Politica

Letta: “Chiuso il ventennio, Alfano è leader”. Vicepremier: “No alle ingerenze”

Il capo del governo intervistato su SkyTg24 da Maria Latella commenta la difficile settimana vissuta dall’esecutivo. Su Matteo Renzi dice: “Abbiamo caratteristiche diverse, ma sulle spalle abbiamo una responsabilità che ci chiede di andare oltre le differenze”. Chi non accetta i consigli è il ministro dell’interno Pdl: “Pensi al suo partito”. E i falchi lo appoggiano

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Berlusconi ha perso, largo ad Angelino Alfano. Il capo del governo Enrico Letta, intervistato da Maria Latella su SkyTg24, commenta la settimana di passione che ha affrontato il governo e incorona il vicepremier perché prenda in mano il partito. Parole in linea con quelle del segretario democratico Guglielmo Epifani che a Repubblica ha detto che il ministro dell’interno dovrebbe creare gruppi autonomi per rendere più chiara la situazione. Ma i consigli sono troppo anche per un partito in piena rivoluzione interna. E così Alfano, spinto dai falchi reagisce: “Non accettiamo e non accetteremo ingerenze nel libero confronto del nostro Movimento politico”. Il vicepremier è costretto ad alzare la testa per la gioia dei falchi del Popolo della libertà: “Letta vuole decidere in casa nostra”, dice Daniela Santanchè. E così anche Renato Brunetta: “Letta non poteva farci un regalo più grande per rafforzarci all’interno”.

Fine del dominio di B.
Il capo del governo durante l’intervista ha parlato di fine di un ventennio di politica e di un cambio di passo senza precedenti. “Non si ricomincia con la tarantella”, ha commentato Letta, “la pagina è stata voltata in modo definitivo. Si è chiusa una stagione politica di 20 anni. Si è chiusa in modo politico con un confronto molto forte. Berlusconi ha cercato di far cadere il governo e non ci è riuscito perché il Parlamento in sintonia con il Paese ha voluto che si continuasse. Ho preso un rischio perché non ho accettato mediazioni. Sono rispettoso del travaglio del Pdl, Alfano ha affermato una leadership forte e marcata: è stato sfidato e ha vinto. Ora trovino modi e forme perché quello che è accaduto non accada più” . Ma Alfano respinge al mittente le lusinghe: “Stiamo lavorando ciascuno secondo il proprio modo, per l’unità del partito e quello è per tutti noi l’obiettivo strategico. Stiamo perseguendo l’unità nella convinzione che non saranno i nostri avversari a determinare la chiusura del ciclo politico di Berlusconi in quanto il popolo, ancora oggi, individua in lui il leader di un grande partito e il leader di una coalizione che può ancora vincere”.

Il Pdl contro le ingerenze del Partito democratico
“Letta vuole decidere in casa nostra, brutto segno”, scrive su Twitter Daniela Santanchè. E lo spirito accomuna tutti i parlamentari del Popolo della libertà che nonostante i cambiamenti interni cercano di difendere territorio e potere. Così Renato Schifani: “Letta si sbaglia, non si è conclusa un’era perché Silvio Berlusconi è e resterà leader incontrastato di un centrodestra alternativo alla sinistra. Stiamo al governo, ma come bene ha detto il nostro vice premier, faremo di tutto e vigileremo perché vengano attuati e realizzati i nostri indispensabili punti programmatici per il rilancio del Paese”. Il presidente alla Camera Renato Brunetta aggiunge: “L’efficace risposta di Alfano è quella di tutto il Pdl e Forza Italia. Premier e segretario del Pd, con le loro uscite avventate e ingenerose, non potevano fare un regalo più grande e puntuale alle ragioni della nostra unità intorno a Berlusconi”. Deputati e senatori ribadiscono la loro compattezza e respingono al mittente le affermazioni di cambio di passo nella politica italiana. “Con tutto il rispetto”, ha commentatoMaurizio Bianconi, “Enrico Letta si occupi del suo partito e non pensi a divorare a pezzi il Pdl. Le sue parole a questo proposito sono gravissime e sembrano confermare un progetto che non ci piace per niente. Il Pdl deve cercare l’unità dopo il travaglio della fiducia. La richiesta di un congresso e di azzeramento delle cariche è la via maestra per chi sa bene cos’è un partito con le sue dinamiche. Appaiono dunque stranamente dissonanti gli interventi di quanti, forti della partecipazione al governo, si oppongono alla espressione della volontà del partito (su cui sempre un governo deve poggiare) mediante la partecipazione democratica di territorio e iscritti”. CosìAntonio Leone (Pdl): “A nessuno è vietato sognare ma in politica restare con i piedi a terra è una necessità più che una virtù, anche perchè ha solo la testa fra le nuvole chi come Epifani e qualche deluso come Franceschini insegue la divisione del Pdl a tutti i costi”.

“Io e Matteo Renzi uniti dalla responsabilità”
E nel nuovo clima di governo, Enrico Letta tende una mano anche al candidato alla segreteria del Partito democratico Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze proprio oggi in un’intervista a La Stampa ha dichiarato di non avere fretta e di essere pronto a sostenere il premier. Così Letta ha risposto: ”Lui ed io abbiamo caratteristiche diverse ma abbiamo imparato che abbiamo sulle nostre spalle una responsabilità che va oltre le differenze caratteriali. La nostra forza va messa al servizio dell’Italia”. Quanto al congresso del Pd, Letta ha ribadito: “Ne sto fuori”, limitandosi a sottolineare che il congresso, con Renzi e Cuperlo, sarà un contributo al ‘bene della stabilità’”.

La proposta di Fitto: “Azzeriamo gli incarichi del Pdl e convochiamo il congresso”
La giornata in casa del Popolo della libertà è stata però animata dalla proposta di Angelino Raffaello Fitto che ha chiesto il cambio di dirigenza. La sua sfida è quella di chiedere: ”azzeramento di tutti gli incarichi di partito” e “convocazione di un congresso straordinario”. E in un’intervista al Corriere della Sera ha aggiunto: “L’iniziativa dei lealisti non è finalizzata ad ottenere qualche incarico. Perché non è uno strapuntino personale, ma si tratta di un grosso problema politico”. Un’idea sostenuta da alcuni senatori e deputati come Gianfranco Rotondi, Annamaria Bernini, Giancarlo Galan, Alessandra Mussolini e Daniele Capezzone.

Possibilista anche Sandro Bondi: “L’amico Raffaele Fitto ha posto con garbo questioni politiche serie e difficilmente eludibili che meritano un confronto approfondito e democratico. L’unità del nostro partito non potrà che avvantaggiarsi dall’aperto dispiegarsi di un confronto sull’identità politica e programmatica di un centro destra stretto come non mai attorno al presidente Berlusconi“. Contrari senza possibilità di appello i “falchi”.”La risposta di Alfano”, ha detto Renato Brunetta, presidente dei deputati Pdl, “toglie ogni spazio e giustificazione a chi propone referendum su Alfano. Il pluralismo del dibattito interno al nostro movimento non deve passare attraverso iniziative che danno fiato a chi gioca a spezzare la nostra coesione morale, personale e strategica intorno a Berlusconi. Chiedere un congresso oggi, quando il nostro presidente vive momenti drammatici ed è oggetto di un’ingiustizia senza precedenti, ha sapore di vecchia politica”. Contrari anche Giuseppe Esposito, Carlo Giovanardi e Fabrizio Cicchitto.

La lezione di Letta a Michaela Biancofiore
Un cambio di linea politica, continua a ribadire il premier Enrico Letta, richiesto dal Paese. E anche per questo motivo non considera ripensamenti sul caso di Michaela Biancofiore. “Ho accettato le dimissioni del sottosegretario Biancofiore perché dopo che i ministri le avevano ritirate lei le ha mantenute. Quindi le ho accettate per far capire che sono cambiate le cose”. Unica tra i sottosegretari, insieme a Simona Vicari, ad avere rassegnato le dimissioni seguendo l’indicazione di Berlusconi, ha commentato poche ore dopo chiedendo l’intervento diretto di Angelino Alfano: “Intervenga oppure è mobbing”.

Riduzione cuneo fiscale e finanziamento partiti: gli obiettivi del governo
Letta parla di progetti e obiettivi da raggiungere: “Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi presenteremo una legge di stabilità e lavoreremo per mettere ordine nelle aliquote dell’Iva. Lo faremo tenendo conto dei problemi della finanza pubblica. Sono ottimista perché so che alla fine dell’anno avremo il segno più sulla crescita ed il prossimo lo stesso. Non solo può, ma deve esserlo.  Nel 2014 i lavoratori italiani avranno un beneficio in busta paga. Ne discuteremo con le parti sociali e ci saranno vantaggi anche per le imprese”. E aggiunge: “La legge di stabilità avrà come cuore la riduzione del cuneo fiscale”. Sul finanziamento ai partiti invece si dice pronto a intervenire anche con la decretazione d’urgenza se fosse necessario: “Se entro l’autunno non avremo completato il percorso parlamentare della riforma del finanziamento dei partiti io metto a disposizione lo strumento del decreto legge”. Il limite è il 21 dicembre, conclude Letta.

Congresso Pd: il cavolo, la capra e il lupo

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Vi ricordate l’eterno dilemma della capra, il cavolo e il lupo? Il traghettatore deve portare dalla riva A alla Riva B una capra, un cavolo ed un lupo, ma la barca, oltre quello per l’uomo, ha solo un altro posto. A questo punto per l’infelice barcarolo si apre il dilemma: come portare tutti sulla riva B senza mai lasciare sola la capra con il cavolo o il lupo con la capra? Innegabilmente questo quesito su come sospendere temporaneamente la catena alimentare a fini di trasporto, rappresenta uno degli enigmi più controversi della storia dell’uomo.

A quanto pare, però, ad esso se ne sta aggiungendo un altro, che rischia addirittura di superarlo: ilCongresso del Pd.

Il barcarolo Epifani, decisamente meno pragmatico del traghettatore di cui sopra, ha temporaneamente abdicato a capire come trasportare alla riva del Congresso il cavolo Cuperlo, la capra Letta e il lupo Renzi.

Le due giornate che il Partito aveva destinato allo scervellamento collettivo non hanno fruttato gli esiti sperati e l’Assemblea (causa troppi delegati che hanno “fatto sega”, veti incrociati che Putin e Obama in confronto fanno ridere, e un soffiare di correnti in tutte le direzioni quasi a rischio ciclone) ha passato il testimone alla Direzione, la quale nei prossimi giorni, dovrà continuare i Giochi senza Frontiere.

Per ora, l’unica notizia certa, fornitaci dal Caronte dei democratici, è la deadline, sulla quale il lupetto Renzi non ha voluto sentire obiezioni: le primarie per il Segretario -con buona pace della Madonna Immacolata- avranno luogo l’8 Dicembre.

Eppure il vero ‘essere o non essere’ della questione traghetto Pd è un’altra: la modifica dell’articolo 3 dello Statuto del Partito Democratico. Lo Statuto ad oggi prevede la corrispondenza automatica tra Segretario e candidato premier, sillogismo che vede Letta escluso dalla corsa per le prossime elezioni, in quanto impossibilitato a candidarsi come Segretario l’8 Dicembre, causa impegni pregressi (voci di corridoio lo vedono impegnato a presiedere un governo che sta risanando l’Italia).

Soffiano dunque impetuose le correnti del Nord: bersaniani e lettiani pretendono che lo Statuto venga modificato, ma, ad annullarne l’effetto, ci sono le correnti del Sud, bindiani, veltroniani, civatiani che si oppongono strenuamente: risultato delle correnti avverse un tornado che, come nel mago di Oz, sta per trasportare cavolo, capra, lupo, traghettatore e tutta la barca nella Terra dell’Oblio.

Avoglia poi a battere tre volte i tacchi delle scarpette (rosse, siamo sicuri?) per ritornare nella Terra degli Elettori.

Partito Democratico, perché iscriversi? Per cambiarlo

di  | 20 settembre 2013

images (1)L’appello al tesseramento che sto condividendo in queste ore con gli amici Barca, Bettini, Casson, Civati e Serracchiani è un invito a un cambiamento che deve avvenire dal basso. Qualcuno mi fa notare: perché iscriversi se le regole prevedono primarie aperte per la scelta del segretario nazionale? Perché a livello di circolo e ai livelli provinciali e regionali potranno votare solo gli iscritti. Iscriversi ora, significa poter scegliere e poter votare anche nei congressi locali. Così la scalata la potranno fare tutti gli elettori, a tutti i livelli. Una scalata democratica, come piace a noi. Una sorta di azionariato popolare. Iscriversi significa avere dei dirigenti a immagine e somiglianza della base anche nelle nostre città, dove si compiono scelte altrettanto importanti. La prossima occasione ci sarà tra quattro anni. Meglio cogliere questa che è a portata di mano.

Appello agli elettori del Partito Democratico

Questo appello è rivolto a tutti gli elettori del Partito Democratico affinché diano il loro contributo partecipando al prossimo congresso in maniera attiva.

L’analisi delle criticità ci vede concordi circa un Partito Democratico spesso ingabbiato da logiche correntizie, incapace di cogliere i cambiamenti del nostro tempo, ammalato di tatticismo e di personalismi, poco propenso ad ascoltare la base, il suo elettorato e la voce dei territori.

La missione del Partito Democratico è quella di governare l’Italia. Oggi dobbiamo fare quei cambiamenti di sistema indispensabili a farla divenire il Paese del  rispetto e del merito che è il fondamento di ogni società, dove crescita economica e benessere umano, ambientale e civile vanno di pari passo.  Per questo serve un congresso ricco di contenuti e di obiettivi.

Il congresso del Partito Democratico sarà il momento in cui non si rinnoveranno solo i dirigenti nazionali e locali, ma si definirà la linea politica dei prossimi anni.

Abbiamo l’idea di un partito che non sia consociativo ma alternativo al centrodestra, rispettoso dei principi stabiliti dallo Statuto, chiaro nei contenuti e trasparente nelle scelte, aperto alla società civile e ai suoi talenti, pronto a confrontarsi con gli amministratori locali, capace di formare una classe dirigente, promotore del merito a tutti i livelli.

Da tempo chiediamo un congresso aperto al quale possano partecipare non solo gli iscritti, ma anche gli elettori e i simpatizzanti. Un congresso con regole semplici, chiare e trasparenti. Un congresso che diventi luogo di discussione e scelta per milioni di persone. In ogni caso ci sarà un solo modo per cambiare il Partito Democratico: entrarci.

Aderire in massa, partecipare al congresso da iscritti, per contribuire non solo con il voto ma con la partecipazione, vorremmo dire con la propria vita, con l’esempio; assai di più di quanto si possa fare se fossero “solo” primarie. Patrimonio di condivisione che non ci ha mai tradito.

Con questo appello chiediamo pertanto a tutti gli elettori del Partito Democratico, nessuno escluso, di iscriversi. Di farlo fin da oggi e di invitare altre persone a farlo. Questo consentirà di ampliare la base della nostra democrazia interna e di avere una leadership autorevole, riconosciuta e pienamente legittimata.

Iscriversi al Partito Democratico è semplice. Basta rivolgersi al circolo del proprio luogo di residenza, sottoscrivere l’adesione e ritirare la tessera. Ma c’è anche l’iscrizione on line, dal sito del Partito Democratico.

Ne vale la pena. Non per noi, non per chi sarà il prossimo segretario, ma per il Partito Democratico.

Che è un po’ come dire per l’Italia.

Fabrizio Barca

Goffredo Bettini

Felice Casson

Pippo Civati

Laura Puppato

Debora Serracchiani

Riforma voto di scambio, Pd: “Cambiamo testo”. M5S: “E’ un favore alla mafia”

L’approvazione era prevista oggi, prima che la commissione Giustizia del Senato rinviasse l’esame del testo. Pm in rivolta, ma i penalisti li attaccano: “Reazione isterica”. Critico anche Grasso, don Ciotti: “Superare l’inghippo sul ‘procacciamento'”

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E’ di nuovo scontro sulla riforma del reato di voto di scambio politico-mafioso, la cui approvazione era prevista oggi, prima che la commissione Giustizia del Senatorinviasse l’esame del testo. La richiesta, avanzata dal Pd con Giuseppe Lumia, di riaprire i termini per gli emendamenti pur lasciando la sede deliberante, dovrà essere ora esaminata dall’ufficio di presidenza della commissione, che è stato convocato per lunedì prossimo.

Il testo elaborato finora è più severo rispetto alla norma attualmente in vigore (l’articolo 416 ter del codice penale, che punisce esclusivamente il politico che ottiene voti in cambio di denaro), ma la nuova formulazione non accontenta tutti. Il Movimento Cinque Stelle la definisce “un favore ai mafiosi”, il presidente dei senatori Pd Luigi Zanda promette che “il Senato correggerà certamente il testo”. E dall’inizio della discussione è stato incessante il lavorìo del Pdl per ammorbidire la nuova legge. Davanti ai democratici potrebbe quindi riproporsi il dilemma se votare insieme ai Cinque Stelle un testo modificato o “onorare” il patto delle larghe intese con il partito di Berlusconi. Intanto un appello a superare ogni “inghippo” arriva da don Luigi Ciotti, presidente di Libera, la rete antimafia che negli ultimi anni è stata protagonista della campagna per riformare il 416ter.

Il testo – frutto di un compromesso, già siglato alla Camera settimana scorsa, tra Pdl, Pd, Scelta civica – recita così: “Chiunque accetta consapevolmente il procacciamento di voti con le modalità previste dal terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da 4 a 10 anni. La stessa pena si applica a chi procaccia voti con le modalità indicate dal primo comma”.

Non si è fatta attendere – come spiega Repubblica – la protesta dei pm, che denunciano come il nuovo testo metta a rischio i processi per mafia. Tra questi l’ex pm Felice Casson, la giornalista anti-camorra Rosaria Capacchione e l’ex pm Raffaele Cantone che sul Mattino ha scritto un blog di fuoco. Il perché è presto detto. La parola “consapevolmente” inserita nel testo comporta che l’inchiesta giudiziaria debba dimostrare l’effettiva “consapevolezza” dello scambio.

Non solo. La parola “procacciare” sostituisce l’originaria “promessa” che rendeva assai meglio il momento iniziale dello scambio e il riferimento alle modalità del 416-bis comporta un’azione violenta che potrebbe non esserci. Infine, per quanto riguarda la pena, i dieci anni hanno sostituito i 12, con il rischio che processi in corso per reati associativi – come Cosentino, Ferraro e Fabozzi a Napoli – vedano gli avvocati chiedere la riqualificazione del reato con un ricasco negativo sulla prescrizione.

“Il Senato correggerà certamente il testo del 426 ter”, dice ai giornalisti il presidente dei senatori PdLuigi Zanda, a proposito del ddl sul voto di scambio all’esame in sede deliberante in commissione Giustizia. Un’intenzione confermata poi da Giuseppe Lumia, capogruppo Pd in Commissione gisutizia, già presidente della Commissione parlamentare antimafia: “Proporremo al Senato alcuni miglioramenti e proporremo di farli velocemente e in piena condivisione, in modo tale che il lavoro prezioso della Camera non vada disperso e ci sia un miglioramento in grado di colpire le mafie e il sistema di collusione con la politica”.

