente del posto, anche se sei arrivato prima tu, straniero”. Terza discriminazione: le diverse condizioni lavorative. “I locali lavorano quasi tutti nel settore pubblico e un neolaureato, senza alcuna esperienza, prende anche cinque mila euro al mese. L’expat, invece, viene pagato di meno, sempre”. E poi la libertà di espressione. Sui social network, ad esempio, non sei libero di criticare il governo o commentare usi e costumi del Paese. “Una ragazza occidentale – spiega – è stata multata per aver scritto di annoiarsi durante il Ramadan. Qui ti costringono a sentirti sempre un ospite e te lo devi mettere nella testa se non vuoi delle grane come queste”. Emanuele fa fatica anche a divertirsi nel tempo libero: “I concerti sono rari, al cinema vengono proiettati soprattutto film di animazione o commedie leggere, anche le scene di baci sono tagliate. E coi locali non ho stretto amicizia, è difficile”. Emanuele medita di trasferirsi a gennaio di nuovo a Londra, culturalmente più vicina. In Italia mai. “Però – conclude – ci torno volentieri da turista”.

In Giappone porta la cucina italiana. “Tornare? Ho paura. Il lavoro non c’è”

di  | 3 agosto 2013

Alice, 35 anni e mamma da due mesi, ha un ristorante nel centro di Osaka che gestisce con il marito. Vive sospesa tra le ricette di casa che serve ai suoi clienti e l’Oriente dalla vita ordinata ma monotona, dai rapporti umani fatti cordialità ma freddi

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“Era la scuola di lingue più grande del Giappone. A Osaka c’era il centro multimediale, io lavoravo collegata in videoconferenza con gente da tutto il paese. Le lezioni andavano avanti 24 ore su 24. Facevamo conversazione in italiano: in 40 minuti bisognava parlare e far divertire gli studenti. C’era di tutto: liceali, universitari, manager, casalinghe con molto tempo libero amanti dell’Italia. ‘Mi piaceRoma‘, imparavano a dire, ‘Mi piace la pizza’, ‘Mi piace l’opera’. L’Italia era il loro modello, la guardavano e la adoravano attraverso i suoi stereotipi, lo stile di vita italiano era il massimo”. Poi nel 2008 la scuola ha chiuso e Alice ha dovuto ricominciare da zero, come se quei 3 anni di lavoro non fossero mai esistiti. Oggi, a 35 anni, ha un ristorante nel centro di Osaka che gestisce con il marito, un bimbo di 2 mesi e vive sospesa tra l’Italia dei piatti che cucina e serve ai suoi clienti e il Giappone dalla vita ordinata ma monotona, dai rapporti umani fatti di cortesia e cordialità ma freddi. Soprattutto, Alice si sente sospesa in un limbo tra la voglia e la paura di tornare a casa.

Il Giappone, casualità più che sogno. La laurea in Lingue orientali nel 2005 a Venezia, poi Alice Colosini è tornata a casa sua a Gussago, in provincia di Brescia, a fare ciò che faceva durante gli studi: “Cuoca, cameriera, modella, interprete, segretaria. Sempre in nero”. Intanto inviava curriculum: “L’unica a rispondermi è stata la scuola di lingue. Dopo un colloquio a Parigi, sono partita per Osaka. Dovevo rimanere 6 mesi, ma lo stipendio era ottimo e avevo il terrore di tornare in osteria. E mi sono fermata”. Quando la scuola ha chiuso, Alice ha fatto la hostess in un club per un anno, poi ha conosciuto suo marito e hanno aperto il locale. “È a metà tra il ristorante e la galleria d’arte: mio marito è un pittore, mettiamo i nostri spazi a disposizione di chi voglia fare una mostra”.