Ma c’è anche chi difende il nuovo 416-ter. Tra questi Davide Mattiello (Pd), ex coordinatore del gruppo antimafia Libera, protagonista della battaglia dei parlamentari bipartisan per cambiare il vecchio testo, perché “è il primo tentativo di normare l’innesco del reato di concorso esterno, che è la forza della mafia”.

Ma anche Libera sembra muoversi con cautela, tra la difesa del successo ottenuto rispetto alla vecchia norma e le parti indigeste della nuova. ”Si è aperto sulla parola ‘procacciamentò il rischio, sollevato da alcuni magistrati, che non si possa mettere in grado di potere dimostrare fino in fondo la corruzione”, afferma don Ciotti a margine di un’iniziativa contro le mafie al Consiglio Regionale del Lazio. “Prima bastava la promessa di voti da parte dell’organizzazione mafiosa perché il candidato fosse punibile, ora è necessario provare il procacciamento e alcuni magistrati mettono in evidenza che provare il procacciamento non è una cosa facile e che quindi si rischia di invalidare tutto questo percorso”. Detto questo, ha proseguito, “mi auguro che la positività che si è creata in questi mesi di mettere insieme le varie forze per rendere più accessibile la lotta alla corruzione non si vada ad inceppare su questa parola che è molto insidiosa”.

Più drastico lo scrittore Roberto Saviano: “Voto di scambio: la norma oggi al voto al Senato mette a rischio alcuni importanti processi in corso sui rapporti mafia-politica”, scrive su Twitter. “Chiedo a M5S, Pd e Sel di comprendere che la riforma della legge sul voto di scambio oggi al Senato è atto mediatico”, ha aggiunto lo scrittore, per il quale “le mafie sono avanguardia economica, hanno meccanismi d’operatività più complessi dell’intimidazione”.

Tra i nettamente critici c’è invece il Movimento Cinque Stelle: ”Tutti parlano, ma noi siamo stati gli unici, prima alla Camera, poi in commissione al Senato a sparare a zero sul testo contro il voto di scambio e al momento i nostri sono gli unici emendamenti presentati”, rivedica il capogruppo del M5S in commissione Giustizia del Senato Michele Mario Giarrusso ribadisce così la contrarietà del suo gruppo “a un testo che fa un favore alla mafia” e che “di fatto richiede il dolo”, il che comporta che si debba cercare “un ulteriore elemento di prova”. L’M5S è quindi contrario al fatto che “il testo sul voto di scambio venga esaminato in sede deliberante. E se non c’è unanimità la sede deliberante viene revocata. In più abbiamo chiesto che il ddl venga esaminato in Aula”.

Lo stesso presidente del Senato Piero Grasso, ex prrocuratore nazionale antimafia, sembra però prendere le distanze dal “parto” della Commissione. ”Quando concessi la seduta deliberante lo feci solo per facilitare l’iter, a prescindere dal merito del provvedimento”, ha chiarito durante la cerimonia del Ventaglio. “Io volevo si inserisse solo nella legge il termine ‘altre utilità’” oltre all’accaparramento di consensi con il denaro sonante. Che era esattamente la semplice richiesta di Libera e di molti magistrati antimafia, evidentemente non ricevibile da parte di alcuni settori del Parlamento.

A favore del testo licenziato dalla Commissione, invece, si schiera l’Unione Camere Penali: “Nella formulazione dell’art 416 ter qualcuno, evidentemente rinsavito, ha proposto e ottenuto una modifica di elementare civiltà giuridica, e cioè che il candidato politico, per poter essere condannato per voto di scambio, sia ‘consapevole’ del procacciamento di voti da parte della criminalità organizzata”. Questa aggiunta, “persino pleonastica, che impedisce alle Procure di far arrestare chiunque sia stato votato in determinati territori a prescindere dalla sua consapevolezza circa l’avvenuta indicazione di voto da parte della mafia o della camorra – fanno notare i penalisti – ha determinato una reazione isterica da parte di ex magistrati anti-mafia ai quali, sussiegosi, si sono accodati i soliti demagoghi di professione. La proposta, semmai, dovrà essere emendata in senso opposto perchè ancora troppo concede ad una concezione salvifica della repressione penale”.

Sentenza Ruby, Berlusconi condannato a 7 anni. Interdizione perpetua

La sentenza dopo sette ore di camera di consiglio. La Procura di Milano aveva chiesto 6 anni – 5 per concussione e 1 per prostituzione minorile – e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’avvocato Ghedini: “Fuori da ogni logica, questo processo a Milano non si poteva fare”

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Sette anni di reclusione per Silvio Berlusconi, uno in più di quanto chiesto dall’accusa, e interdizione perpetua dai pubblici uffici. E’ la sentenza dei giudici del Tribunale di Milano al processo Ruby, in cui il leader Pdl è stato condannato per prostituzione minorile e concussione. I giudici hanno rimodulato l’accusa in concussione per costrizione invece che per induzione come ipotizzato dall’accusa: da qui l’aggravamento della pena. Il verdetto è arrivato dopo sette ore di camera di consiglioDisposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. I giudici hanno stabilito anche l’interdizione legale per la durata della condanna. Il Tribunale ha deciso anche la trasmissione degli atti alla Procura perché valutino l’ipotesi di falsa testimonianza per le dichiarazioni di una lunga serie di testimoni, tra le quali molte “olgettine”e la trasmissione all’ordine degli avvocati degli atti riguaranti dell’avvocato Luca Giuliante, primo legale di Ruby, in merito a un suo incontro con la giovane marocchina.

La condanna di Silvio Berlusconi a sette anni di carcere per il caso Ruby è “fuori da ogni logica”, ha commentato a caldo l’avvocato Niccolò Ghedini, facendo notare come “addirittura i giudici siano andati al di là delle richieste dei pm. Lo diciamo da due anni e mezzo, tre anni, che qua, a Milano, questo processo non si poteva fare”. Ghedini ha già annunciato il ricorso in appello – “e in cassazione”, ha aggiunto – dopo il deposito della sentenza.

Per il leader del Pdl la procura di Milano aveva chiesto sei anni – 5 per la concussione e 1 per prostituzione minorile – e l’interdizione perpertua dai pubblici uffici. Secondo il procuratore aggiuntoIlda Boccassini e il pm Antonio Sangermano nella villa di Arcore, con quelli che gli inquirenti definiscono eventi, si materializzava “un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi”. Secondo gli inquirenti i fatti erano provati “oltre ogni ragionevole dubbio”. E nessuno aveva la Procura che “Ruby si prostituisse”, e che avesse “fatto sesso con Berlusconi … ricevendone dei benefici”: soldi, regali e promesse. Non solo l’allora premier “sapeva che la ragazza era minorenne”.

La difesa aveva chiesto l’assoluzione. Secondo i legali la telefonata del Cavaliere in Questura fu “un’azione umana” e a Villa San Martino le feste non avevano nulla di indecente. Ma non solo; i difensori avevano ricordato che tutti i testimoni avevano negato “di aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi” e che nessuno aveva visto Karima El Mahroug in atteggiamenti intimi con l’allora premier. I testi della difesa pagati “erano già aiutati economicamente” prima e quindi da considerare credibili. Delle intercettazioni Niccolò Ghedini aveva detto che bisognava leggerle bene e che alcune avevano tono scherzoso. L’avvocato Piero Longo aveva posto anche una serie di questioni tecniche come la dichiarazione di incompetenza territoriale del collegio, il trasferimento dal Tribunale dei ministri e infine l’insussitenza del reato di concussione perché con la nuova legge sulla corruzione si sarebbe verificato una sorta di “suicidio del capo imputazione” in quanto l’induzione esercitata da Berlusconi sarebbe avvenuta per un errore e avrebbe indotto in errore la Polizia.

Gianni Cuperlo, il diversamente Dalemiano

di Andrea Cangini

imagesCapita di vederlo alla Camera, spesso solo: seduto su un divanetto del Transatlantico con un libro in mano, a un tavolo della mensa (non del ristorante, ma della mansa) mentre osserva non visto quelli del tavolo vicino, passeggiare riflessivo nel cortile sempre con lo zainetto in spalla e l’aria di uno che ha tempo «ed anche il lusso di sprecarlo». Capita di sentirlo parlare. Ed è strano, alla Camera, sentir parlare di letteratura americana. Gianni Cuperlo è un personaggio anomalo e poiché decisamente anomala è la stagione politica che il Pd sta attraversando, anche di lui si parla come del possibile segretario.

Cuperlo sembra una ragazzo, ma ha ormai 51 anni. E’ spiritoso, ma ha la faccia triste. E’ un dalemiano, ma non subisce il fascino (demoniaco?) del potere. Ha la struttura di un dirigente comunista anni Sessanta, ma l’ecclettismo di un Veltroni (cui suggerì la ‘Canzone popolare’ di Fossati come inno dell’Ulivo). E’ nuovo, ma non nuovista («Ciò che non suona bene è l’impulso a cancellare le tracce, a violare il rispetto, a pensare che sulla rimozione si fondino modernità o riscatto», ha recentemente scritto sull’Unità in reazione al mito della rottamazione continua). Parla la lingua antica della Politica e del partito, ma tiene un blog e sa interloquire con i ‘ggiovani’. E’ un intellettuale, ma ama la comunicazione. Ha scritto discorsi per D’Alema e per Bersani. Per Veltroni invece no.

Quando, nel 1988, sotto Occhetto divenne l’ultimo segretario dei giovani comunisti, i giornali di sinistra notarono sconcertati che nel suo discorso di insediamento non aveva citato «i padri storici del Pci, né l’attuale leader di Botteghe oscure». Perciò titolarono: «Un anti-burocrate conquista la Fgci». Anche allora — allora più che oggi, in effetti — il partito attraversava una crisi ‘storica’. Anche allora Cuperlo fu scelto per la propria diversità. «Decidemmo di puntare sul più eterodosso rispetto alla nostra tradizione— ha spiegato Pietro Folena che allora lo scelse — perché triestino, perché aveva studiato al Dams e perché era anche personalmente, come stile, quanto di più lontano dal funzionario di partito». Esattamente vent’anni dopo, si parlò di lui come possibile successore di Veltroni alla guida del Pd. «Non vorrei mai stare in un partito che avesse tra i suoi leader uno come me», si schermì citando Marx. Groucho, naturalmente, non Karl.

Dei dalemiani ‘storici’, Cuperlo è certo il più schivo. Non ha la sfrontatezza di un Rondolino, l’istintiva spregiudicatezza di un Velardi, la simpatia volpina di un Latorre, la complessità tutta-politica di un Caldarola, l’ambizione estroflessa di un Orfini. Francesco Cundari, giornalista dalemiano, ha scritto che all’epoca del dalemismo di governo il suo compito non era «credere, obbedire, combattere», bensì «leggere, studiare, scrivere». Ciò farebbe di lui un segretario d’altri tempi.

E il fatto d’essere sconosciuto ai più, certo lo rafforza. Essendo il Pd ormai vissuto dai suoi stessi dirigenti come una bad company, un marchio fallito o fallimentare, chi non è mediaticamente riconducibile al suo apparato si crede abbia una marcia in più per tirarlo fuori dalle secche. L’Assemblea nazionale di sabato prossimo, dove i renziani contano poco o nulla, eleggerà dunque un segretario che traghetti il partito fino al congresso d’autunno. Per molti, ma non per tutti, dovrà essere uomo capace di mediare e soprattutto avere un profilo marcatamente di sinistra per alleggerire i militanti del peso di un governo col Caimano. Nasce così l’ipotesi Cuperlo. Che però è, appunto, personaggio anomalo e sfaccettato. C’è infatti chi confida nel suo spirito conservatore, e chi invece lo nega; chi scommette che riuscirebbe a coniugare conservazione e rivoluzione, e chi vivamente si augura di no.

Anna Finocchiaro: ma “era soltanto il mio autista”

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Se c’era un modo per dimostrarsi inadatta a partecipare alla corsa per il Quirinale, Anna Finocchiaro l’ha trovato con la bella idea di dare del “miserabile” a Matteo Renzi, cittadino (con diritto di critica), che chiunque vada al Colle dovrà per sette anni rappresentare e rispettare.

Si è limitato, Renzi, a dire l’ovvio. E cioè che dopo la celebre foto scattata all’Ikea con i tre funzionari addetti alla sua sicurezza che le portano il carrello e la spesa come servizievoli camerieri armati, forse la signora non è la figura più adatta a dare un segno di discontinuità con la casta, visti i tempi grami. Avrebbe potuto aggiungere anche altro.

Per esempio che in quella occasione la senatrice Finocchiaro aveva peggiorato la faccenda dichiarando che chi spingeva il carrello “era solo il mio autista”. Solo? Oppure che la signora era già stata in Parlamento per sette legislature, esordio nel 1987 (governi Fanfani e poi Goria) e forse respirare un po’ di ossigeno tra le persone della vita reale le avrebbe giovato. Oppure ancora che non si corre per il Quirinale con un marito rinviato a giudizio dal tribunale di Catania per truffa.

Ma “miserabile” basta e avanza.

Senato, Grasso cede sulle commissioni: “Domani la conferenza dei capigruppo”

Il presidente di Palazzo Madama: “Non ho intenzione di ritardare né di ostacolare i lavori del Parlamento”. L’ex procuratore nazionale antimafia spiega di aver riscontrato sia ostacoli politici che giuridici anche connessi alla formazione del governo”. Ma una settimana diceva che non era possibile

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Il presidente del Senato Piero Grasso ha convocato per domani la conferenza dei capigruppoper velocizzare la procedura che deve portare alla composizione delle commissioni parlamentari. Una decisione che arriva dopo le polemiche dei giorni scorsi con il Movimento Cinque Stelle che ha minacciato di occupare le Camere (con tanto di hashtag su Twitter ad hoc), alcune forze politiche che hanno sostenuto la necessità di far partire comunque i lavori del Parlamento anche senza un governo e altri partiti che hanno opposto motivi di regolamento. Grasso in un primo momento aveva spiegato che la formazione delle commissioni non era possibile senza un esecutivo. Ora sembra aver ammorbidito la propria linea: “Non ho alcuna intenzione né di ritardare né di ostacolare i lavori del Parlamento – spiega il presidente dell’Aula di Palazzo Madama – Il regolamento non assegna al presidente poteri sostitutivi e pertanto, finché le designazioni non saranno completate, non sarà possibile procedere alla convocazione delle commissioni”. Rispondendo alle polemiche sui lavori parlamentari, Grasso ricorda di aver “chiesto ai capigruppo di avere le designazioni dei Senatori per le commissioni entro giovedì scorso, e tranne due eccezioni sono già sul mio tavolo. Il regolamento non assegna al Presidente poteri sostitutivi e pertanto, finché le designazioni non saranno completate, non sarà possibile procedere alla convocazione delle Commissioni”.

Grasso racconta di aver ”riscontrato sia ostacoli politici che giuridici, anche connessi alla formazione del governo. Per chiarire le posizioni dei gruppi sul tema – spiega – ho anticipato a domattina alle 10 la Conferenza dei Capigruppo, in modo da delineare senza ambiguità i diversi orientamenti. Se al termine della Conferenza sarà necessario convocherò la Giunta per il regolamento, per definire gli aspetti interpretativi delle norme in materia. E’ del tutto evidente che nel frattempo la Commissione speciale potrà discutere tutte le questioni ritenute urgenti, e non escludo che su tematiche particolarmente complesse si possano istituire altre commissioni speciali”.

La convocazione della conferenza dei capigruppo in ogni caso non rasserena gli animi. La capogruppo alla Camera Roberta Lombardi ha spiegato che fino a mezzanotte i Cinque Stelle occuperanno l’aula di Montecitorio.

Pd: Bindi vs Bersani, da Franceschini ok a Berlusconi. Renzi: “Nessuno vuole votare”

Partito in ordine sparso. L’ex ministro della Sanità smentisce frasi pesanti su Bersani (“con lui partito fermo”) pubblicate questa mattina sul Secolo XIX. Ma il giornale conferma. Dario Franceschini dalle colonne del Corriere della Sera sdogana il dialogo con il Cavaliere: “Basta complessi di superiorità”. A questo proposito, il segretario giovedì incontrerà l’ex premier. Renzi commenta: “Mi sembra che qui siano in pochi a volere le elezioni

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Rosy Bindi costretta a smentire frasi pesanti su Bersani pubblicate questa mattina sul Secolo XIX. Ma senza spendere, comunque, una parola a sostegno del segretario. Dario Franceschini che dalle colonne del Corriere della Sera sdogana il dialogo con Berlusconi: “Basta complessi di superiorità, ha preso i nostri stessi voti ed è il capo del centrodestra”. A questo proposito, Bersani giovedì incontrerà il Cavaliere, che potrebbe proporgli una linea favorevole alla sua sopravvivenza politica. E poi c’è Renzi che commenta: “Mi sembra che qui siano in pochi a voler andare al voto”. Basta aggiungere la “disponibilità” offerta dal ministro Fabrizio Barca a guidare il partito e il caos che in questo momento attraversa il Pd è servito. In ogni caso, dopo settimane in cui “l’inciucio” con il Pdl è sempre stato escluso a priori da Bersani e dai suoi, ora la linea diventa decisamente più morbida, sebbene le spaccature interne siano ormai evidenti.

ROSY BINDI: “BERSANI NON SA CHE FARE” – “Bersani non sa più che fare e il partito è fermo, senza prospettiva”. Anche la fedelissima Rosy Bindi ha perso la fiducia nel segretario e nella sua gestione, rendendo evidente la frattura in corso nel Pd. Le parole dell’ex ministro sono riportate dal Secolo XIX. Quando il giornalista le chiede se il partito non si senta ostaggio di un segretario impegnato in una lotta troppo personale, Bindi risponde: “E’ così, purtroppo”. Proprio lei, che ai tempi della campagna per le primarie di coalizione, lo scorso autunno, rispondeva colpo su colpo alle provocazioni di Matteo Renzi, ora ammorbidisce la linea rispetto al sindaco di Firenze: “Sta facendo il suo in questo momento, sta dicendo cose che pensano molti cittadini”. Insomma, non solo Rosi Bindi non para più i colpi in arrivo contro Bersani, ma cambia completamente linea e critica apertamente il segretario. Un nervosismo che, spiega lei stessa, parte dall’impasse che si è creata con l’incarico esplorativo, un tentativo fallito ma da cui il leader Pd non ha voluto sfilarsi: ”Se avessimo proposto un nome autorevole e non strettamente partitico – aggiunge Bindi sul prossimo presidente della Repubblica – come poteva essere Rodotà, ma ce n’erano molti altri, avremmo forse potuto contare su un atteggiamento più morbido da parte dei grillini. Non dico sull’appoggio, questo no, ma su un certo malessere interno, questo sì”. Perché non si è arrivati a proporre un altro nome? Non è stato fatto, spiega Bindi, “perchè Bersani non ha rinunciato, non ha voluto rinunciare, ha addirittura fatto un comunicato in cui lo ribadiva con estrema forza e convinzione. A quel punto che poteva fare il capo dello Stato senza un passo indietro palese del presidente che aveva incaricato? Ha preso tempo e poi, come sappiamo, ha proposto i saggi”.