In Giappone aprire un’attività è facile: “Basta chiamare l’ufficio di igiene: chiedono che tu abbia due lavandini e che faccia un corso gratuito sulla sicurezza. Poi apri. Nessuna tassa o spesa prima dell’apertura. Anzi, lo Stato fa prestiti agevolati a chi apre e non paghi l’Iva per 2 anni”. Con meno burocrazia sognare è più facile: “Se hai un sogno, qui hai la sensazione che sia realizzabile. Nessuno ti dice: ‘non dire cazzate, vai a lavorare’”. Giappone, dove lo Stato cerca di facilitarti la vita: “La denuncia dei redditi la fai da solo, ma ti mandano a casa un funzionario che ti spiega come farla e che torna due, tre o quattro volte se hai problemi. Così sono sicuri che la gente paghi ciò che deve”. La cosa difficile è restare se sei straniero: “Per me il visto lo aveva fatto la scuola – continua Alice – per rimanere qui devi avere un lavoro, la strada più facile è trovare una ditta che ti sponsorizzi. Ma arrivare con il visto turistico di 3 mesi e cercare di lavorare non è possibile: nessuno ti darà mai un lavoro, la legge non lo consente”.

Ordine, innanzitutto. Poi cordialità, tranquillità, efficienza: “La gentilezza è d’obbligo, quasi per contratto. Ogni tipo di violenza pare bandito, non c’è gente che ti urla se ti attardi un secondo in più al semaforo, che ti risponde male alla posta”. Un ordine che si riflette nei rapporti umani: “Avere relazioni sociali come quelle che si possono avere in Italia o in Europa è impossibile: tra le persone c’è un muro rivestito di cordialità, oltre quello è impossibile andare. Sul lungo periodo finisce per pesare”. Come pesano anche altre cose: “Le città sono orribili: palazzoni giganteschi svettano accanto a casette basse, tangenziali trafficatissime si incuneano in pieno centro. Poi, essendo ad altissima densità di popolazione, hanno pochissime aree verdi: da Osaka e Tokyo è tutta una conurbazione”.

Alice pensa da tempo di tornare, Fukushima le ha dato un motivo in più: “La gente non vuole pensarci, minimizza. Lo Stato sta facendo una campagna per sensibilizzare i cittadini a consumare i prodotti che vengono dall’area del disastro. Ora i detriti, molti dei quali radioattivi, sono stati impacchettati e spediti nelle varie città del paese per essere bruciati nei vari inceneritori. Qui a Osaka l’amministrazione non li ha voluti, ma io ho paura”. Il biglietto aereo ancora non c’è, il progetto sì. A Osaka il momento non è dei migliori: “La passione per il made in Italy sta scemando: troppi locali italiani, ora sta salendo la Spagna“. Pensare al ritorno è naturale: “I miei hanno una cascina con un b&b in Franciacorta: l’idea è quella di ingrandirla. Ma non mi decido: la situazione economica la conosco, il lavoro non c’è e le esperienze dei miei amici precari non mi incoraggiano. Ho paura, molta paura di pentirmene”.

Campania, “Creative Olive”: al via il festival degli italiani emigrati all’estero

La manifestazione si svolgerà dal 26 al 28 luglio a San Mauro Cilento. Nata per iniziativa di Francesco Citro, ingegnere che vive in Oklahoma, e Fernando Parata, ingegnere meccanico in Inghilterra, ospiterà artisti e professionisti del Belpaese che hanno deciso di trasferirsi

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di  | 24 luglio 2013

Francesco Citro ha 31 anni, originario di Salerno e di madre cilentana, è ingegnere strutturista ed ora vive e lavora in Oklahoma negli Stati Uniti. Fernando Parata ha 32 anni, proviene da Tricasenel Salento e fa l’ingegnere meccanico a Poole, in Inghilterra. Due meridionali all’estero. Due storie di cervelli in fuga. Due carriere professionali decollate lontano dall’Italia. Due ragazzi che però non hanno dimenticato il loro Paese. E che hanno fortemente voluto inventare qualcosa per qualificare la loro ‘terra’ di origine. Lo hanno fatto con Creative Olive, l’iniziativa che si terrà a San Mauro Cilento dal 26 al 28 luglio.

Un nome che è anche un omaggio al piccolo centro cilentano, noto come ‘il paese dell’olio’ e che, grazie all’idea e all’impegno dei due ‘emigranti’ momentaneamente di ritorno, e da altri ragazzi in gamba come Anna Chiara Bersani, Andrea Montefusco e Tiziano La Selva, verrà invaso per tre giorni da giovani artisti e designer con esperienze alla Biennale di Venezia, esposizioni a New York e Londra, e da scultori, pittori, movie makers, pianisti e fotografi, in un mix di arte mediterranea ed estera, tra concerti al tramonto, conferenze sull’ambiente e sulle energie rinnovabili, workshop, dibattiti sui temi dello sviluppo sostenibile. Tanti gli obiettivi di medio e lungo periodo annunciati sul sito per trasformare il paese del Cilento in un museo permanente a cielo aperto e in un luogo di sperimentazione di arte, cultura e marketing sull’hotel management, creare sinergie tra artisti e gli artigiani e gli imprenditori locali, nazionali ed esteri. Per costruire – parole degli organizzatori – un “esperimento social”.