LA SMENTITA: “IO STO IN SILENZIO” – ”Non c’è stato alcun colloquio con il Secolo XIX e le frasi virgolettate non sono mie. Sono stata fermata per strada da un signore che non ricordavo neppure fosse un giornalista, il quale mi ha subissato con le sue considerazioni e i suoi giudizi sulla situazione politica a cui non ho replicato. E’ molto grave che un incontro casuale si trasformi in una conversazione giornalistica e ancor più grave che le osservazioni del cronista vengano pubblicate come mie risposte mai date”. Lo afferma Rosy Bindi in una nota.La presidente del Pd Rosy Bindi aggiunge come “il mio silenzio, rispettoso del mio partito e del Presidente della Repubblica, sia ampiamente verificabile su tutti i mezzi di informazione”. Una precisazione in cui, in ogni caso, Bindi non spende una parola a favore della linea Bersani. Il Secolo XIX, comunque, conferma la notizia: “L’incontro tra Bindi e il nostro giornalista è avvenuto giovedì in via di Ripetta a Roma. Lì hanno scambiato una serie di considerazioni pubblicate oggi”. Ma Rosy Bindi risponde ulteriormente: “Come si capisce anche dalla nota del Secolo XIX tra Michele Fusco e Rosy Bindi non c’è stato alcun colloquio, nè nel senso etimologico della parola nè in quello giornalistico”, si legge in una nota della portavoce della presidente dell’Assemblea del Pd.

FRANCESCHINI: “DIALOGO CON BERLUSCONI” – E’ l’auspicio che Dario Franceschini formula in un’intervista al Corriere in cui lancia l’appello ai suoi ad “abbandonare questo complesso di superiorità, molto diffuso nel nostro schieramento, per cui pretendiamo di sceglierci l’avversario”. L’ex segretario del Pd sottolinea: “Ci piaccia o no, gli italiani hanno stabilito che il capo della destra, una destra che ha preso praticamente i nostri stessi voti, è ancora Berlusconi. E’ con lui che bisogna dialogare”. Franceschini respinge al mittente, però, uno scambio tra il sostegno del Pdl a un governo Pd e l’elezione del Capo dello Stato: si annunciano sette anni “burrascosi”, dice, e “il prossimo Capo dello Stato deve essere in ogni caso una persona di garanzia eletta con un’intesa più larga possibile. Per sua natura non può essere eletto con un mandato. Deve essere libero fin dalla prima scelta: assegnare l’incarico di formare il governo”. Un governo per cui, comunque, “chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, i numeri dicono che o si accetta un rapporto con il Pdl, o non passerà nessun governo”.

RENZI: “LE ELEZIONI? NON LE VOGLIONO IN TANTI” – “Noi dobbiamo abituarci -ha detto il sindaco, riferendosi alla situazione di stallo politico – alla serenità, alla serietà e alla coerenza. Io non so se la situazione di un governo Pd-Pdl sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno”. Per Renzi “le alternative sono tre: governo Pd-Pdl, governo Pd-5 Stelle, o elezioni. Un governo Pd-5Stelle Grillo non lo vuole – ha affermato il sindaco -. Le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti. Sul governo Pd-Pdl staremo a vedere. E’ difficile che uno come me, che sta lontano da Roma, possa capire come va a finire”.

Nel Pd scoppia polemica sull’Unità. Berlusconi: “Voto non è priorità”

Nel centrosinistra i renziani attaccano il quotidiano del partito: “Vergognosa propaganda contro Renzi. Il direttore si dimetta”. Il Cavaliere insiste sulla necessità di cercare larghe intese con i democratici: “Non chiedo ruoli istituzionali per me”

bersani-e-renzi_interna-nuovaSilvio Berlusconi smentisce di puntare a incarichi istituzionali per sé. E in un messaggio pubblicato sul sito Forzasilvio.it torna a rivolgersi al Pd perché si arrivi a una larga intesa. Intanto sul fronte opposto continuano le polemiche tra i democratici dopo le frasi di Matteo Renzi sulla perdita di tempo di questa fase politica e sulla necessità di andare al voto se non si raggiungono larghe intese. Oggi dai renziani è arrivato l’attacco al giornale di partito lUnità, che in prima pagina ha titolato: “No di Renzi al governo Bersani”, un titolo ritenuto fuorviante. Dal canto suo il sindaco di Firenze ha negato che per il momento sia possibile un suo incarico come premier.

Berlusconi: “Voto anticipato non è prima scelta”
“Come sapete bene non chiedo nulla per me, né ruoli istituzionali nè ruoli di governo”, assicura il Cavaliere in un messaggio su Forzasilvio.it. ”Il ricorso alle urne entro giugno – continua Berlusconi – non rappresenta la nostra prima scelta perché noi sappiamo bene che la cosa più urgente è far uscire il Paese dalla crisi nel tempo più breve possibile. Noi riteniamo quindi prioritario ed anzi, indispensabile, dare vita subito a un governo stabile e forte”. E in tal caso il leader del Pdl ribadisce la propria disponibilità ad appoggiare un esecutivo guidato dal Pd. “Soltanto se il Partito Democratico dirà ‘no’ a questa soluzione, si dovrà ricorrere alle elezioni anticipate”.

Nega quindi di volere il voto, Berlusconi. E questo nonostante ”se si rivotasse saremmo in grado, secondo gli ultimi sondaggi, di prevalere sia alla Camera che al Senato”. Una dichiarazione che viene dopo le indiscrezioni degli ultimi giorni, secondo cui il Cavaliere era pronto a fare saltare il banco il prima possibile. Con un unico obbiettivo, prorpio quello del voto. E se Berlusconi nega di aspirare a ruoli istituzionali e alle urne, Matteo Renzi smentisce che la scorsa settimana ci sia stata per lui la possibilità di salire al Quirinale e ricevere l’incarico di formare un nuovo governo. ”L’unico colle che posso frequentare è da queste parti, ed è Piazzale Michelangelo”, ha aggiunto in collegamento con Radio 105 il sindaco di Firenze, con riferimento al colle da cui si ha una vista panoramica sul centro della città.

Polemiche nel Pd
Renzi è poi tornato sulla necessità di trovare in fretta una soluzione, dopo il botta e risposta conGiorgio Napolitano che ha negato si stia perdendo tempo. ”Io personalmente sarei per andare a votare – ha detto il sindaco di Firenze -. Ma siccome non è importante quello che penso io, ma quello che pensano gli italiani, bisogna fare qualcosa”. Riguardo a un’intesa tra Pd e Pdl, ha negato di esserne il principale fautore. ”Se devono fare un’alleanza, Berlusconi si fida molto più di D’Alema e Bersani che non dei nuovi innesti del Pd: è da tempo che si conoscono, e più facile che trovino un accordo loro”. Il sindaco di Firenze frena anche sull’ipotesi di una scissione dei democratici. “Uscire e farsi un partito non ha senso, ce ne sono già troppi”.

Ma anche questa mattina non ha risparmiato qualche critica al segretario: “Adesso – ha spiegato – o Bersani riuscirà a spaccare i 5 Stelle oppure farà un accordo con il Pdl. Si stanno parlando: Migliavacca ha parlato più volte con Verdini”. Il sindaco di Firenze ha ricordato che “Bersani ha provato a fare l’accordo con Grillo e Grillo gli ha detto di no. Lo abbiamo capito tutti anche perché Grillo glielo ha detto con quella grazia e sobrietà naturale che ha. Gli ha detto di tutto, ci mancava solo che gli offendesse la mamma. Si può dire tutto di Beppe Grillo meno che non sia chiaro”.

Renziani contro l’Unità
Intanto all’interno del partito è scoppiata la polemica su l’Unità, che oggi ha aperto la prima pagina titolando: “No di Renzi al governo Bersani”. “Con tutti i problemi che ha il Paese che il giornale del mio partito titoli su Renzi, non mi pare il caso”, ha detto Simona Bonafè parlamentare del Pd. La deputata ha dato il via all’attacco portato dai renziani al quotidiano del Pd. “L’Unità, con il titolo sparato oggi in prima pagina, falsifica totalmente la realtà, danneggiando e indebolendo, tra l’altro, proprio il segretario Bersani – ha affermato Paolo Coppola -. Viene da chiedersi il perché di questa scelta ? Chissà se qualcuno chiarirà questo dubbio”.

“Ricomincia la vergognosa propaganda dell’Unità e di Youdem contro Matteo Renzi”, è l’opinione di Roberto Reggi, renziano, sulla sua pagina Facebook. “Matteo non ha parlato di governissimo, ma di un patto costituente di 6 mesi da cui far nascere la terza repubblica. Un patto, anche con chi rappresenta 10 milioni di elettori, con cui cambiare la legge elettorale, sostituire il Senato con la Camera delle Autonomie,abolire le Province, abolire il finanziamento pubblico ai partiti ed occuparsi urgentemente dei drammmatici problemi che attanagliano le nostre famiglie e le imprese”.

Il deputato Matteo Richetti è arrivato addirittura a chiedere le dimissioni del direttore del quotidiano: ”Se il titolo è ‘scappato’ – ha scritto su Facebook – Sardo farebbe bene a lasciare, non serve un direttore distratto. Se il titolo è voluto, Sardo farebbe bene a lasciare, non serve un direttore in malafede. Se il titolo è imposto o suggerito da altri, più contigui alle esigenze di partito (e di parte), Sardo farebbe bene a lasciare, all’Unità serve un direttore”. Alla richiesta di Richeti ha replicato Stefano Traglia, portavoce di Bersano: ”Chiedere le dimissioni di un direttore perché non si concorda con un titolo è un atto grave. Sì a critiche, no a censure”.

Infrastrutture, Mauri (Pd): “Pensiamo alla Salerno-Reggio Calabria”

L’INTERVISTA – Per Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture del Partito democratico candidato alla Camera, il Ponte sullo Stretto è stato “il sogno di gloria di Berlusconi”. E se fosse realizzato “sarebbe una spesa assurda dagli esiti incerti”

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Il Ponte sullo Stretto “non s’ha da fare, è stato il sogno di gloria di Berlusconi”, mentre la Tav“low cost” è una buona via di mezzo tra le esigenze dell’Europa e le risorse dell’Italia. Matteo Mauri ha 39 anni, è candidato alla Camera al quarto posto in Lombardia, ed è responsabile Infrastrutture del Partito democratico.

Non è che in due anni cambiate idea sul Ponte sullo Stretto?

No, guardi, il Ponte non s’ha da fare. Non ha nessun senso né dal punto di vista economico, né geologico. Sarebbe una spesa assurda dagli esiti incerti. È stato il sogno di gloria di Berlusconi.

Quindi alla fine pagheremo la penale alle aziende appaltatrici?
La scelta del governo tecnico (che con un decreto ha prorogato di 2 anni i tempi di approvazione del Cipe al fine di verificare meglio la fattibilità tecnica, ndr) non è legata al fatto che non si volesse chiudere la vicenda, ma è il tentativo di verificare se esistano le condizioni per non pagare la penale o pagarne comunque una ridotta. La posizione del Pd è chiara: si cercherà di verificare se dal punto di vista legale sia possibile ridurre la penale.

Che infrastrutture servono al Sud se il Ponte non s’ha da fare?
Innanzitutto terminare la Salerno-Reggio Calabria, un’infrastruttura importante per un territorio complicato. Adesso si sta concludendo un lotto ma c’è ancora una buona parte che va completata e un lotto addirittura ancora da assegnare. Le pratiche si possono sicuramente chiudere in 5 anni.

Le risorse dove le troviamo?
Le risorse ci sono, bisogna solo usarle meglio. In Italia ci si è concentrati per anni e anni sulle grandi opere, ma noi abbiamo bisogno di medie e piccole opere che sarebbero molto più utili per sbloccare interi sistemi economici. Penso alla portualità: ci sono delle strozzature nei porti che creano molti problemi alla logistica, che sono sia di carattere viario ma soprattutto di carattere ferroviario. Dobbiamo assolutamente recuperare una quota consistente di trasporto su ferro, dunque creare intermodalità, e per farlo bisogna rifinanziare il ferrobonus (incentivo per il trasporto combinato strada-rotaia, ndr) e l’ecobonus (incentivo con l’obiettivo di sostenere le imprese di autotrasporto a fare uso delle rotte marittime, ndr) e realizzare un piano nazionale della mobilità.

La Torino-Lione è indispensabile?
Il progetto definitivo (presentato dal governo il 31 gennaio, ndr), con un risparmio notevole rispetto a quello iniziale, mi sembra un fatto importante. Si fa il tunnel e poi con una bretella si rientra sulla linea storica, e questo accade sia dalla parte italiana che da quella francese. Per la Tav vale quello che vale anche per altre grandi infrastrutture: forte utilità in prospettiva, ma guarda ad un aumento di merci e passeggeri che in questo momento – causa crisi – non c’è. Dunque a fronte delle disponibilità economiche che ci sono al momento il progetto low cost è la soluzione migliore possibile.

I No Tav sono stati ascoltati nella giusta maniera?
Si poteva fare di più. Io penso che ci debba essere un’impostazione diversa dal passato e cioè che in caso di opere invasive debba esserci un confronto aperto con i rappresentanti degli interessi locali. Come è successo ad esempio con la Pedemontana in Lombardia.

Cosa fare per migliorare la viabilità alternativa?
Nei grandi centri urbani si deve garantire un’offerta alternativa al trasporto privato.

Che vuol dire?
Trasporto pubblico locale, innanzitutto. Sappiamo che la crisi ha spinto molte persone a lasciare la macchina e a prendere i mezzi pubblici. Si stima un aumento medio del 15%. Gente che non l’ha fatto perché folgorata sulla via di Damasco dall’ecologismo, ma perché l’assicurazione costa, il carburante idem. E ancora: servono piste ciclabili, car sharing e auto elettriche, che bisogna incentivare. Senza dimenticare i treni per i pendolari, che sono quelli che si caricano sulle spalle le responsabilità di fare andare avanti questo Paese. Uno non può essere contento di arrivare a lavoro solo perché è riuscito a scendere dal treno. (GAV)

Elezioni, “Pdl avanti in Lombardia e Sicilia”: per Bersani Senato più lontano

Secondo i sondaggi di Mannheimer per il Corriere della Sera il centrodestra è in vantaggio di oltre 3 punti sulla coalizione di centrosinistra. Otterrebbero seggi anche Monti e Cinque Stelle. Vendola: “Se il Pd sceglie Monti dovrà rinunciare a Sinistra e Libertà”

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Perdete pure in Sicilia, ma non in Lombardia. Oppure perdete in Lombardia, ma vincete ovunque. Il centrosinistra ha davanti a sé questo collo di bottiglia per evitare l’anatra zoppa, cioè andrà al governo senza poter contare sul voto di una delle due Camere. Se infatti la maggioranza alla Camera sembra cosa fatta, al Senato le circostanze sono tutt’altro che chiare. Per via della legge elettorale, infatti, il premio per i seggi di Palazzo Madama scatta a livello regionaleE ci sono regioni che pesano di più e regioni che pesano di meno. Dunque la vittoria diPierluigi Bersani passa per la Lombardia, per la Sicilia e per la Campania. Secondo le simulazioni di Renato Mannheimer per il Corriere della Sera il centrosinistra porta a casa il Senato solo se lascia sul campo solo la Lombardia, mentre non riuscirebbe a superare la soglia dei 158 senatori se perdesse sia in Lombardia che in Sicilia. C’è di più: sempre secondo l’istitutoIspo in Lombardia, definita ormai ovunque “l’Ohio italiano”, il centrodestra appare nettamente avanti, con un distacco che supera i 3 punti percentuali (distanza che si riflette anche nella corsa per la presidenza della Regione tra Roberto Maroni e Umberto Ambrosoli). E in Sicilia? L’ultima rilevazione disponibile è quella di Roberto D’Alimonte del Sole24Ore del 9 gennaio. Anche qui la coalizione guidata da Bersani sarebbe dietro a quella di Berlusconi e soci, in maniera se possibile addirittura più netta rispetto alla situazione della Lombardia (dove d’altronde incide anche la presenza di Gabriele Albertini).

Vendola: “Se il Pd sceglie Monti come alleato dopo il voto, dovrà rinunciare a Sel”
In questa situazione di incertezza Nichi Vendola mette le cose in chiaro: “Se il centrosinistra sceglie Monti come alleato per il governo – dichiara a SkyTg24 – dovrà rinunciare al contributo di Sel. Io sono alternativo alla presenza dei conservatori nell’alleanza di centro sinistra. Sarà impossibile, anche solo immaginare, una maggioranza in cui stiamo insieme io e Paola Binetti che, lo dico con tutto il rispetto, è la tipica espressione di una cultura integralista che disvela le ambiguità dell’alleanza che si è radunata intorno al professor Monti e che si presenta come un’alleanza liberale. Penso che nella prossima legislatura bisognerà collaborare con Monti, con Casini e le forze centriste e insieme occuparsi della riforma dello Stato, sulla quale occorrerà trovare dei punti di compromesso”. Insomma: “Dal punto di vista del governo del Paese, il centro sinistra ha il diritto di governare senza ipoteche e senza badanti. Io ho fatto vincere il centro sinistra in luoghi dove aveva sempre perso, ho contribuito alla vittoria dalla Puglia a Milano. Il centrosinistra si candida per vincere e governare, Monti e Berlusconi – ha concluso Vendola – si candidano per impedire la pienezza della vittoria del centro sinistra, per azzoppare la coalizione, cercando in quel modo di rientrare in partita”.

Il Pdl: “Berlusconi è il capo della coalizione”
Nel frattempo, dando benzina alla polemica aperta ieri sul confronto tv tra i candidati a Palazzo Chigi, Ignazio Abrignani (responsabile dell’ufficio elettorale del Pdl) ha confermato che Silvio Berlusconi è capo della coalizione (sottinteso non candidato alla presidenza del Consiglio, e d’altronde è uno dei punti su cui si fonda il patto con la Lega). Abrignani è arrivato al Viminale per depositare il simbolo del Popolo delle Libertà. Sono 11 i partiti della coalizione: Pdl, Lega Nord, Grande sud insieme a Mpa di Lombardo, Pensionati, Intesa popolare, Mir e La Destra di Storace, ma anche “Basta tasse”, “Liberi da Equitalia”, “Lista del popolo” e “Rinascimento italiano”. Nel frattempo anche Roberto Calderoli è tornato al Viminale perché dovrà cambiare uno dei due simboli già presentati, quello della Lega Nord e “Maroni presidente”, perché contengono ambedue il nome del leader del partito.

I meccanismi e lo scenario del Senato: Lombardia, Sicilia, Campania
Il meccanismo dei premi di maggioranza, come detto e com’è ormai noto visto che il Porcellumverrà utilizzato per la terza volta in 7 anni, è diverso per Camera e Senato. Per Montecitorio la coalizione che prende più voti prende il 55 per cento dei seggi. Per i partiti di centrosinistra che supereranno la soglia di sbarramento del 2% (perché coalizzati) non ci saranno problemi: ovviamente Pd e Sinistra e Libertà, ma forse anche il Centro Democratico di Massimo Donadi e Bruno Tabacci.

Per il Senato il premio di maggioranza è applicato invece regione per regione. A questo dispositivo si sottraggono solo Val d’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise. La Lombardia assegna 49 seggi su 315, la Sicilia 24, la Campania 29. E la situazione è tutt’altro che felice, secondo i sondaggi, per Bersani e i suoi alleati. Secondo gli scenari elaborati da Mannheimer il centrosinistra ha bisogno di alleanze post-voto per Palazzo Madama se perde in due regioni tra Lombardia, Sicilia e Campania.

Mannheimer: “In Lombardia centrodestra avanti di 3 punti e mezzo”
L’analisi di Mannheimer sul Corriere si concentra sulla Lombardia. Qui, in particolare, il centrodestra sembra aver ingranato di nuovo la quarta, visto che D’Alimonte l’8 gennaio gli assegnava il 32,5 per cento (quindi prua a prua con il centrosinistra) e oggi l’Ispo gli dà il 35,7 per cento contro il 32,3 della coalizione dei “progressisti” (non è dato sapere se c’entri la performance del Cavaliere da Santoro). Come spiega lo stesso sondaggista il divario è ancora “colmabile”, ma è evidente come questa resti un’arma tutt’altro che spuntata nelle mani di Berlusconi. Infatti il centrodestra raccoglierebbe 27 seggi da dividere tra Pdl e Lega Nord (La Destra e i Fratelli d’Italia non superano il 2 per cento), mentre il centrosinistra si fermerebbe a 12. Le altre forze politiche che otterrebbero seggi in Lombardia sarebbero la Scelta Civica di Mario Monti (14,7 per cento dei voti, 6 seggi) e il Movimento Cinque Stelle (10,8% e 4 seggi).

Sicilia, Ipsos: “Centrodestra in (ampio) vantaggio”
Ma le cose vanno se possibile addirittura peggio in Sicilia. L’ultima rilevazione disponibile è quella di Ipsos, pubblicata dal Sole24Ore l’8 gennaio. La coalizione che fa capo a Berlusconi prenderebbe qui 14 seggi (27% per cento in tutto) e ne lascerebbe a quella di Bersani solo 3 (22,9%). Qui otterrebbero seggi anche i Cinque Stelle (3 seggi, 19,8%, a confermare il brillante risultato delle Regionali), la Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia (2 seggi, 11%) e la Scelta Civica di Monti (2 seggi, 16,5%).

Campania, Ipsos: “Centrosinistra avanti di 2 punti”
La terza e ultima regione “cruciale” per il Senato, la Campania, è in bilico, ma dovrebbe risultare appannaggio del centrosinistra. Sempre secondo Ipsos per il Sole (8 gennaio). Qui il centrosinistra avrebbe un vantaggio di almeno il 2% sul centrodestra: 30,5 contro il 28,5. La coalizione di Bersani conquisterebbe dunque 16 seggi, mentre il Pdl e i suoi alleati avrebbero diritto a 6. Anche in questo caso otterrebbero posti al Senato le liste di Monti (3), Ingroia (2) e Cinque Stelle (2). Ma per il centrosinistra la sola Campania non basta.

Monti, il Pdl all’attacco e Fassina (Pd): “La sua lista sembra quella del Rotary”

“Quando Monti parla di riduzione della pressione fiscale, rischia di cadere in un involontario umorismo visto non solo quello che ha fatto nel corso di questo anno, ma soprattutto per ciò che ha preparato per il prossimo” scrive in una nota Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera. Dozzo (Lega): “Vergogna”

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La sortita in radio del premier uscente, che ha risposto a domande sulla commissione di inchiesta proposta da Berlusconi alle riforme, scatena l’ira del Pdl e l’ironia del Pd, soprattutto in riferimento al taglio di un punto delle tasse già annunciato nel documento di fine anno. Comunicazione duramente criticata da Lucio Malan (Pdl), membro della commissione di Vigilanza sulla Rai (PdL).

“Quando Monti parla di riduzione della pressione fiscale, rischia di cadere in un involontario umorismo visto non solo quello che ha fatto nel corso di questo anno, ma soprattutto per ciò che ha preparato per il prossimo” scrive in una nota Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera. “Quanto alle condanne sui privilegi della casta, Monti mi ricorda molto un mandarino che fa le prediche ai suoi colleghi: forse che non fanno parte della casta i tecnocrati e i banchieri, per i quali se uno guadagna 300mila euro è considerato un manager o un alto burocrate di serie C?”. Critica anche Jole Santelli: ”Credo che gli elettori su alcune cose non sono per nulla confusi. Sanno bene che il presidente Monti sta conducendo una partita estremamente rischiosa per l’Italia. Un conto è guidare un polo di centrodestra in modo chiaro e coerente, altro quello di mettersi a capo di una minicoalizione che dovrebbe esclusivamente raggiungere il risultato dell’instabilità in modo da consentire l’innaturale alleanza fra Udc e sinistra -prosegue l’esponente del Pdl-. Unico obiettivo di tale operazione sarebbe di tipo personale il Quirinale. Inoltre, un conto è essere a capo di una coalizione facente capo al Ppe e voluta in Italia, altro è essere incoronato ambasciatore della Banca centrale tedesca e candidato alla carica di proconsole della Merkel in Italia. Noi vogliamo l’Europa ma pretendendo il ruolo ed il rispetto che l’Italia merita, vogliamo essere seduti al tavolo e non servire le pietanze preparate per sfamare altri”.

Il coordinatore dei dipartimenti del Pdl Renato Brunetta ha invece analizzato il documento “Un anno di governo” pubblicato sul sito di palazzo Chigi, evidenziando “le 10 falsità (più gravi). Sul delicato tema delle tasse interviene anche Francesco Storace: “Come l’ultimo dei politicanti, Mario Monti promette meno tasse. Per favore non traducete in tedesco, che l’Angela custode si agita” scrive su Twitter, il segretario nazionale de La Destra. ”Il professor Monti esprime una sorta di disprezzo per coloro che nella dimensione politica si sono esposti sui temi eticamente sensibili. Egli sa bene invece quando sia politicamente oneroso prendere posizione o addirittura assumere atti di governo a tutela della vita dal modo con cui si genera a quello con cui la si protegge nelle condizioni di massima fragilità. Egli lo sa tanto bene che evita accuratamente di avere un pensiero o di annunciare una posizione – dice il senatore del pdl Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro – Eppure la sinistra ha già annunciato che nella prossima legislatura intende promuovere “presunti” diritti civili in tema di procreazione, determinazione del fine di vita, di equiparazione del matrimonio omosessuale a quello naturale, con connessa facoltà di procreare e di adottare. Questi temi sono quindi entrati prepotentemente nel dibattito politico per iniziativa di coloro che vogliono mettere in discussione i principi fondamentali della Nazione che costituiscono la premessa di ogni politica pubblica. Certo, per prendere posizione occorrono coraggio, passione civile e disponibilità al rischio. Tutto l’opposto della politica come cinico calcolo personale”.

Ironico, invece, Stefano Fassina (Pd): “‘Per i livelli di reddito di coloro che ne entrano a far parte, la lista Monti somiglia sempre più alla lista Rotary – dice il responsabile economico del Partito Democratico a Radio Città Futura – Monti porta avanti una linea che assomiglia a quella del Partito Popolare Europeo, un partito inserito in un percorso di politica economica che vede nella svalutazione del lavoro, la maniera per tornare a crescere”. Il dirigente del Pd si è detto inoltre colpito dalla scarsa sensibilità istituzionale di Monti nella scelta di Enrico Bondi come collaboratore alla definizione delle liste elettorali. “Bondi è prima di tutto il commissario alla Sanità della Regione Lazio – ha ricordato Fassina – e mi stupisce che non abbia mai trovato il tempo di recarsi al San Raffaele, i cui dipendenti non percepiscono lo stipendio da quattro mesi. Chi ha delicatissimi incarichi istituzionali – ha proseguito – dovrebbe concentrarsi esclusivamente su quelli”.

“Sui costi della cosiddetta casta Monti è senza vergogna: proprio lui parla di privilegi, proprio lui che si è fatto nominare senatore a vita prima di ricevere l’incarico di premier da Napolitano? – afferma il capogruppo della Lega alla Camera, Gianpaolo Dozzo -. Per non parlare degli stipendi faraonici e delle pensioni milionarie che percepiscono molti membri del governo ‘tecnico’. Rimango allibito da tanta ipocrisia e sfrontatezza: se davvero è contro i privilegi allora Monti si dimetta immediatamente da senatore a vita, altrimenti farebbe bene a tacere”.

”Monti è l’alfiere di un nuovo trasformismo con i vecchi vizi della peggior politica – afferma Gennaro Migliore della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Libertà – Noi siamo il partito dell’innovazione e della giustizia sociale. Con lui invece abbiamo avuto un anno di sacrifici solo per i più deboli. Noi ci impegneremo attivamente per nuova occupazione, investimenti in formazione, cultura e ambiente. Con lui abbiamo le ipocrisie di Casini e delle gerarchie ecclesiastiche, con noi diritti di libertà, dalle coppie gay ai diritti di scelta sul fine vita. Con noi della coalizione di centrosinistra avremo un Paese nuovo, con lui i vecchi privilegiati in Ferrari”.

Peggio del berlusconismo, solo il montismo

downloadIl Natale peggiore del dopoguerra o quasi. Allora c’era la speranza della resurrezione, dalle macerie. C’era una coesione sociale che ha cementato un popolo, creando solidarietà, alimentando creatività, ingenerando percorsi virtuosi. Oggi c’è solo desolazione, disperazione e l’Agenda Montiche ammorba il dibattito politico, già insulso di suo. La rassegnazione del baratro.Pensavamo di averle viste già tutte. Un ventennio di democrazia di plastica imposta dall’uomo di Arcore per salvare i propri interessi con la compiacenza affaristica di un centrosinistra inamovibile nei volti e nella pochezza delle idee. Pensavamo che fosse bastata l’esperienza di un sistema diffuso di illegalità mascherata dalla legalità di Stato, contraddistinta dalle decine di leggi ad personam, dalla agevolazione di ogni evasione e di ogni illecito finanziario. Pensavamo che vent’anni di regime televisivo avessero creato gli anticorpi e invece, d’un botto, siamo tornati indietro.

Pensavamo che il berlusconismo fosse stato il peggio di questa Italietta svenduta per pochi spiccioli. E invece ci dobbiamo ricredere, perché come recita il proverbio “al peggio non c’è mai fine”: abbiamo avuto un anno di Montismo. Era apparso come la Madonna recitando il verbo “rigore, equità e sviluppo”, in favore soprattutto dei “giovani e delle donne”, promettendo che non avrebbe continuato a fare politica. Non ha mantenuto nulla di tutto ciò. Una Madonna ingannevole, quanto meno bugiarda.

Non c’è stato nemmeno il “rigore” perché va applicato ovunque, mentre egli l’ha prescritto (al pari di una supposta, all’arsenico) solo alla classe media. Ha risparmiato putacaso l’intero ceto politico, gli interessi del Vaticano, delle banche e dei grandi gruppi di potere. Che anzi ne escono ben rafforzati. E non è populismo ma realismo.

Quanto all’equità ho il sospetto che abbiamo tutti capito male. Ha in realtà detto “pediss-equità”, intendendo egli imitare passivamente il predecessore ma aggiungendo il suo tocchetto, quello di rafforzare gli interessi forti. Lo sviluppo è confermato da dati negativi ufficiali su ogni fronte: Pil, debito pubblico, potere d’acquisto, disoccupazione. Dati che offrono un inviluppo, pari all’involucro rimasto del Paese e della società. L’involucro offre però fiducia alla Germania e ad altri paesi quanto al pagamento del nostro debito da loro detenuto. Forse è per questo che lo spread sta calando. Pagheremo il debito ma il debitore è morto per consunzione. Il becchino tecnico aprirà un’agenzia di pompe funebri.

Il Joker sorridente è stato sostituito dall’arzillo professorale che arma le supposte e l’olio di ricino perché altrimenti il paziente muore. Ma mentre uccide realmente il paziente con le sue medicine, occhialuto gli infonde la fiducia che lo sta salvando. Ma la consunzione aumenta. L’abisso tra il prima e il dopo ha reso credibile il bocconiano, chiamato al capezzale dal napolitano. Il quale ultimo si è auto attribuito poteri extracostituzionali.

Il regime dell’olio di ricino, paradossalmente reso possibile dal regno del buffone e legittimato dal monarca garante.

La parodia della democrazia che vuole sostituirsi definitivamente alla democrazia, ora a tambur battente, con i centristi che sbucano da ogni dove perché in Italia essere moderati (ossia il nulla, come ogni intervento di Casini, laddove mai nulla dice) paga. E dunque eccoli tutti stringersi alla corte di Monti per consentirgli di regnare per altri cinque anni e finire il disastro che ha abbondantemente abbozzato.

Giova forse ricordare come Monti nei primi tre mesi avrebbe potuto (e dovuto) fare le cose più preziose: tagliare la vera spesa parassitaria, dimezzare il costo della politica ed eliminare iprivilegi del Vaticano e delle banche  (diciamo una decina di miliardi); riformare la giustizia ed ilfisco (diciamo, in termini di Pil e di fiducia all’estero un’altra decina di miliardi); tagliare il costo del lavoro (vero volano dello sviluppo, insieme alla riduzione del prelievo fiscale). Invece stranamente ha rigirato la classe media.

Con lui abbiamo e avremo solo diseguaglianze, sospensione dei diritti e della democrazia, concentrazione del potere nelle mani di pochi.

Si definisce illiberale ma non conservatore. Non è liberale ma anzi, è profondamente illiberale. Il liberalismo infatti pone limiti al potere e all’intervento dello Stato, al fine di proteggere i diritti naturali, i diritti di libertà e promuovere l’autonomia creativa dell’individuo. Cosa c’è di liberale nel Montismo?

E non è certamente conservatore perché non si limita a conservare ma vuole rafforzare i poteri forti.

Per il bene di tutti è necessario liberarsene, definitivamente.

di Dario Esposito

La sfida di Alessandra Kustermann

Il primario del Pronto Soccorso di ostetricia della Mangiagalli di Milano ha presentato la propria candidatura alle primarie della Regione Lombardia

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Solidarietà, legalità, più risorse ai Comuni, lotta al degrado e tutela dell’ambiente: sono questi i temi-chiave portati avanti da Alessandra Kustermann, primario del Pronto soccorso di ostetricia e ginecologia della Clinica Mangiagalli di Milano, da oggi ufficialmente candidata alle primarie del Pd per la presidenza della Regione Lombardia.

“LA LOMBARDIA DEVE RINASCERE” – Ed è proprio in virtù della sua lunghissima esperienza come medico che Kustermann si propone come nuovo Presidente della Lombardia, una regione – ha spiegato nella conferenza stampa per la presentazione ufficiale della sua candidatura – dove “Non è esploso un singolo scandalo, ma che è stata teatro di un susseguirsi di piccoli scandali. In questo momento la Regione è come un malato che è necessario non solo curare, ma anche far nascere di nuovo”.

UNA DECISIONE IMPROVVISA – Classe 1953 (“Per questo non sono ancora rottamata” – ha detto ai giornalisti), prima donna ad essere nominata primario ginecologo della storia della prestigiosa clinica milanese, Alessandra Kustermann ha dichiarato che la sua candidatura è frutto di una decisione improvvisa dopo lo scandalo di Domenico Zambetti, l’assessore alla Casa arrestato lo scorso ottobre con l’accusa di aver comprato un pacchetto di voti dalla ‘ndrangheta. Da anni impegnata nella tutela delle donne e fondatrice del Centro contro la Violenza Sessuale e del Centro contro la Violenza Domestica, Kustermann ora allarga i propri orizzonti all’intera regione dove vive e lavora: “Insieme possiamo far nascere una nuova Lombardia, che riprenda il suo ruolo economico e imprenditoriale. Una Lombardia dove i bambini possano crescere senza essere oppressi dall’inquinamento e dal degrado ambientale, dove i giovani possano studiare in strutture più decenti di quelle attuali”.

L’APPOGGIO DELLA SOCIETÀ CIVILE – Un appello appassionato, il suo, che ha trovato l’immediato appoggio della società civile e la sua candidatura è stata sostenuta da un migliaio di adesioni raccolte in pochissime ore. Tra i firmatari dell’appello spiccano i nomi di Bice e Carla Biagi, Gad Lerner, Fabrizio Onida, Caterina Sarfatti, Daniela Benelli, Carlo e Nando Dalla Chiesa.

LA STRATEGIA – Molto del discorso politico di Kustermann si gioca sulla questione della sanità, ambito dove finisce oltre il 70% delle risorse di bilancio: “Il sistema sanitario lombardo è efficiente ma può essere migliorato, sbloccando più risorse a favore dei Comuni e lasciando alla Regione il compito di dettare una strategia basata sulla lotta agli sprechi, sulla legalità e sull’efficienza”. 

“LE PRIMARIE CI SARANNO” – E per quanto riguarda l’annullamento delle primarie? Pungolata dalla domanda di uno dei molti giornalisti presenti, Kustermann ha risposto con decisione: “Ambrosoli non ha ancora deciso, e non è detto che le primarie non possano essere interrotte. Sono state annunciate dal centrosinistra e se il centrosinistra non vuole perdere la faccia probabilmente le primarie ci saranno”.

Crisi, l’Ocse taglia ancora le stime sul Pil italiano e chiede il Monti-bis

Uno dei principali motivi di incertezza, secondo l’Organizzazione, riguarda “il dopo aprile 2013” e quindi l’esito delle elezioni e se il governo italiano sarà capace “di mantenere il risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali”

L’Ocse vede sempre più nero per l’Italia. Nell’ultimo Economic outlook, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha rivisto al ribasso le stime per il Pil italiano nel 2012 e 2013, prevedendo una contrazione rispettivamente del 2,2% e dell’1%, contro il -1,7% e -0,4% stimato nel maggio scorso. Questa “crescita debole metterà ulteriore pressione negativa su occupazione, salari e prezzi”, spiegano da Parigi. Nel 2014 il pil dovrebbe tornare a crescere a +0,6 per cento. Quanto al mercato del lavoro, per fine anno è previsto un tasso di disoccupazione al 10,6%, destinato a salire all’11,4% nel 2013.

Nonostante le riforme strutturali in Italia per il ritorno alla crescita e il risanamento dei conti pubblici “sono ben avviate” l’attività economica in Italia “dovrebbe continuare a contrarsi nel breve tempo” come conseguenza della stretta di bilancio, dell’indebolimento del clima di fiducia e della stretta creditizia, spiega l’Ocse che stima un ritorno alla crescita “nel corso del 2013” se il Governo conseguirà gli obiettivi di bilancio per il 2013 e il 2014. L’Organizzazione parigina ritiene che sia necessario “un ulteriore inasprimento fiscale nel 2014 per raggiungere gli obiettivi di riduzione del debito pubblico” dell’Italia, “che è entrata nella sua seconda recessione grave in tre anni”.