Tra le chicche in calendario: la conferenza di Antonio Cucco Fiore, che dopo anni trascorsi aLondra a macinare guadagni nella finanza si è trasferito a Gravina di Puglia per investire nelle tradizioni della sua campagna di origine, ed ora commercia all’estero latticini di produzione propria; il concerto di Alberto Pizzo, pianista napoletano di fama internazionale affezionato ai luoghi di San Mauro Cilento. E ancora l’incontro con Carmine Amato, un giovane ingegnere di Castellabate (Salerno), vincitore di diversi premi internazionali e  tra i maggiori esperti in microeolico, titolare di un’azienda che ha commesse negli Usa e in Cina. Questo appuntamento si svolgerà eccezionalmente fuori da San Mauro Cilento, poco distante, su una spiaggia ad Acciaroli, col pubblico seduto in acqua.

Dalla corporation all’India. “Non volevo la vita dei miei capi. Ora vendo bici”

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Gennaro Miano, 42 anni, lavorava per la Nokia. “Entrare lì è stato realizzare un sogno”. Tre anni fa, però, ha capito di non essere più felice e si è trasferito. Da New Delhi ha importato le “retròciclette” Roadster che oggi rivende in Italia a basso costo. “Ho scoperto che si vive bene con poco”

Basta guardarlo per capire quanto sia a suo agio nella sua nuova vita. Abiti comodi, capelli e barba molto cresciuti, sguardo sereno e distaccato di chi ha da tempo fatto propri gli insegnamenti dei maestri orientali. Niente che lasci trasparire i dieci anni da manager al servizio di una delle più grandi compagnie telefoniche internazionali. Niente, a parte quando prova a spiegarmi il concetto di felicità marginale, “quella che aumenta con l’aumentare del beneficio”. Quando tre anni faGennaro Miano, oggi 42 anni, ha capito che nel suo posto di lavoro quella felicità non cresceva più, se n’è andato. Fino a quel momento aveva trascorso tanto tempo all’estero: un anno aSingapore, due in Sud America, due in Finlandia. E poi riunioni a tutte le ore, cene, alberghi, voli da una parte all’altra del mondo: tutto quello che aveva sempre desiderato.

“Entrare alla Nokia per me è stato vedere un sogno realizzarsi. In poco tempo ho vissuto tante esperienze che hanno fatto crescere rapidamente la mia carriera e mi hanno insegnato tanto. Dai finlandesi per esempio ho imparato il rispetto della parola data. Sono persone sincere e corrette, per loro una stretta di mano è un contratto. In Italia un contratto non è valido, si può ridiscutere in mille modi ”. Tante soddisfazioni, grosse responsabilità, vantaggi innegabili. Poi, tre anni fa, la grande decisione. “Ho capito che stare lì non m’interessava più, avevo esaurito il mio percorso insieme ai motivi per cui mi ero arruolato in quell’avventura. Ero arrivato a un punto in cui non vedevo nulla, ma non a livello professionale. Più guardavo i miei capi più inorridivo a scoprire che la loro vita era completamente permeata dal lavoro. Così quando la mia azienda ha iniziato a risentire della crisi e, come di solito si fa, prima di iniziare a licenziare, ha chiesto se ci fossero volontari, io mi sono fatto avanti e loro mi hanno lasciato andare. È stato uno dei giorni più belli della mia vita”.