Le riforme sul lavoro e gli interventi sulla produttività approvati dal Parlamento negli ultimi dodici mesi, sottolinea l’Ocse, “sono impressionanti” ma vanno “costantemente e fortemente implementati se si vuole produrre dei risultati”. Una volta a regime i provvedimenti, che puntano a risolvere i problemi della bassa crescita economica e dell’alto livello del debito pubblico, “dovrebbero contribuire a tirar fuori l’economia italiana dalla stagnazione che ha registrato negli ultimi decenni”. L’Ocse, nel rilevare che la Costituzione italiana “è stata modificata in modo da prevedere ilpareggio del bilancio”, evidenzia come la spending review “contribuirà al necessario risanamento dei conti pubblici”. L’Italia, poi, osserva l’organizzazione internazionale, “è stata anche aiutata dalle azioni decise dall’area dell’euro”: l’istituzione dei fondi di salvataggio Efsf e Esm “hanno avuto come effetto immediato la riduzione dello spread”.

Il risanamento dei conti pubblici, però, ha contribuito “ad indebolire la domanda interna” e ha favorito “in calo dei consumi privati”, i cui livelli sono i più bassi mai registrati dalla seconda guerra mondiale. Anche il clima di fiducia delle imprese “è basso”. Il rallentamento economico in Italia, poi, “ha messo sotto pressione il settore finanziario: i crediti in sofferenza sono alti e in aumento” e si registra una “stretta creditizia”. Le diverse misure adottate nella seconda metà del 2012, tra cui l’introduzione dell’Imu e la spending review, “dovrebbero contribuire alla riduzione del rapporto deficit/pil che nel 2011 era del 3,8%”.

Tuttavia, rileva l’Ocse, il disavanzo “dovrebbe superare il 2,6% del pil previsto dal governo”. Per il 2013 e il 2014 l’Ocse prevede che il governo raggiungerà i suoi obiettivi di equilibrio strutturale anche se il debito pubblico “continuerà ad aumentare nel periodo in esame”, e quindi fino al 2014. Nonostante il forte calo della produzione nel corso dell’ultimo anno, osserva l’Ocse, “l’occupazione è rimasta notevolmente robusta finora anche se la disoccupazione è aumentata a causa della maggiore partecipazione” al mercato del lavoro in Italia. La debole crescita economica “dovrebbe contribuire a fare aumentare il tasso di disoccupazione che toccherà quasi il 12% nel 2014”. Il rallentamento della crescita dei salari e la riduzione dell’inflazione, invece, dovrebbe permettere in prospettiva “un aumento delle esportazioni”.

Uno dei principali motivi di incertezza, sottolinea l’Ocse, riguarda “il dopo aprile 2013” e quindi l’esito delle elezioni e se il governo italiano sarà capace “di mantenere il risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali”. Un ritorno indietro, sottolinea l’organizzazione internazionale, “danneggerebbe il clima di fiducia del mercato e la crescita”. Un altro rischio “è che il saldo di bilancio migliori meno di quanto previsto nel 2012, nonostante le misure introdotte nella seconda metà dell’anno”. Inoltre, conclude l’Ocse, “l’intensificazione dello stress nel mercato finanziario e la riduzione della leva finanziaria delle banche potrebbero accentuare eccessivamente la stretta creditizia e creare ripercussioni negative sulla crescita”. Al contrario “il miglioramento nelle politiche strutturali potrebbe far crescere il clima di fiducia degli investimenti e la performance del mercato del lavoro potrebbe essere migliore del previsto”.

Soldato Blu

Di Beppe Grillo

Polizia, chi stai difendendo? Chi è colui che colpisci a terra? Un ragazzo, uno studente, un operaio? E’ quello il tuo compito? Ne sei certo? Non ti ho mai visto colpire un politico corrotto, un mafioso, un colluso con la stessa violenza. Ti ho visto invece scortare al supermercato una senatrice o sfrecciare in moto affiancato ad auto blu nel traffico, a protezione di condannati in giacca e cravatta, di cosiddetti onorevoli, dei responsabili dello sfascio sociale che invece di occuparsi dello Stato si trastullano con la nuova legge elettorale per salvarsi il culo e passano le serate nei talk show. Di improbabili leader a cui non affideresti neppure la gestione di un condominio che partecipano a grotteschi confronti televisivi per le primarie. Loro “non tengono” vergogna, tu forse sì. Lo spero. Soldato blu, tu hai il dovere di proteggere i cittadini, non il Potere. Non puoi farlo a qualunque costo, non scagliando il manganello sulla testa di un ragazzino o di un padre di famiglia. Non con fumogeni ad altezza d’uomo. Chi ti paga è colui che protesta, e paga anche coloro che ti ordinano di caricarlo. Paga per tutti, animale da macello che nessuno considera e la cui protesta, ultimo atto di disobbedienza civile, scatena una repressione esagerata. Soldato blu, ci hanno messi uno contro l’altro, non lo capisci? I nostri ragazzi non hanno più alcuna speranza, dovranno emigrare o fare i polli di allevamento in un call center. Tu che hai spesso la loro età e difendi la tua posizione sotto pagata dovresti saperlo. E’ una guerra, non ancora dichiarata, tra le giovani generazioni, una in divisa e una in maglietta, mentre i responsabili stanno a guardare sorseggiando il tè, carichi di mega pensioni, prebende, gettoni di presenza, benefit. Soldato blu non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco. E’ un italiano, un’italiana come te, è tuo fratello. è tua sorella, qualche volta, come ieri per gli operai del Sulcis, un padre che ha sputato sangue per farti studiare. Sarà un atto rivoluzionario.

Lombardia, al via la corsa al dopo Formigoni con Albertini e Ambrosoli

L’ex sindaco di Milano ha annunciato che accetta di correre per il Pirellone ma non come candidato del Pdl. Verrà appoggiato da Oscar Giannino e Montezemolo. Il figlio dell’eroe borghese ha sciolto il nodo dopo il rifiuto del 21 ottobre scorso. Terzo incomodo al momento il segretario della Lega Roberto Maroni

Gabriele Albertini e Umberto Ambrosoli si candidano alla presidenza della Regione Lombardia. L’ufficializzazione di entrambe le candidature è arrivata nella giornata di oggi. L’ex sindaco di Milano scioglie il nodo della sua partecipazione ma lo fa fuori dal perimetro del Pdl, nonostante sia un tesserato, affidandosi ai movimenti di Oscar Giannino e Luca Cordero di Montezemolo. Per il centrosinistra invece, il figlio di Giorgio Ambrosoli decide di correre per il Pirellone dopo un forte pressing del Pd seguito dal suo iniziale rifiuto. E sempre per il Partito Democratico arriva la candidatura del consigliere lombardo Fabio Pizzul, figlio dell’ex telecronista Bruno e del primario della Mangiagalli Alessandra Kustermann. Aspetta infine la decisione del Pdl il segreterio della Lega Nord Roberto Maroni, già disposto a candidarsi e ufficialmente l’uomo del carroccio dal prossimo consiglio federale di lunedì.

ALBERTINI: “NON DISPONIBILE A PRIMARIE”. E’ stato lo stesso Albertini a comunicare la sua sua corsa alle regionali  in occasione di un’intervista a TgCom24. “La candidatura ricalca l’esperienza di governo al Comune di Milano raccontata nel libro L’onestà al potere”, spiega l’ex primo cittadino del capoluogo lombardo, che sottolinea anche come “non è una candidatura che nasce all’interno del Pdl, ho ancora la tessera ma non frequento il partito“. 

Sull’eventualità delle primarie, Albertini evidenzia di non essere nella condizione di farle. “Non perché sia contro – dice – ma perché nel caso che ci riguarda la candidatura nasce dal collegamento con movimenti legati al territorio come quello di Giannino e Montezemolo. Il tentativo in Lombardia è quello di unire il Ppe per offrire alla Regione un governo credibile fatto di persone credibili. Se io fossi il candidato del Pdl non potrei tenere insieme le altre componenti ispirate al cosiddetto centro. Le cose stanno insieme se c’è un fulcro di garanzia. Se ognuno viaggia sulla sua scialuppa il mare non lo si può affrontare”.

E ancora, Albertini ha illustrato i punti salienti del suo programma: “Ci impegneremo nella costituzione di una macroregione del Nord con Piemonte e Veneto perché si possa concorrere con altri scenari europei simili. Opereremo sia in sede di liberalizzazione che gestione: San Raffaele eMaugeri sono fondazioni, occorre invece che vengano trasformate in società per azioni con bilanci certificati. Con le fondazioni i bilanci possono essere opachi e così c’è stata la possibilità di malversazione”.

AMBROSOLI: “IO GARANTE DI UN PATTO CIVICO”. Per quanto riguarda Ambrosoli, in una nota ha spiegato: “Renderò noto a breve l’ampio e qualificato elenco di coloro che – preliminarmente – mi hanno sollecitato con spirito civile a dichiarare disponibilità a candidarmi alla presidenza della Regione Lombardia per consentire un cambiamento vitale per le condizioni democratiche di questa istituzione. Si comprenderà che si tratta di istanze molto significative, cui si vanno aggiungendo figure rappresentative del quadro istituzionale soprattutto territoriale, in un arco di posizioni che appare fin da ora ampio, importante, plurale”.

“Ampio anche più di ciò che ha fin qui rappresentato la connotazione tradizionale, cioè dei partiti, dicentro sinistra. Comunque con il mio apprezzamento di ciò che nei partiti sta emergendo per promuovere rinnovamento. Dichiaro ora la mia disponibilità. Disponibilità ad assumere un’iniziativa politica a verificare le condizioni di aggregazione di rappresentanze sociali e forze politiche in un nuovo patto civico. A presentare linee di programma che consentano ai più di convergere unitariamente”, ha concluso.

PIZZUL: “ANCHE AMBROSOLI FACCIA LE PRIMARIE”. Nel centro sinistra però Ambrosoli non è l’unico candidato. Nel fine settimana è emersa un’altra figura disposta a correre per le regionali, quella del consigliere lombardo del Pd Pizzul. Che però ha avvertito subito: ”Le primarie sono un passaggio importante e irrinunciabile perché il centrosinistra si presenti in maniera credibile, competitiva e innovativa. La mia – ha spiegato – non è una candidatura contro qualcuno. Voglio metterci il mio pezzettino di contributo, sono pronto a ragionare su tutte le sintesi possibili anche prima delle primarie”. Riferimento ad Ambrosoli, al quale però dice: “Partecipi alle primarie”.

KUSTERMANN: “SI PASSI DALLE PRIMARIE”. Dal canto suo la Kustermann ha fugato ogni dubbio sulla sua volontà di non bypassare la consultazione popolare perché le primarie si sarebbero dovute fare comunque: “Mi rallegra che il consigliere regionale del Pd abbia finalmente sciolto le riserve e si sia candidato alle primarie per la Regione – ha commentato la candidata della società civile. E sono particolarmente felice che la mia scelta di pochi giorni fa e la mia difesa delle primarie sia stata di impulso al centrosinistra per decidere definitivamente che queste sono lo strumento imprescindibile per scegliere chi debba rappresentare la società civile e i partiti del centrosinistra alla guida della Regione Lombardia esattamente come lo sono per scegliere chi dovrà guidare il governo del Paese”.

Il primario ritiene che la consultazione sia talmente il modo migliore per l’individuazione di un nome gradito ai cittadini, che invita il centro destra a farlo proprio: “A questo punto – ha spiegato – è evidente come anche il centro destra – che ha portato la Regione al punto in cui è in termini di situazione economica, sociale e di danno giudiziario e di immagine – sia chiamato a prendersi la responsabilità di fare le primarie. Spero che i partiti del centro destra abbiano il coraggio di farscegliere ai cittadini il candidato Presidente”.

MARONI: “NON ABBIAMO PAURA DI CORRERE DA SOLI”. Chi ha già annunciato la sua disponibilità a candidarsi prima di tutti è il segretario della Lega, anche senza la disponibilità di un appoggio del Pdl: “Non ho paura di nulla. Nemmeno di correre da soli. Quando abbiamo corso da soli – ha spiegato oggi – abbiamo sempre guadagnato voti”. La sua decisione verrà ufficializzata alla riunione del consiglio federale di lunedì ma Maroni oggi ha parlato già da candidato per la presidenza della Regione: “Stimo Ambrosoli, mi auguro che possa partecipare. Sarà una bella partita. Io ho la mia storia, il mio profilo, il mio progetto. Vedremo chi preferiranno i cittadini lombardi”. Il segretario della Lega ha ribadito che “la questione delle alleanze per me è secondaria, ho deciso di organizzare a febbraio un’assemblea federale per chiedere ai militanti che cosa ne pensano: quello che sento oggi è che la strada maestra è di non porsi proprio il problema delle alleanze”.

Sanità Puglia, Nichi Vendola assolto. “Ora comincia la cavalcata delle primarie”

 Per il giudice “il fatto non sussiste”. Il leader di Sel piange: “Sono felice, sono una persona perbene. Basta con lo scontro tra politica e giustizia: autonomia e indipendenza della magistratura sono un presidio dei cittadini”

“Ora penso di cominciare la cavalcata delle primarie”.Nichi Vendola fa partire le “sue” primarie da qui: dal dispositivo del gup di Bari che lo ha assolto dall’accusa di abuso di ufficio perché “il fatto non sussiste”. Il presidente della Regione Puglia ha potuto “confessarlo”: “Chi mi conosce lo sa: l’argomento del processo era un argomento importante per me e un po’ mi vergognavo perché l’idea di poter essere confuso con un qualunque Fiorito mi dava molto dolore”. Oggi, dopo l’assoluzione, ha aggiunto Vendola, posso cominciare a pensare alle primarie, “naturalmente con uno svantaggio perché i miei competitor hanno cominciato da molto tempo e si dedicano a tempo pieno alle primarie”. Io sono stato frenato finora dal processo, ha ribadito, e comunque “ho sempre detto ai miei collaboratori che per le primarie non avrei mai potuto rinunciare ai doveri di presidente di questa Regione”.

Nei giorni scorsi d’altronde il leader di Sel aveva dichiarato che in caso di condanna sarebbe uscito dalla vita politica. Dopo il verdetto Vendola ha pianto: “Sono felice, sono una persona perbene”. La Procura di Bari aveva chiesto una condanna a 20 mesi per aver interferito con una telefonata per riaprire i termini, ormai scaduti, e permettere di partecipare a concorso da primario di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari il professor Paolo Sardelli, considerato nell’ambiente scientifico un luminare. E proprio Sardelli, che poi aveva vinto il concorso, dice: “Giustizia è fatta”. Assolta anche la coimputata Lea Cosentino, ex manager della Asl di Bari e “accusatrice” di Vendola.

La vicenda giudiziaria. Gli inquirenti contestavano a Vendola di aver istigato l’allora dg Cosentino a riaprire i termini per la presentazione delle domande per accedere al concorso, con l’ obiettivo – ritiene la procura – di assicurare a Sardelli l’assunzione quinquennale. La Procura individuava tra il settembre 2008 e aprile 2009 il periodo in cui sarebbe stato commesso il reato. Che per essere provato necessita di individuare l’eventuale fine patrimoniale dell’abuso stesso. Ad accusare Vendola era stata proprio la Cosentino, chiamata anche Lady Asl, interrogata dai pm. “Quel concorso deve vincerlo Sardelli” avrebbe detto il governatore alla manager in occasione della selezione alla quale il medico ”raccomandato” non aveva partecipato perché in lizza per un altro posto da primario presso l’ospedale “Di Venere” del capoluogo pugliese. Venuta meno la possibilità di assumere un incarico direttivo al Di Venere, Vendola – questa l’ipotesi accusatoria – si sarebbe quindi attivato per assicurare a Sardelli l’assunzione quinquennale al San Paolo.

La difesa del governatore. In una delle udienze il governatore aveva spiegato ai giornalisti quello che aveva illustrato al giudice: “Intanto ho detto quale sia stato il mio atteggiamento nei confronti del sistema sanitario. Le continue interferenze, tra virgolette, che operavo nei confronti dei direttori generali e del management sanitario riguardavano solo ed esclusivamente lesioni dei diritti degli ammalati o problemi di disagio o di mala sanità. Questo è testimoniato o testimoniabile da tutti i direttori generali. Ho ribadito – ha proseguito Vendola – il dato storico che ho cominciato ad avere rapporti con Paolo Sardelli (il primario di chirurgia toracica vincitore del concorso sotto inchiesta ndr) dopo, e cioè nel momento in cui si trattava di far diventare quello del San Paolo un reparto di eccellenza e io mi sento francamente orgoglioso del fatto che al ‘San Paolò abbiamo il terzo reparto qualitativamente migliore d’Italia che oggi attrae tanti malati da fuori regione”.

“Sono felice, sono una persona perbene”. “Io sono una persona per bene ed è stato per me bere un calice amaro, questo processo, ma l’ho fatto per rispetto nei confronti della giustizia e della Procura della Repubblica. Per me è un momento di felicità – dice Vendola – sono stato usato in questi anni come contraltare per le più scandalose inchieste che hanno coinvolto un pezzo di ceto politico verminoso. Io ho vissuto un’intera vita sulle barricate della giustizia e della legalità, oggi mi è stato restituito questo. Quello che avevo deciso era sincero, non avrei potuto esercitare le mie pubbliche funzioni con quel sentimento dell’onore che è prescritto dalla Costituzione. Per me non è mai stato in gioco soltanto una contestazione specifica a cui penso di poter documentare l’assoluta trasparenza dei miei comportamenti”. Il presidente è indagato, sempre dalla procura di Bari, con le accuse di abuso d’ufficio, peculato e falso nell’ambito dell’inchiesta su una transazione da 45 milioni di euro tra la Regione e l’ospedale ecclesiastico Miulli.

“Berlusconi dopo una sentenza è tornato, io me ne sarei andato”. Vendola segna anche una differenza con altri politici coinvolti. Impossibile non ricordare la recente sentenza per l’ex presidente del Consiglio. “Berlusconi, a fronte di una sentenza di condanna per frode fiscale, uno dei reati più infamanti che possano esistere, annuncia il ritorno sulla scena pubblica; per me l’eventualità di una condanna per concorso in abuso d’ufficio era sufficiente per congedarmi dalla scena pubblica”. “Oggi – ha aggiunto Vendola – mi è stata restituita quell’innocenza che era già scritta nel mio cuore e che oggi è scritta nella sentenza di un giudice. Penso tuttavia di aver fatto bene ad annunciare, a fronte all’eventualità di una condanna, l’uscita di scena perché credo che sia durato troppo a lungo il conflitto virulento tra politica e giustizia. Credo che chi abita i palazzi del potere deve esercitare, come dice la Costituzione, con onore le proprie funzioni”.

“Io ho sofferto molto – ha detto – è stato un dolore lancinante perchè vedere accanto al mio nome e al mio cognome l’evocazione di figure di reato mi feriva, mi umiliava”. “Tuttavia – ha concluso – questo può capitare ad un semplice cittadino, come può capitare ad un presidente di Regione. E’ capitato a me e non me ne sono lamentato, sono andato a difendermi nel processo, non mi sono difeso dal processo. Ho manifestato e manifesto fiducia nella giustizia. Nonostante il dolore che ho provato, penso oggi di poter meritare felicità”.