Saluta, ringrazia e parte, con un biglietto di sola andata per l’India, davanti allo sguardo perplesso e incredulo di parenti e amici. L’unico progetto per occupare i mesi a venire è un corso di medicina ayurvedica nel sud del paese. Per spostarsi Gennaro usa una bicicletta di quelle che si vedevano da noi negli anni Cinquanta: design semplice, elegante, essenziale. Lì le usano tutti, qui da noi nessuno più se le ricorda. Quando rientra in Italia ne porta una con sé e, vedendo l’entusiasmo dei suoi amici davanti a quell’oggetto d’altri tempi, gli viene un’idea: aprire un mercato di quelle biciclette in Italia a prezzi più contenuti rispetto agli altri paesi. “Ho contattato due delle più grandi case produttrici indiane e sono riuscito a farmi ricevere dall’amministratore di una di queste. Era un vero sikh indiano, col turbante e lo sguardo autoritario. Un uomo di quelli che quando parla non si discute, non esiste una negoziazione, lui parla e tu scrivi. Per cercare la chiave di accesso alla sua impermeabilità ho detto che avrei voluto vendere le sue biciclette in Italia a prezzi bassi perché volevo che anche gli indiani che vivono nel nostro Paese potessero permettersele. L’ho convinto. Ho riempito un container di 360 biciclette e l’ho spedito in Italia”.

Grazie alle sue biciclette Roadster, battezzate retròciclette, e ad un piccolo bed & breakfast nel centro di Roma, oggi Gennaro può vivere senza grandi preoccupazioni. Ogni tanto torna in India per immergersi totalmente in un paese che è diventato la sua seconda casa e stare a contatto con una cultura che gli ha insegnato a capire quali sono le cose importanti nella sua vita e come fare a raggiungerle. “Ho scoperto che si vive bene con poco, ma è un percorso che prevede delle tappe, ognuna delle quali è stata fondamentale per arrivare dove sono. Dopo essermi licenziato ho dovuto ricostruire la mia identità, uscire dall’ombra di un brand che mi faceva da scudo, ma mi toglieva anche tanta luce. Quel lavoro mi ha formato e mi ha dato anche le risorse per gestire la mia vita in modo diverso, fare delle cose che mi piacciono. Adesso sono contento di occuparmi di questa nuova avventura”.

di  | 19 luglio 2013

Malta, gli italiani che vendono i bug dei software. “I nostri clienti? Top secret”

Luigi Auriemma, 32 anni, e Donato Ferrante, 27, hanno fondato ReVuln, l’unica azienda di due connazionali che opera nel mercato delle “zero days vulnerabilities”. E i loro servizi vengono utilizzati anche dalla Nsa. “La vicenda Snowden? Quella che sembra un’invasione della privacy può essere un modo per garantire la sicurezza”

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Anche una minima falla in un programma di gestione della mail può diventare una porta attraverso cui violare i sistemi di sicurezza di uno Stato e metterlo in ginocchio: “Basta anche solo un banalesoftware vulnerabile per compromettere un intero sistema”. Nel mondo sempre più interconnesso dalla rete, c’è chi quelle falle le va a cercare e le vende al miglior offerente. Luigi Auriemma, 32 anni, e Donato Ferrante, 27, non riveleranno mai chi sono i loro clienti. ReVuln, l’azienda che hanno fondato a Malta, è specializzata nell’individuare i bug presenti in software e hardware di larghissimo uso (come quelli firmati Microsoft, Apple o Samsung) o in sistemi informatici molto più complessi, e nel rivenderli: tra gli organismi che acquistano il tipo di servizi che loro offrono ci sono agenzie come la National Security Agency al centro dello scandalo Datagate, governi, multinazionali.

Una guerra fredda silenziosa, basata su un mercato in piena crescita in cui gli Stati pompano milioni per conoscere i segreti e le debolezze informatiche dei nemici. Si chiamano zero days vulnerabilities, sono le falle presenti in linea teorica in tutti i prodotti digitali connessi alla rete: una volta individuate, i gestori hanno meno di un giorno per risolverle prima che il sistema diventi attaccabile. Se fino a qualche anno fa gli hacker le segnalavano gratis alle case produttrici, oggi le vendono, anche agli Stati: Israele, Regno Unito, India, Russia e Brasile sono i paesi che investono di più, scrive il New York Times. Tra i fornitori di servizi in questo mercato dominato dalle start up Usa c’è ReVuln, l’unica italiana: “Riguardo la vendita di vulnerabilità di sicurezza non siamo a conoscenza di altre aziende simili”, racconta Auriemma al fattoquotidiano.it. I loro clienti, si legge sul sito della compagnia, sono i paesi membri della Nato o dell’Asean, agenzie di sicurezza, multinazionali, aziende del Fortune 1000. E l’Italia? “Non possiamo fornire questo tipo di informazioni”, spiegano. In un mondo in cui le vite della gente comune sono regolarmente spiate come dimostra il Datagate, le ragioni dell’etica si sovrappongono sempre più a quelle della difesa della sicurezza: “Nel nostro caso – continua Auriemma – le vulnerabilità sono utilizzate per difesa da chi usa prodotti che possono essere un potenziale target di attacco e dalle aziende che creano firme per i propri prodotti di sicurezza o forniscono bollettini sul tema”.