Sardelli: “Giustizia è fatta”. Il verdetto è stato commentato anche dal medico protagonista della presunta raccomandazione: “Avere appreso che il presidente Vendola è stato assolto è la conferma di una giustizia, nei confronti non solo del presidente, che vedeva infangato con questa insinuazione il suo nome e la sua integrità morale, ma se mi permettete anche il mio nome, che è stato tirato in questo carrozzone mediatico procurandomi tanta amarezza”. Lea Cosentino si è detta: “Sollevata, soddisfatta e contenta. Non solo per me, ma anche per il presidente che ora può riprendere la lotta per le primarie. Io non ho accusato nessuno, ho solo risposto alle domande che mi venivano fatte”.

Laura Puppato: perbene, dunque invisibile

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Ho conosciuto Laura Puppato quand’era sindaco di Montebelluna, provincia di Treviso. Scrivevo sull’Unità di Colombo e Padellaro, ma nel 2004 il Politburo dei Ds aveva decretato il mio ostracismo dalle Feste dell’Unità. Lei se ne infischiò soavemente dell’ukase e seguitò a invitarmi agli incontri sulla legalità e la libertà d’informazione che ogni estate organizzava nel suo comune.Montebelluna era, se non ricordo male, l’unico comune trevigiano non governato da un sindaco leghista. Una specie di villaggio di Asterix del centrosinistra in una provincia militarmente controllata dalle camicie verdi.

O meglio: i leghisti di Montebelluna votavano Lega (la peggiore: quella di Gentilini) alle politiche, alle regionali, alle provinciali, ma alle comunali votavano Laura: non perché era di sinistra, e nemmeno perché era donna; semplicemente perché era un buon sindaco, competente e perbene, apprezzata da tutti. Fors’anche perché non è un pollo di batteria, non viene dall’apparato del partito: piccola imprenditrice del ramo assicurativo, il suo primo impegno “politico”, nel senso migliore del termine, fu negli anni 90 quello nel Wwf e in aiuto alle genti colpite dalla guerra nell’ex-Jugoslavia.

A Montebelluna s’era fatta conoscere con la sua battaglia (vinta) contro il solito inceneritore altamente inquinante. Nel 2002 si candidò a sindaco con una lista civica sostenuta dall’Ulivo e vinse. Fu rieletta cinque anni dopo perché aveva governato bene. Nel 2009 si candidò alle Europee e sfiorò l’elezione, con un mare di preferenze (60 mila). Nel 2010 era il candidato naturale per la presidenza della Regione, infatti il Pd le preferì il solito industriale: per il partito fu un disastro, ma non per lei che nella sua provincia raccolse la bellezza di 26.230 preferenze (su 70.754 voti al Pd) e fu eletta come la seconda consigliera più votata di tutto il Veneto. Ora, capogruppo del Pd in Regione, corre alle primarie del Pd. Unica donna, unica indipendente, unica candidata mai chiacchierata né sfiorata da scandali.

Chi vuole conoscerla meglio, non potendola vedere nei talk show riservati al trio Lescano Bersani-Renzi-Vendola, può leggere il suo blog sul sito del Fatto. Parla di problemi concreti: lavoro, legalità, ambiente. Non fa polemiche, non dà spettacolo, non ha sponsorizzato scalate bancarie, non si circonda di finanzieri domiciliati alle Cayman, non è nemmeno inquisita. Ed è pure una donna. Quindi nessuno parla di lei. Tranne Grillo, che parla sempre male di tutti, ma di lei parla bene. Ha scritto Marco Paolini sul Corriere: “Conosco Laura Puppato da quando era un sindaco di provincia e dalla prima volta ho pensato a Tina Anselmi: mi sembra che abbiano una cosa in comune, sono un’eccezione alla regola. La Anselmi è riuscita a farsi apprezzare anche da chi (come me) aveva un pregiudizio ideologico verso di lei. Oggi il pregiudizio si rivolge in blocco alla classe politica… e conterà moltissimo tenendo sempre più gente lontana dai seggi a meno che non si cominci a cambiare le regole. A questo servono le eccezioni: come dice Brecht, aiutano a riconoscere che ciò che è diventato regola a volte è sbagliato e va cambiato… La proposta di candidarsi alle primarie Laura l’ha fatta da sola ed è una candidatura seria, capace di motivare anche chi sente oggi quel pregiudizio sulla politica.

Le primarie sono un’occasione per dare un po’ di sostanza e speranza alla democrazia”. Sottoscrivo tutto. Laura dice di aver raccolto le 20 mila firme necessarie, ma non ce la farà ad autenticarle tutte entro oggi, perché ancora una volta combatte a mani nude contro tre potenti eserciti. Mi auguro che il Politburo del Pd conceda una proroga di una settimana per l’autentica. Per un’eccezione come lei, si può fare un’eccezione.

Di Marcella Sardo

Nichi Vendola: Intervista esclusiva sui temi economici, politici e imprenditoriali

“Oppure Vendola” è lo slogan che il Governatore della Puglia ha scelto per la Sua campagna elettorale mirata a restituire i diritti civili e sociali agli italiani. Giovani, donne e ambiente saranno i temi portanti del proprio programma

fondato sulla necessità di un welfare efficace ed efficiente, che sia attento alle esigenze della modernità e garantisca alle imprese processi innovativi e di qualità.

1.Onorevole, si parla molto di una riforma della legge elettorale. Come dovrebbe essere impostata secondo lei per essere veramente democratica?
La nuova legge elettorale dovrebbe garantire il pluralismo, prevedere il vincolo di coalizione perché saltarlo a piè pari significa offrire al ceto dei traghettatori che sono sempre in movimento e in genere vincono sempre chiunque vinca, un potere notevole. Basterebbe fare una sola norma che punti a sopprimere il porcellum ripristinando il mattarellum. Come peraltro prevedeva il referendum su cui avevamo raccolto più di un milione di firme dei cittadini italiani.

2. Secondo lei è possibile che si approvi tale legge entro le prossime elezioni nazionali?
Mi auguro ed auguro agli italiani che il Porcellum non ci sia più alle prossime elezioni.

3. Le accuse di peculato e spreco di fondi pubblici sono arrivate, ormai, in molti consigli regionali italiani. Quale sistema di controllo o prevenzione si potrebbe adottare?
Mentre la crisi e il disagio sociale bussano alle porte di milioni di famiglie e rendono incerto il futuro delle giovani generazioni, il moltiplicarsi di scandali legati all’uso distorto del denaro pubblico genera rabbia e indignazione e fa precipitare la politica in una palude melmosa. I gruppi consiliari, così come i partiti, devono rendere conto, nella più totale trasparenza, di come vengono spesi i finanziamenti. Il bilancio di Sinistra Ecologia Liberta’ è online, consultabile da molto tempo prima che il “caso Lusi” rendesse tutti delinquenti in pectore.

4. Come Governatore, come avrebbe agito se, come è successo alla Polverini in Lazio o a Formigoni in Lombardia avesse scoperto casi eclatanti di corruzione o peculato? 
Io ho azzerato la giunta a nove mesi dalle elezioni solo per notizie di indagini, senza condanne né sentenze. Abbiamo chiesto a Tedesco di dimettersi appena ha ricevuto l’avviso di garanzia, mentre ci sono Regioni dove ci si aggrappa a qualsiasi cosa pur di non fare un passo indietro.

5. “Oppure Vendola”. Cosa racchiude questo slogan scelto per la campagna elettorale?
Mette in risalto le differenze tra la mia proposta e quella dei miei competitor. Una scelta di campo netta che sta diventando un potentissimo volano per la diffusione virale delle mie parole d’ordine.

6. Renzi e Bersani sono i suoi principali competitors per le Primarie. Ci può elencare un pregio e un difetto per entrambi? 
Preferisco parlare delle differenti proposte con cui ci candidiamo alle primarie del centrosinistra.
A Bersani riconosco serietà e spirito di sacrificio, ma forse dal Pd che lui dirige è stato concesso troppo al governo dei tecnici sul fronte dell’equità e della giustizia sociale nel corso di questi mesi.
In Renzi, faccio davvero fatica a trovare, al di là di generiche battute da talk show, una proposta innovativa, se non riprendere quelle di una sinistra subalterna al liberismo che abbiamo conosciuto negli anni ’80 e ’90…..

7. Alcuni esponenti politici ipotizzano un “Monti bis”. Secondo lei è un’alternativa possibile? E se sì, gli italiani ne trarrebbero benefici o svantaggi?
È una possibilità che va esorcizzata. Quando Monti è stato nominato Presidente del Consiglio, autorevoli economisti e politici ci raccontarono che lo spread sarebbe improvvisamente calato di diverse centinaia di punti. Così non è stato: lo spread è arrivato vicini ai livelli di Berlusconi e solo l’intervento della Banca Centrale Europea ha in parte ridotto il differenziale, che è comunque altissimo. Il decreto sulla spending review è stato un decreto ammazza-Italia, con tagli inferti sulla carne viva dei cittadini, mi riferisco per esempio ai tagli che arrivano direttamente al cuore dell’organizzazione sanitaria. Il Governo Monti ha osato andare laddove non era riuscito neanche il Governo Berlusconi: questo, per quello che mi riguarda, è davvero un punto di non ritorno. La nostra agenda sarà agli antipodi di quella di Monti.

8. Quali sono i temi principali che porterà avanti nella sua campagna elettorale? 
La mia proposta al Paese mette al centro le giovani generazioni – condannate a non trovare mai lavoro, a vivere al di sotto dei propri sogni e dei propri desideri -, la lotta senza tregua all’inquinamento, l’urgenza di custodire il territorio, il paesaggio, il nostro mare, i beni comuni e di promuovere le energie pulite. La necessità di portare più modernità (non nell’accezione di Marchionne) e libertà in Italia, di coniugare diritti civili e diritti sociali, di creare nuovo welfare, per i bambini e le donne.

9. Burocrazia, costi del lavoro, fisco. Cosa risponderebbe a un imprenditore che intende delocalizzare la propria azienda all’estero perché ritiene il nostro territorio non attrattivo?
La inviterei a intraprendere un’innovazione di processo e di prodotto. A credere nella forza della qualità, nel prodigio dei nostri talenti, nella bellezza di natura e di cultura che il Made in Italy rappresenta. La Regione Puglia ha fatto molto per supportare le imprese: ad esempio con i contratti di programma, 30 istanze che hanno mosso investimenti (fino a giugno 2012) per 892 milioni di euro. O i Pia, acronimo che sta per programmi integrati di agevolazione, che hanno movimentato 318 milioni di euro per i 45 progetti. I fondi impegnati per le start up hanno superato i 25 milioni. Sugli aiuti alle microimprese ed alle piccole imprese, la Regione ha impegnato 220 milioni di agevolazioni per 1.396 progetti.

10. Scuola – Formazione – lavoro. Come si potrebbe riformare il sistema per renderlo più vicino alle esigenze del mondo del lavoro?
Veniamo da un ventennio berlusconiano che ha garantito il più massiccio piano di definanziamento della scuola e del sistema di formazione pubblica.
Rispetto alla scuola bisogna affrontare subito il tema dell’edilizia scolastica: non possiamo più pensare che i nostri figli trascorrano la maggior parte delle loro giornate in strutture pericolanti e fatiscenti. Poi c’è bisogno di nuovi insegnanti: proponiamo un piano pluriennale di immissione in ruolo dei precari, fino ad esaurimento delle graduatorie, coprendo tutti i posti disponibili nelle scuole. È necessario inoltre stabilire nuove regole certe di reclutamento, sulla base delle esigenze reali di formazione degli studenti. Vogliamo reintrodurre il tempo pieno e le ore di laboratorio che la Gelmini aveva sottratto e dobbiamo garantire la presenza di insegnanti di sostegno secondo il bisogno certificato. Abbiamo bisogno di nuovi nidi pubblici, che garantiscano un numero di posti pari almeno al 30% dei bambini fino a 3 anni. La scuola deve formare alla vita: dobbiamo prevedere l’unificazione dei cicli liceali e tecnico-professionali e, nello stesso tempo, maggiori investimenti nelle materie professionalizzanti.
Il diritto allo studio è fortemente messo in discussione: dobbiamo mettere in campo urgentemente le risorse necessarie a garantire le borse di studio, forme di reddito indiretto come la mobilità gratuita per gli studenti e strumenti fiscali come la deducibilità delle spese per la scuola. Un Paese moderno investe in Università e Ricerca beni pubblici essenziali; dobbiamo favorire la creazione di spin-off dalla ricerca pubblica, semplificare le start-up, puntare a progetti di finanziamento di consorzi misti pubblico/privato con un sostanziale co-finanziamento da parte del privato e garantire agevolazioni fiscali per la promozione degli investimenti dei privati in una ricerca di qualità.
Naturalmente tutto questo deve essere accompagnato dall’abolizione della Legge 30.

Io sostengo Vendola, le idee forza dei Progresisti

Di Dario Esposito

Tutti oggi possono verificare come sia finita l’esperienza di Governo del Centro Destra e quale disastro abbia rischiato l’Italia. Per salvare il paese il Pd ha responsabilmente sostenuto il governo di impegno nazionale di Mario Monti, rinunciando ad andare subito al voto.

Questa scelta ci ha messi di fronte a decisioni difficili e a provvedimenti al mio dire inaccettabili per un partito che sostiene e che ha sempre avuto un idea progressista e socialista della società.

Una politica che attua solo austerità e rigore che non calibra l’equità e la giustizia sociale non può più essere proposta

Rispetto ad un’ anno fa vi sono molte cose diverse in Italia, a Bruxelles, a Parigi e perfino a Berlino. Ma le proposte di fondo e la situazione complessiva dell’Europa non sono cambiate di molto: l’obiettivo di una politica europea volta non solo al rigore, come pure è giusto, ma anche alla crescita e al’occupazione ormai è riconosciuto da tutti come “il problema da affrontare per uscire dalla crisi”.

Dire solo questo però sarebbe riduttivo. Nei documenti-piattaforme dei tre schieramenti progressisti vi è anche di più, e cioè vi è al fondo la convinzione profonda che da questa crisi si esca con più solidarietà europea, non con chiusura e ripiegamento. Anche se è proprio su questo, e cioè sul tema dell’accelerazione da imprimere al percorso dell’unità, che gli accenti sono più diversi.

Le cittadine ed i cittadini, europei ed italiani, sono la più grande risorsa per affrontare e sconfiggere la crisi terribile e di lungo periodo che stiamo vivendo. L’urgenza principale che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni sarà quella di difendere chi ha meno potere e ricchezze di fronte allo strapotere di quelli che stanno ancora guadagnando con la crisi.

 
Abbiamo visto quali sono state le conseguenze tanto dello strapotere della finanza neoliberista, quanto delle scelte inefficaci di classi dirigenti conservatrici, che non hanno fin qui arginato il potere degli speculatori e di chi si è arricchito grazie alla forza della rendita improduttiva. Le cittadine ed i cittadini italiani ed europei stanno pagando il prezzo di una crisi che non hanno prodotto: cresce la disoccupazione, in particolare femminile e giovanile, cresce in maniera inaudita la povertà. L’analfabetismo economico del dogma dell’Austerity sta distruggendo il Welfare state,  ovvero le fondamenta del più importante contributo europeo allo sviluppo dell’umanità. Diminuisce il tenore di vita di quasi tutti e aumentano le disuguaglianze. Nel tentativo di “tranquillizzare i mercati” si è ceduto potere e sovranità ad autorità non elette e distanti dalla vita reale delle persone.

E’ indispensabile che la politica riparta dalle due grandi promesse incompiute contenute nella nostra Costituzione repubblicana: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini; ricomporre la frattura tra potere e cittadini, attribuendo pienamente ruolo e funzione alla democrazia.

complessivamente la proposta avanzata dal segretario del Pd Pierluigi Bersani va proprio in questa direzione  ed è  proprio per questo,  che il contributo della sinistra diventa indispensabile per centrare l’obiettivo, indicando con ancora più chiarezza quali siano i principi a cui una alleanza per il cambiamento non può rinunciare. Cambiare l’Italia si può.

La premessa di ogni discorso pubblico deve essere quella della piena democrazia di genere, riconoscendo pienamente la differente soggettività delle donne e degli uomini, poiché il mondo è costituito da uomini e donne e non è possibile continuare nella rimozione di questa evidente realtà: la cultura e la dignità delle donne sono state offese quotidianamente dal maschilismo e dal sessismo che, ben dentro i confini della scena pubblica e dei luoghi istituzionali, hanno costituito un architrave fondante dell’ordine simbolico del discorso berlusconiano.

Il primo passo deve riguardare la democrazia dei e nei partiti, che devono riformarsi per essere strumento dei cittadini e non luogo opaco di interessi particolari. Abbiamo assistito ad una progressiva degenerazione della fondamentale funzione di rappresentanza dei corpi intermedi, che va contrastata immettendo più partecipazione e democrazia diretta

Il secondo passo riguarda la democrazia nei luoghi di lavoro, che può essere ottenuta solo attraverso una legge sulla rappresentanza che consenta l’esercizio effettivo della democrazia per chi lavora. Non possiamo consentire né che si continui con l’arbitrio di una distorta condotta di aziende che discriminano i lavoratori, né che ci sia un monopolio della rappresentanza sindacale senza che essa venga validata dal vincolo effettivo del voto dei lavoratori sui contratti.

Il terzo è il passo della democrazia dei cittadini e delle cittadine. Dalla riforma per il rafforzamento del referendum abrogativo all’introduzione dei referendum propositivi, possiamo aprire una stagione “ricostituente” dal basso che lavori per un rinnovato patto tra cittadini e politica.

Il quarto passo deve riguardare la democrazia governante. Condividiamo l’impegno di deliberare con la maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari congiunti su provvedimenti di particolare rilevanza parlamentare. Allo stesso tempo bisogna credere che su alcune grandi scelte come la pace e la guerra, o le questioni eticamente sensibili non basta la democrazia parlamentare, cioè il voto comune dei gruppi, ma serve una forma agile ed efficiente di consultazione del popolo di centro sinistra.
 

Bisogna creare un’Europa capace di parlare con una sola voce tanto nei grandi consessi internazionali, dall’Onu, di cui chiediamo la riforma, ai vertici sui cambiamenti climatici, sul nuovo modello di sviluppo e del commercio, quanto di avere un ruolo effettivo nel ripudio della guerra, per una politica di disarmo e di risoluzione pacifica delle controversie internazionali, a partire da quelle che si affacciano sul Mediterraneo, mettendo al centro degli obiettivi della politica estera la cooperazione internazionale.

Per rispondere a queste domande vanno fatte proposte concrete. Da prima il contrasto a tutte le mafie, reprimendone sia l’azione criminale che l’immensa forza economica. La presenza dei capitali mafiosi, a maggior ragione in un momento di crisi, è un elemento devastante per ogni prospettiva di rilancio del paese. Vanno sostenute le attività delle procure e degli amministratori locali, ma va soprattutto reciso ogni legame o sospetto di complicità di alcuni rappresentanti politici. L’adozione di un codice etico e il contrasto delle attività criminali mafiose è un’urgenza inderogabile.