Gli allarmi sulla privacy, secondo i fondatori di ReVuln, hanno poca ragion d’essere: “Non essere a conoscenza di un problema di sicurezza non lo risolve. L’unico modo per essere sicuri è essere informati”. Ovviamente il meccanismo funziona anche al contrario: quando uno Stato è a conoscenza di una falla nel sistema di un paese nemico può utilizzarla per attaccarlo. E’ ciò che è avvenuto in Iran nel 2010: gli Usa riuscirono ad inoculare il virus Stuxnet nel sistema informatico della centrale nucleare di Natanz, allo scopo di comandare da remoto la velocità di rotazione delle turbine e danneggiarle. Per entrare nel sistema gli informatici statunitensi avevano sfruttato 4 vulnerabilità di Windows all’epoca non ancora scoperte. Lì nacque il mercato delle “zero days“. Un mercato in espansione in cui i prezzi salgono velocemente. I bug individuati dalla statunitenseNetregard costano in media tra i 35 mila e i 160 mila dollari. E ora anche i giganti dell’IT cominciano ad investire: Google e Facebook li pagano fino 20 mila dollari, il mese scorsoMicrosoft ne ha offerti 150 mila. Ma i bug possono influire anche sulle vite delle persone comuni.

“Oggigiorno facciamo un uso notevole della tecnologia – spiega Auriemma – sia essa il computer, il telefonino o la tv. Una vulnerabilità in tali dispositivi può quindi dare accesso ad una parte della vita privata e delle informazioni di una persona, un’azienda o un governo”. Nel dicembre 2012 Auriemma ha scoperto un flaw in un diffuso modello di smart tv prodotto da Samsung: l’informatico italiano ha dimostrato come a causa del difetto sia possibile non solo rubare i dati di navigazione ma entrare nel cervello della tv e usarla da remoto, arrivando a comandare webcam e microfono per spiare ciò che fanno i proprietari dell’apparecchio nel loro salotto. Dalle case della gente comune, ai sistemi di sicurezza degli Stati. Una realtà parallela in cui il Datagate ha tutta l’aria di essere solo la punta dell’iceberg: “La vicenda Snowden? Quella che viene vista come un’invasione della privacy può essere davvero un modo per garantire la sicurezza dei cittadini. Ad esempio le telecamere nei negozi e nelle strade possono essere considerate invasive, ma sono un ottimo deterrente contro i crimini”.

Canada, volontaria in attesa del visto: “Se sei qualificato, qui trovi lavoro”

Vanessa ha 35 anni e vive col suo ragazzo a Vancouver. Fino ad agosto la legge non le consente di trovare un’occupazione, per cui presta servizio gratuito all’Aquarium, tra i più belli al mondo. “Qui c’è mobilità, la qualità di vita è migliore e ci si sente parte di una comunità in cui si viene rispettati”

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Nelle fotografie Vancouver è una palla di cristallo, di quelle in cui cade la neve se le rovesci, e in cui luccica una città dalle linee perfette, pulitissime: “E’ un altro pianeta, dall’Italia è impossibile da immaginare. La gente saluta e ringrazia il conducente quando scende dall’autobus, non lo avevo mai visto”. Vanessa Giacalone ha 35 anni e gli ultimi 10 li ha passati a girare il mondo: Dublino, Tunisi, Kuala Lumpur, Bangkok. Negli intervalli ha provato a tornare a casa, a Trapani, magari per restarci. Non ci è riuscita e a fine 2011 si è fermata qui, nella British Columbia: “Sono partita allo sbaraglio, con un visto di sei mesi, e ora farò di tutto per restare”. Laureata in Comunicazioni di massa, un master in Relazioni internazionali, Vanessa vuole fare la documentarista, ma in Canada ha già trovato quello che cercava: “Non si emigra solo per trovare un lavoro o uno stipendio migliore: lo si fa per trovare un posto dove vivere meglio”.