Bisogna proporre una legislazione che contrasti lo strapotere della finanza speculativa a partire dalla tassa sulle transazioni finanziarie, rendendo permanente il divieto di vendita allo scoperto e attaccando vigorosamente i paradisi fiscali e allo stesso tempo promuovere una lotta prioritaria all’ evasione fiscale per ridurre l’imposizione fiscale in primo luogo ai lavoratori a basso reddito e proponiamo una tassazione sui grandi patrimoni che sostituisca l’ingiusta tassa sulla prima casa per i cittadini meno abbienti in modo da investire le risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale, dal contrasto alla corruzione e dal taglio alle spese militari, in un piano per il lavoro, pubblico e privato, basato sugli investimenti per la messa in sicurezza del nostro territorio e delle città, nella erogazione di un reddito minimo garantito come c’è nel resto d’Europa e il recupero del potere d’acquisto perso dai salari negli ultimi vent’anni.

Ci sono alcuni punti che, simbolicamente e concretamente, possono segnare una svolta rispetto al passato: ridurre da 45 a 4 le tipologie contrattuali oggi previste, che hanno alimentato la spirale della precarietà; restituire ai lavoratori, anche quelli di aziende sotto i 15 dipendenti, la tutela del reintegro sul posto di lavoro a seguito di un licenziamento ingiustificato; differenziare, a seconda dell’effettiva vita lavorativa e dal diverso carico lavorativo che pesa sulle donne per le attività di cura, l’età pensionabile, poiché non possono essere trattati nello stesso modo una infermiera o una puericultrice o un operaio alla catena di montaggio e un professore universitario o un alto funzionario pubblico; introdurre dell’equo compenso per le lavoratrici e i lavoratori autonomi; estendere gli ammortizzatori sociali e i diritti per tutte le forme contrattuali, per un welfare universale, come per esempio nel caso del diritto alla maternità/paternità universale.

Abbiamo bisogno di rafforzare il welfare e la spesa pubblica in settori strategici. La salute, le pensioni, l’assistenza per i non autosufficienti, l’istruzione pubblica, i trasporti pubblici, il diritto ad una giustizia certa e celere, sono diritti inalienabili ma anche fattori di sviluppo essenziali per la tenuta della coesione economica e sociale del paese. La spesa per la formazione e la ricerca va aumentata e riqualificata. Oggi assistiamo ad una ingiusta penalizzazione, in particolare per i giovani che vogliono insegnare o fare ricerca e che spesso sono costretti ad emigrare, che sta impoverendo brutalmente il nostro paese. Non si tratta di “costi” ma di “risorse”.

punto fondamentale è la riconversione ecologica dell’economia e della società, che abbia al centro la sostenibilità ambientale, la piena valorizzazione dei beni comuni, la qualità e l’innovazione. Questi sono beni comuni, sottratti al dominio del mercato, tanto i beni materiali come l’acqua e la terra, quanto quelli immateriali come la conoscenza e la cultura. Consapevole di quanto le grandi questioni globali, come i cambiamenti climatici, siano connessi con le scelte quotidiane, a partire da una nuova politica energetica basata sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili, riducendo le emissioni e penalizzando chi inquina.
C’è urgente necessità di una nuova politica industriale basata sull’innovazione tecnologica ed ecologica, che possa mettere a valore non solo prodotti da vendere, ma vere e proprie produzioni complesse: dal “prodotto” mobilità sostenibile alla riconversione delle manifatture inquinanti o belliche, si può costruire un rilancio della produzione industriale in un paese che conserva grandi risorse sul versante manifatturiero.

il rispetto della libertà di scelta per il fine vita, per la regolamentazione della fecondazione assistita, per la rigorosa applicazione della legge 194. Siamo per i matrimoni omosessuali e per la piena cittadinanza delle unioni civili. Siamo per il diritto di cittadinanza ai migranti nati in Italia, per il riconoscimento del diritto di voto alle amministrative, per l’abolizione della legge Bossi-Fini a partire dal superamento dei CIE. Siamo per il recepimento delle convenzioni internazionali sull’introduzione del reato di tortura e per una legge che regoli il diritto d’asilo. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione. Siamo per una politica antiproibizionista a cominciare dalla abrogazione della legge Fini-Giovanardi per un nuovo approccio responsabile e socialmente inclusivo.

Il populismo non si sconfigge per decreto, né tentando di esorcizzarne la forza devastante. Il populismo si contrasta lì dove esso attecchisce, tra il popolo che ha perso fiducia nella politica e nella democrazia. Abbiamo ancora importanti risorse, di idee e di uomini e di donne, ma abbiamo poco tempo. Chiediamo a tutti un contributo e dobbiamo saper trovare le strade affinché ciascuno sia messo nelle condizioni di poterlo dare. È in gioco la sopravvivenza a lungo termine dell’integrazione europea. Solamente la solidarietà, la riconversione ecologica e sociale della società e la vitalità della democrazia ci faranno uscire dalla crisi’.

Sondaggio Swg: M5S vola al 21%, bene il Pd, crolla il Pdl. E Di Pietro ‘soffre’ Grillo

Secondo l’elaborazione dell’istituto di Trieste, l’exploit del Movimento 5 Stelle è ancora più sensibile al Nord, dove diminuisce la forbice con i democratici, che restano comunque il primo partito (25%). Inarrestabile l’affossamento dei berlusconiani (14,3%), da registrare le difficoltà dell’Idv 4,3%), che per molti perde voti in favore del comico genovese

Vola il Movimento 5 Stelle, continua la crescita costante del Pd, non si arresta il crollo del Pdl, l’Idvperde un punto e mezzo in termini di consenso, male l’Udc, stabili Lega e Sel. Non solo: diminuisce la fiducia degli italiani nel governo Monti e si ingrassano ulteriormente le fila del primo partito d’Italia, quello degli indecisi.

E’ quanto emerge dal sondaggio Swg realizzato tra il 15 e il 17 ottobre in esclusiva per il programma di RaiTre Agorà. Stando alle percentuali fornite dall’istituto di Trieste (che ha analizzato le intenzioni di voto degli italiani all’inizio di questa settimana), il Pd si confermerebbe partito più votato, con il 25,9% dei consensi e un aumento costante dell’indice di gradimento (+ 0,7% rispetto al 12 ottobre). Inversamente proporzionale la situazione del Popolo della Libertà, mai così in crisi di numeri nella sua pur breve storia. Le inchieste e gli ultimi scandali in Lazio e Lombardia hanno fatto precipitare il partito di Silvio Berlusconi ad un misero 14,3%, ma ciò che colpisce maggiormente è la progressione dell’avvicinamento al baratro elettorale: solo il 12 ottobre, infatti, secondo Swg il Pdl raccoglieva il 15,1% dei consensi, il che significa che in neanche una settimana il principale partito del centrodestra ha perso la bellezza di quasi un punto percentuale (0,8%).

Non sta meglio l’Italia dei Valori. Anzi. Il partito di Antonio Di Pietro è fermo al 4,3%, con un punto e mezzo percentuale in meno rispetto ad inizio settimana. Le difficoltà del movimento dell’ex pm di Mani Pulite, secondo molti, dipende dalla continua crescita del Movimento 5 Stelle. Quest’ultimo, del resto, è il vero vincitore del momento, almeno a leggere lo studio di Swg. Il non partito di Beppe Grillo, del resto, ha sfondato quota 20%, piazzandosi al secondo posto nazionale con un 21% che, tuttavia, non sembra ancora la punta di un aumento di consenso ancora impronosticabile. Lo dice l’indice di crescita: rispetto al 12 ottobre, infatti, il M5S ha guadagnato l’1,6%, facendo segnare il miglior risultato tra tutti i movimenti politici del Paese.

Per quanto riguarda gli altri partiti, invece, da registrare la tenuta della Lega Nord nonostante l’atteggiamento ondivago di Maroni sul caso Lombardia (6%, +0,2% rispetto ad inizio settimana), la leggera crescita di Sel di Nichi Vendola (6%, +0,3%), la flessione verso il basso dell’Udc di Casini(5,2%, -0,6% rispetto al 12 ottobre) e la stabilità di Fli (2,5%), Rifondazione-Comunisti Italiani (2,5%) e La Destra di Francesco Storace (2,1%, +0,1% rispetto al 12 ottobre).

L’istituto triestino, inoltre, ha anche monitorato la fiducia degli italiani in Monti, che risulta in calo di due punti (dal 39% di una settimana fa al 37% attuale) dopo la presentazione della legge di stabilità.  In aumento, invece, gli indecisi, che rispetto all’inizio della settimana scorsa sono aumentati del 2%, attestandosi al 29% del totale. Idem per coloro che hanno preferito non rispondere (18%, +2%).

Altro dato interessante elaborato da Swg è quello sulle intenzioni di voto dei cittadini residenti nelleregioni del Nord Italia, Emilia Romagna compresa. Qui, infatti, la forbice tra Pd e M5S è più esigua di oltre un punto percentuale, con i democratici al 25,7% e Grillo al 22,4%. al tempo stesso, la crescita ‘settentrionale’ del non-partito del comico genovese vuol dire ulteriore affondamento degli altri soggetti politici, con il Pdl che sprofonda al 12,4%, l’Udc al 4,2%, l’Idv al 3,8%, Sel al 3,7% e Fli al 2,2%. Stabile la Lega Nord al 12,2%.

Per quanto riguarda i parametri tecnici del sondaggio Swg, esso è stato effettuato tramite sondaggio telefonico (CATI) e online con metodo online CAWI su un campione casuale probabilistico stratificato e di tipo panel ruotato di 1100 soggetti maggiorenni (su 5300 contatti complessivi), di età superiore ai 18 anni. Il campione intervistato online è estratto dal panel proprietario SWG. Tutti i parametri sono uniformati ai più recenti dati forniti dall’ISTAT. I dati sono stati ponderati al fine di garantire la rappresentatività rispetto ai parametri di sesso, età e macro area di residenza. Margine d’errore massimo: +/- 2,96%.

Primarie, D’Alema ancora contro Renzi: “Sfascia, ma è la continuità col passato”

Secondo l’ex presidente del Consiglio quello del sindaco di Firenze non è un rinnovamento “convincente”: “Al di là del dato generazionale non vedo elementi di novità sul piano politico e culturale rispetto alla stagione che abbiamo vissuto”Matteo Renzi vuole sfasciare e cancellare tutto”.Massimo D’Alema, torna a parlare del sindaco di Firenze e lo fa a margine di un evento all’Università Bocconi di Milano. Ai giornalisti, che chiedevano lumi sulla sua dichiarazione per cui se Renzi avesse vinto le primarie nel partito, ci si sarebbe scontrati, D’Alema ha detto: “Dovete chiedere a lui, è lui che vuole sfasciare e cancellare ”.

D’Alema ha detto di non credere che “sia un rinnovamento convincente, al di là del dato generazionale non vedo elementi di novità sul piano politico e culturale rispetto alla stagione che abbiamo vissuto, anzi vedo elementi di continuità. Noi dobbiamo voltare pagina rispetto a una lunga stagione della politica italiana sviluppatasi attorno alla figura di Berlusconi. Il rinnovamento politico è anche sempre un fatto di idee, progetti e programmi altrimenti si ridurrebbe a ben poca cosa”.

Per l’ex presidente del Consiglio “primarie significano confronto e da questo bisogna uscire ricostituendo le ragioni dell’unità”. E poi fa ricorso al paragone americano: “Anche i democratici americani – spiega D’Alema – erano divisi tra Obama e la signora Clinton, ma poi si sono rimessi insieme. E’ la democrazia. L’alternativa è molto semplice, se un partito si affida alle decisioni di un capo si dice che è oligarchico, se si affida alla democrazia si dice che è diviso. Ci sono degli osservatori – ha detto – per cui qualsiasi cosa si faccia è sbagliata”.

Secondo l’ex presidente del Consiglio il nuovo esecutivo “il governo Monti ha segnato la fine della stagione del berlusconismo, una risposta importante all’emergenza che si era creata con un recupero di credibilità dell’Italia”. Insomma, “ha svolto un ruolo molto importante, adesso si tratta di andare oltre”, ha concluso.

Bersani apre il tour elettorale dalla pompa di benzina a Bettola: “Crisi terribile”

Il leader del Pd nel paese ai piedi dell’appennino piacentino dove è nato: tanti parenti, amici d’infanzia e sostenitori. Ma soprattutto tanti giornalisti. “Non ho paura, è il momento di ricucire i rapporti con la gente”

Una chiave inglese di cartone con la scritta“costruiamo il futuro”, la pompa di benzina che era stata del padre, le colline di Bettola, il suo paese. È la scenografia di apertura della campagna elettorale di Pier Luigi Bersani che ha scelto casa sua per cominciare la sfida che lo accompagnerà alle primarie del prossimo 25 novembre. I sostenitori mostrano un lenzuolo bianco: “Noi aggiustiamo, non rottamiamo” e il messaggio è chiaro fin dall’inizio: “Io non ho paura, – dice fermo e deciso il segretario Pd, – A Matteo Renzi non ci sto neanche pensando, è venuto il momento di ricucire i rapporti con la gente, i cittadini in questo difficile momento”. Ai camper, a Twitter e a Facebook, alla campagna elettorale in stile americano il segretario risponde con il suo paese, quello stesso dove fece il suo primo comizio. “Non so mica se gli è convenuta questa cosa qui”, aveva detto ai microfoni de Il Fatto QuotidianoSergio, il cugino meccanico. Un arrivo tra gli applausi e poi strette di mano, fotografie di un tempo sulle quali i passanti reclamano una firma e pure qualche carezza. E se ora tutto sembra facile, là dove il segretario è partito non è sempre stato così, in un paese di democristiani dove era chiamato a gran titoli sui giornali “la pecora rossa”.

Il primo saluto dopo l’omaggio alla pompa di benzina che dice Bersani, “la vedete grande ora ma non era così, una cosa diversa”, va ai rappresentanti dei sindacati di un tempo. E la domanda è spontanea, meglio come benzinaio o come politico: “Come benzinaio me la sono sempre cavata bene, al primo incontro con i sindacati l’ho detto: adesso facciamo un giro del tavolo e vediamo chi è stato l’ultimo qui ad aver dato via la benzina”.

“Mio zio, – continua Bersani, – si occupava dell’officina, mio padre della pompa e le mogli a fine settimana si mettevano a fare i conti. A proposito di fiducia. Quello era un vero modello di collaborazione da riproporre.” Ed è tutto un ricordo nostalgico, in onore di vecchi tempi andati e di una riscoperta delle origini che dice Bersani, è ora quanto mai necessaria. “Se vogliamo che dalle foglie nuove cresca qualcosa, bisogna che andiamo alle radici. Queste storie ci dicono che cosa vuol dire darsi da fare, fare le cose per bene, essere onesti. Non è questione di giovani o vecchi, dobbiamo rimboccarci le maniche altrimenti non ne veniamo mica fuori”.

C’è la folla delle migliori occasioni ad attendere il segretario del Partito Democratico che ha voluto la domenica mattina, poco dopo la messa delle 10, per presentare il suo programma elettorale. Così tanta gente a Bettola era tanto che non la si vedeva e per sostenere il segretario ci sono proprio tutti, dai vecchi amici ai sostenitori venuti dall’Emilia (che mai come qui sembra così lontana)con i pullman della mattina presto fino ai giornalisti. Ed è un rituale di paese che forse proprio lo stesso Bersani voleva cercare, in una sagra dell’intimo che è una guerra ad armi impari alle americanate di Matteo Renzi. Davanti alla casa natia, ci sono i vicini, gli amici e i passanti e sembra la casa dello sposo poco prima di essere accompagnato all’altare. C’è curiosità, ma anche affetto, e forse quella rassicurazione di cui il segretario ha bisogno in un clima elettorale che si preannuncia tutt’altro che facile.

Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, il politico uomo che ammette gli errori e che furbo e lesto fa comizi sul palco è il grande nemico che fin dall’inizio si cerca di nominare il meno possibile. E mentre l’avversario già conquista i primi successi nei sondaggi e tra gli elettori, Bersani corre ai ripari cercando i suoi compaesani per mostrare che, anche lui, se vuole, può essere il politico della gente. “Io di favole non ne racconterò”, dice dal palco il segretario Bersani e sembra parlare ai rottamatori e ai tanti movimenti politici, da Beppe Grillo a Nichi Vendola fino a Matteo Renzi che invocano la società civile. – Alla politica tocca lo sforzo di rendere credibile un’idea di cambiamento. Quindi la promessa che faccio è un impegno di cambiamento di una persona che sa come si può fare il cambiamento. Un programma di riforme non si può fare se non si ricostruisce un rapporto sentimentale tra la politica e i sentimenti, a partire da adesso e non dopo. E il senso profondo della nostra scelta: idea di provare a rompere questo muro, dare l’idea della politica che prende i suoi rischi. È anche la mia scelta, di volere queste primarie aperte, dentro delle regole, perché “regole” è una buona parola”. Il segretario del Partito Democratico ammette i limiti e tende la mano al mondo dell’associazionismo che dice, vuole saper ascoltare nella sua lunga campagna elettorale. – Abbiamo chiamato le associazioni e sono venuti in duecento. E quel giorno lì è venuto fuori un bagno di realtà. La politica deve dire che non fa da sola. C’è tanta brava gente che dà una mano e questa gente deve sentirsi responsabilizzata, protagonista”.

È un paese in grave crisi economica quello fotografato da Pierluigi Bersani, ma dove soprattutto la destra è la grande assente: “Siamo di fronte ad una crisi terribile: l’Italia non avrebbe dovuto essere in un punto così. Non dimentichiamo che, sembra un secolo, ma solo un anno fa c’era Berlusconi. Non ce l’abbiamo fatta da soli, ma siamo stati determinanti per mandarlo a casa. Ora la destra è scomparsa”. E a proposito del governo Monti dice: “Noi abbiamo sostenuto e lo sosteniamo questo governo anche davanti a scelte che non condividiamo perché non abbiamo la maggioranza in questo parlamento, e a volte dobbiamo ingoiare qualche boccone amaro. Però abbiamo promesso lealtà. E stia tranquillo Casini, che nella carta di intenti c’è anche Monti, leggete bene che c’è”.

Ed è il coraggio che ha dato la capacità al segretario di andare avanti, dal primo giorno in politica fino ad oggi, nel suo primo bagno di folla da candidato: “In questa piazza feci il mio primo comizio e c’erano quattro gatti. E il problema era poi tornare a casa, dopo aver detto cose diverse da quelle che si dicevano in paese. Io ci ho messo coraggio e mi piacerebbe che i tanti giovani qui ci mettessero un po’ di avventura”. Il coraggio dell’Italia è il messaggio di Bersani e quello che segnerà la sua campagna elettorale, da Bettola in tutto il paese.

Legge elettorale, in commissione ok al testo Pdl che prevede le preferenze

Al Senato approvata la proposta di Malan con i voti di tutto il centrodestra, Udc e Fli comprese. No di Pd e Idv. Previsto un premio di maggioranza alla coalizione del 12,5%. Cesa: “Buona legge”. Chiti: “La Grecia è più vicina”. Calderoli soddisfatto
 

La commissione Affari costituzionali del Senato ha adottato come testo base per la riforma della legge elettorale la proposta del Pdl a firma Lucio Malan. A favore hanno votato in 16: Pdl, Udc, Fli, Mpa, Lega e Cn. No da Idv, Pd e dal presidente della commissione Carlo Vizzini (che era stato eletto nel centrodestra e da tempo è passato al Psi di Nencini e che da giorni sottolinea il problema legato alle preferenze anche dopo gli scandali degli ultimi giorni).