La prima scadenza è agosto, quando dovrebbe arrivare il suo visto di lavoro. “Ottenerlo è difficilissimo. Il modo più semplice è avere uno sponsor che ti voglia assumere. Oppure se sei unhighly skilled worker, devi controllare sul sito del governo che il tuo profilo sia tra quelli richiesti, altrimenti è inutile fare domanda. Ma ne ha diritto anche chi sposa o convive con un canadese. Il mio ragazzo è italiano, vive qui da 5 anni: conviviamo e per lo Stato siamo una coppia di fatto solo per aver unificato la dichiarazione dei redditi. E lo stesso vale per le coppie omosessuali”. Fino ad agosto Vanessa non può lavorare, la legge non glielo consente. Nell’attesa, fa la volontaria alVancouver Aquarium, tra i più belli del pianeta. “Gestisco un database con i profili degli oltre mille volontari che lavorano con me”. Vanessa si sente considerata un “bene essenziale”: “In Canada i volontari sono apprezzati. Chiunque abbia del tempo libero, dai professionisti agli operai, si dedica al sociale, mette ciò che sa e ciò che sa fare a disposizione della comunità. Un circolo virtuoso che tiene in contatto le persone, che permette agli anziani di sentirsi utili e ai bambini con leggeri handicap di trovare un ruolo nella società. Il settore dei servizi, ad esempio, va avanti grazie ai volontari”. Un’attività così importante da essere considerata una marcia in più quando si cerca lavoro: “Nel curriculum non devi mettere l’età o il voto della laurea – continua Vanessa – qui le aziende guardano al tipo di volontariato che hai svolto: il ragionamento è che se sei capace di metterti al servizio degli altri, lavori meglio perché hai dedizione e sai collaborare con altre persone”.

L’Italia? E’ alle spalle, lontanissima: “Ho provato più volte a tornarci. La prima dopo la laurea nel 2004 per lavorare nel C.a.r.a. di Salinagrande (Centro accoglienza richiedenti asilo, ndr), a Trapani; l’ultima nel 2010 con il mio ex marito. Vivevamo in Tunisia, a casa dei suoi genitori. Lavoravamo in un call center della Tim. I giornalisti di Annozero fecero un servizio su di noi, sui laureati fuggiti all’estero che lavoravano per pochi euro l’ora. Ma lì quello stipendio ci permetteva di vivere”. Poi il ritorno in Sicilia: “Volevamo provarci, ma siamo rimasti un anno senza trovare uno straccio di lavoro. Anche andare in giro a cercarlo era diventato estenuante: ci ha mantenuti mio padre. Poi sono arrivate le botte, le corse in ospedale, i timpani rotti dagli schiaffi e dai pugni, la separazione. E io sono fuggita in Canada”. Un master in Relazioni internazionali a Kuala Lumpur, una borsa di studio di un anno all’Onu a Bangkok, l’ufficio stampa per Medici senza Frontiere: il curriculum è nel cassetto, pronto all’uso. Il futuro non fa paura, perché le opportunità di lavoro ci sono e se hai delle idee c’è sempre qualcuno che ti ascolta. “E poi c’è mobilità sociale, quella buona: in un anno all’acquario ho visto cambiare tutti i manager, tranne uno: hanno trovato posti migliori. Se sei qualificato, qui il lavoro che fa per te lo trovi”.

La qualità della vita fa il resto: il Canada è ai primi posti al mondo sia secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu che per il Better Life Index dell’Ocse: “Il salario minimo garantito è di 10 dollari l’ora. Il mio ragazzo fa il gruista, si guadagnano tra i 30 e i 35 dollari l’ora. E il welfare è sviluppato: per la sanità ci sono le assicurazioni private, ma una piccola quota presa ogni mese in busta paga dà diritto a quasi tutte le cure pubbliche”. E poi c’è la dimensione sociale: “Nella vita c’è anche il rapporto con gli altri, il sentirsi parte di una comunità in cui si viene rispettati”. Perché non si emigra solo per il lavoro o per uno stipendio migliore: “Lo si fa per trovare un posto dove vivere meglio”.

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