Il testo contiene le preferenze e un premio del 12,5% alla coalizione. Si prospetta un esame sprint sulla riforma. Il termine per gli emendamenti è stato, infatti, fissato a mercoledì sera alle 18. Per quanto riguarda i tempi d’esame il presidente Vizzini sottolinea: “Sentirò i capigruppo perché credo che a noi una settimana basti, ma qualcuno mi fa notare che ci sono le elezioni in Sicilia e quindi vedremo”. Un percorso con l’acceleratore abbassato, come conferma il presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani: “Farò di tutto perché entro fine mese questo testo possa approdare in Aula”. ”Oggi in Senato si è fatto un grosso passo avanti sulla nuova legge elettorale, l’adozione del testo base costituisce una svolta – aggiunge – Confido adesso nella collaborazione tra i gruppi e i partiti per il massimo della convergenza, che già sui 2/3 del testo si è realizzata”.

E’ “positivo” che sia stato approvato un testo base che “recupera il rapporto eletto elettore – prosegue Vizzini – Penso però sia passato il metodo certamente più difficile da governare sul piano etico” e se questo dovesse essere il testo finale bisognerà prendere degli accorgimenti in questo senso. Questo, ha aggiunto, “perché rischiamo di importare un virus che è infettivo perché il virus che stiamo importando è quello delle preferenze”.

Ne trae un’interpretazione politica Arturo Parisi, da tempo in polemica con il suo partito, il Pd: “Il pericoloso ritorno alle preferenze si prospetta come la prevedibile sconfitta inferta a Bersani dal suo principale alleato Casini a seguito di divergenze da sempre note. Ma il ritorno ad un impianto proporzionale e la difesa di una parte eccessiva di parlamentari nominati – la parte invece che nei due testi oggi esaminati dal Senato era comune – corrisponde invece all’obiettivo tenacemente perseguito nel tempo dal gruppo dirigente del Pd con l’aiuto di Casini e Berlusconi”.

“Il Pd – spiega più tardi la capogruppo in Senato Anna Finocchiaro – ha votato contro questo testo perché, pur essendo simile a quello che abbiamo presentato noi, prevede come strumento per scegliere gli eletti le preferenze. Io penso che la cronaca di queste settimane e di queste ore ci consegna una nuova questione morale”. Ancora più chiaro il vicepresidente del Senato Vannino Chiti (Pd): “E’ ancora peggiore di quanto temevamo. Aldilà dei proclami dei mesi scorsi, questa legge avvicina il nostro Paese alla precarietà della Grecia, non alla stabilità delle altre grandi democrazie europee”. E l’autore del Porcellum, Roberto Calderoli, conferma: “In effetti è simile al sistema greco”. Per l’ex ministro leghista è l’unica parte da rivedere di una legge che però lui ha votato: “Perché era simile a una delle mie proposte”.

Così si rifanno sentire i 40 parlamentari del Pdl che avevano detto no alle preferenze: “Spiace che il testo base sulla riforma elettorale approvato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato preveda il ripristino delle preferenze, vero e proprio male della politica – dice Enrico La Loggia, uno dei primi firmatari – Mi auguro che durante il dibattito in Aula si mediti meglio sulla questione, fino a rivederla”.

La legge così fatta piace invece al segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa: “La legge approvata è un buon compromesso e tale deve essere considerato da tutti, destra e sinistra. Il Pd ha chiesto il premio alla coalizione e noi ci siamo fatti carico di questa scelta, che pure non condividevamo. Ci sono le preferenze, che consentono agli elettori di scegliersi i parlamentari: a chi le critica vorrei ricordare che i banditi che comprano voti possono farlo sia col sistema delle preferenze che con i collegi uninominali”.

Vendola vs Renzi: “Subalterno a liberismo”. La replica: “Faccio cose di sinistra, lui parla”

“Rottamare la subalternità culturale di certa sinistra al modello liberista che sta scorticando l’Europa”. Il leader di Sel e presidente della Regione Puglia, che sfida Bersani e Renzi alle primarie del centrosinistra, infiamma subito la battaglia ma chiarisce: “Ho costruito il mio cammino con molti dei protagonisti dell’attuale Partito democratico”

Nichi Vendola parte all’attacco nella sua campagna per le primarie del centrosinistra. Matteo Renzi? Da rottamare anche lui per “l’atteggiamento di subalternità alla cultura del liberismo”. Il leader di Sel ha commentato così, durante un’intervista aSkyTg24, i “modelli culturali a cui aderisce” il suo sfidante. “Rottamare la subalternità culturale di certa sinistra al modello liberista che sta scorticando l’Europa. Quando parlo dei mercati – ha aggiunto –  non intendo una prospettiva di abrogazione. Non sto inseguendo una nuvola ideologica, sto dicendo che la vita delle persone, le organizzazioni sociali e  la politica dovrebbero regolamentare i mercati. Quello che non è possibile è che i mercati pretendano di regolamentare l’attività del Parlamento, la vita delle persone”.

Per Vendola con “la crisi i mercati ordinano che a pagare siano quelli del ceto medio, il popolo delle partite Iva che deve andare a morire ammazzato, i lavoratori che devono impoverirsi. Invece il mondo delle banche, degli hedge fund, della finanza taroccata deve essere difeso, perché così ha detto il mercato. Ma chi è il mercato?”. Il governatore Puglia ha aggiunto: “Le grandi banche con i soldi del contribuente trasferiti dalla Bce si arricchiscono e non provano a salvare il tessuto delle piccole imprese e le famiglie che hanno bisogno come dell’ossigeno di un prestito. Abbiamo bisogno di mettere al centro di chi stabilisce le regole del gioco gli interessi del mondo del lavoro e delle giovani generazioni”.

Il presidente della Regione Puglia ha parlato anche dei suoi avversari: “Ho costruito il mio cammino con molti dei protagonisti dell’attuale Partito democratico”, ”tanto Bersani quanto Renzi oggi sono miei competitori ma spero che la competizione non scalfisca i rapporti umani e non precipiti nella violenza verbale. Io ho costruito un pezzo del mio cammino con alcuni dei protagonisti del Pd – ha sottolineato – e in alcuni casi li ho contrastati. Ma non tanto per l’età quanto per le posizioni politiche”.

Sulle spese per la campagna delle primarie, Vendola ha chiarito: per la manifestazione di lancio a Ercolano “abbiamo speso 8mila euro. La mia campagna si avvicinerà al costo di zero euro. Non abbiamo l’appoggio degli investitori privati, ci reggiamo soltanto sul volontariato”. E sulla moralizzazione della politica a partire dalla riduzione degli emolumenti: “Quest’anno ho ridotto il mio stipendi di altri 50 mila euro. Ci voleva un segno di assoluta sobrietà, perché chi fa politica deve sentire il dolore del paese. Non è un modo strumentale di affrontare la questione e mi pare di avere molti critici e pochi emulatori”. E su Casini e commenti a possibili alleanze ha replicato: “Beh, l’Udc in Puglia sta all’opposizione ma spesso vota a favore dei nostri provvedimenti, come capita anche al Pdl. E’ che io, il più estremista dei governatori, governo in un clima di dialogo e di comprensione basato su una larga concertazione e sul confronto con l’opposizione”.

LA REAZIONE DI RENZI – Il sindaco di Firenze risponde da Matera alle critiche di Vendola: “Io le cose di sinistra non le dico, le ho fatte. Sono il primo sindaco di una grande città che ha avuto la forza di fare il piano strutturale a volume zero, cioè senza consumo di suolo; mi sono messo contro gli interessi e ho difeso l’ambiente; sono il primo sindaco di Firenze ad avere messo in giunta più donne che uomini; ho investito sul welfare mentre tutti stavano tagliando; ho ridotto l’addizionale Irpef per quelli che La Pira chiamava povera gente, ho investito sull’innovazione tecnologica per allargare la partecipazione. C’è chi ha bisogno di dire cose di sinistra per rifarsi una verginità – ha concluso – io le ho fatte. Io voglio una sinistra che vinca, invece troppo spesso in Parlamento c’è una sinistra che si accontenta di partecipare”.

“Vedo che dopo la serenità di ieri qualche candidato alle primarie immagina di alimentare la polemica attaccando gli altri – scrive poi su facebook – In modo gratuito peraltro. Va bene così. Ognuno risponde per se stesso. Io non parlo male degli altri, noi vogliamo parlare bene dell’Italia. Per cui invito tutti i miei amici a non cadere nelle provocazioni. Siamo pronti a confrontarci sulle idee ovunque. Ma agli attacchi gratuiti rispondiamo con l’arma più bella, il sorriso”.

Qui sotto è riportato il manifesto a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani alle Primarie  per la premiership dell’alleanza tra i democratici e i progressisti  firmata da molti Amministratori Locali del nostro Partito.

MANIFESTO

L’Italia attraversa la crisi economica e sociale più dura degli ultimi vent’anni. Non da sola, certamente, visto che essa investe il continente europeo nella sua globalità. E’ una crisi che ha caratteri distintivi gravi che accomunano tutti gli Stati in Europa.

Il nostro Paese fino a qualche mese fa era a un passo dal precipizio dove l’avevano trascinato i governi della destra. La nascita del Governo Monti è servita, intanto, a ridare all’Italia quella credibilità che aveva perduto e a evitarle il destino della Grecia.

Tuttavia i problemi rimangono anzi si sono aggravati con l’aumento della tassazione, i tagli, la perdita del lavoro per tanti italiani e la crisi che attanaglia le imprese. Inoltre la crescente delegittimazione dei partiti e della politica sostenuta e alimentata da una campagna di informazione che contrappone la “gente comune” alle “elites” dei partiti e delle istituzioni rende più pesante la crisi sociale e rischia di colpire la stessa unità nazionale riportando tutti a uno sterile “localismo”.

Siamo al cospetto di questioni irriducibili che richiedono di essere guardate in profondità e affrontate con la convinzione che l’impresa che andiamo ad affrontare richiede un passo saldo e determinato e un nuovo patto democratico per la ricostruzione e il cambiamento del Paese.

La difficoltà crescente di trovare soluzioni concrete coinvolge direttamente noi Sindaci che viviamo con angoscia questa fase perché abbiamo la percezione che la soluzione, se la si vuole trovare, sta nel ricreare una sana gerarchia dei valori e delle cose e che la montante ondata populista può solo aggravare la disillusione dei cittadini in quanto non può dare soluzioni.

A causa della forte criticità in cui versa la finanza locale, non riusciamo a dare risposte alla cittadinanza. Spesso ci sentiamo impotenti nella battaglia per portare in sicurezza le città che amministriamo, per dare risposte concrete alla domanda di lavoro, per impegnare i migliori talenti per la rinascita dei nostri territori.

I nostri Comuni hanno bisogno di qualche margine per affrontare la crescente recessione che già morde la qualità di vita della gente e senza questo non è possibile ricreare quel sentimento collettivo di fiducia che è carburante essenziale per uscire dalla crisi.

L’Italia ce la può fare ma serve una sintesi alta tra la dimensione territoriale e la sfera globale. Ce la possiamo fare se la politica nazionale assume il valore locale come fondante della sua riscossa e se con umiltà si accetta che spesso quello che accade a livello locale è importante perché assume carattere di valenza complessiva.

Sappiamo bene che nessuno può salvarsi da solo e che è tempo che nasca la stagione del merito e dell’onestà. Sappiamo bene che il processo che siamo determinati ad attivare richiederà tempi che non saranno brevi perché è profonda la frattura che si è aperta tra la politica e i cittadini.

Sappiamo anche che senza la politica e i partiti questa distanza non potrà essere colmata. Sappiamo che per sanare il Paese occorre una buona politica e il PD ha una buona politica. La Carta di intenti che Bersani ci propone di costruire arricchirà la proposta che il PD farà al Paese. Ci sentiamo coinvolti in questo percorso e vogliamo contribuire ad arricchirlo.

Per questo convintamente sosteniamo la candidatura di Pierluigi Bersani alle primarie per la premiership dell’alleanza tra i democratici e i progressisti di cui ha bisogno il Paese.

Costruiamo insieme, quindi, la strada della rinascita per dare un futuro all’Italia e per poter dire ai nostri figli che un altro futuro è possibile.

Rai: lettera Bersani alle associazioni:
“voteremo i candidati della società civile”

“Qualora le Vostre Associazioni ritenessero di indicare due candidature per il CdA noi siamo pronti a sostenerle per garantire comunque, nella transizione ad una nuova governance dell’Azienda, la voce di liberi protagonisti della società civile”. Con queste parole il Segretario nazionale del Pd Pier Luigi Bersani si rivolge in una lettera inviata questo pomeriggio a quattro associazioni: Se non ora quando, Libertà e Giustizia, Libera e Comitato per la libertà e il diritto all’informazione che comprende diverse organizzazioni del settore tra cui Articolo21.

“La Rai – continua Bersani nella lettera – vive il momento più drammatico della sua storia: umiliata da chi l’ha asservita ai capricci della destra, incapace di competere, priva di un chiaro indirizzo industriale. Non è solo un problema di autonomia dell’informazione o di scarso pluralismo, oggi il male è ben più profondo.
Le decisioni che dovrebbero essere guidate da valutazioni esclusivamente aziendali vengono prese sempre più fuori dall’Azienda. Anni di lottizzazione hanno cambiato la RAI, finendo per inaridire la capacità innovativa della più grande industria culturale del Paese. Il tutto mentre migliaia di lavoratori e lavoratrici ogni giorno con professionalità e passione si impegnano per un’azienda che amano, come la amano gli italiani. Gli ascolti calano, la raccolta pubblicitaria fatica, l’innovazione tecnologica è bloccata, le prospettive industriali sono nel buio: questa oggi è la Rai. Davvero dobbiamo rassegnarci a un triste declino? Io credo di no; d’altra parte, se qualcosa di buono è venuto da questi mesi terribili, è la conferma che sono in tantissimi a non volerlo fare.

Le manifestazioni che hanno denunciato e contrastato i momenti più drammatici dell’occupazione politica, l’impegno di intellettuali e uomini di cultura, la voglia di non arrendersi di chi dall’Azienda è stato emarginato o peggio allontanato sono la dimostrazione che si può invertire la rotta. E che si può immaginare una RAI diversa, che torni a essere un asset per il Paese. Per questo abbiamo voluto esprimere una posizione forte, rompendo unilateralmente il rito della lottizzazione.

Altro che Aventino! A isolarsi – sottolinea il leader del Pd – sono quelli che ancora oggi pensano di continuare come se niente fosse a distruggere il servizio pubblico. Abbiamo proposto una riforma minima, in attesa di affrontarne una più complessiva nella prossima legislatura. Abbiamo chiesto di ritoccare la legge Gasparri modificando la governance dell’Azienda, dandole un amministratore delegato con i poteri di dirigerla veramente, di cambiarla, di impostare una strategia industriale degna di questo nome.

Con tutte le sue peculiarità, la Rai è un’azienda e come un’azienda può e deve funzionare. La destra con i suoi irresponsabili veti ha impedito ogni intervento, per questo abbiamo deciso di non nominare alcun nostro rappresentante nel CdA. Il meccanismo con cui funziona l’Azienda impedirebbe anche ai più liberi e qualificati di amministrarla sul serio. Se vi scrivo è perché questa battaglia l’abbiamo fatta anche per dare una risposta concreta alla richiesta che in tante occasioni ci avete ripetuto: “i partiti fuori dalla Rai”. Noi oggi lo facciamo davvero. Nella prossima legislatura metteremo mano a una riforma che farà rinascere l’Azienda, aprendola anche al contributo di chi, come Voi, ha dimostrato di amarla molto più di parecchi di quelli che l’hanno amministrata in questi anni. Lunedì scade il tempo per la presentazione delle candidature per il CdA. Noi non ne presenteremo. A fronte di questa nostra posizione – più volte ribadita – la destra rifiuta ogni discussione, ogni riflessione e intende procedere. Qualora le Vostre Associazioni ritenessero di indicare due candidature per il CdA noi siamo pronti a sostenerle per garantire comunque, nella transizione ad una nuova governance dell’Azienda, la voce di liberi protagonisti della società civile.”

Le associazioni alle quali si è rivolto Pierluigi Bersani decideranno se e come raccogliere l’invito del segretario Pd ad indicare delle candidature autonome per il prossimo cda Rai. Sarebbe tuttavia sbagliato soprattutto da parte chi come noi ha criticato il metodo usato per le Autorità non cogliere la novità della proposta e il tentativo di andare sostanzialmente oltre la legge Gasparri e oltre i metodi del passato. Al di là di qualsiasi altra valutazione ci sembra comunque una novità importante da non lasciar cadere per pigrizia o per timore. Articolo21 ovviamente si atterrà alle decisioni che saranno assunte insieme da tutte le associazioni alle quali Bersani si è rivolto (Giuseppe Giulietti, Federico Orlando, Tommaso Fulfaro).

egna stampa pd

Crisi, Fassina: “Rivedere percorsi di riduzione debiti pubblici”

di Stefano Fassina

E’ incomprensibile l’ostinazione autolesionistica della cancelliera Merkel. L’accordo raggiunto nel luglio del 2011 al vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue, prevede la possibilità di utilizzare i prestiti del fondo salva-Stati anche per il sostegno delle banche in difficoltà. Ormai, dovrebbe essere chiaro a tutti che i percorsi di riduzione dei debiti pubblici definiti nell’area Euro sono irrealistici.
Gli obiettivi sono irrangiungibili a causa della recessione provocata da manovre di finanza pubblica eccessive e quindi autodistruttive.
Gli appelli alla crescita sotto i vincoli di finanzia pubblica oggi vigenti nell’area Euro sono retorici e senza prospettive. E’ necessario e urgente ridefinire collegialmente i percorsi di riduzione del debito. Altrimenti, oltre a peggiorare le condizioni di finanza pubblica, si continua a distruggere l’economia reale, ossia imprese e occupazione. Una spirale soffocante per l’economia, l’europeismo e la democrazia.

Rassegna stampa PD

Di Matteo Orfini

In Europa il Pd con i progressisti, dov’è il problema?

L’europa e gli attuali gruppi dirigenti europei. Due aspetti distinti del problema crisi

A dar retta ad alcuni illustri commentatori e a importanti esponenti del mio partito, c`è il rischio di farsi girare la testa. Da un lato si richiama giustamente il vincolo europeo, spiegando quanto la soluzione dei nostri problemi passi dal rafforzamento dell`Europa politica, unico strumento possibile di riequilibrio del rapporto tra sovranità democratica e potere economico.
Dall`altro lato, appena da questa premessa si traggono le inevitabili conseguenze, scattano enormi resistenze da parte di chi, avendo paura di misurarsi davvero col futuro, preferisce crogiolarsi in un passato che non c`è più piuttosto che abbandonare la rassicurante ambiguità del presente. Di fronte alla crisi drammatica che sta colpendo la zona euro, è evidente a tutti l`inadeguatezza della risposta dei gruppi dirigenti europei.

Gruppi dirigenti che sono espressione, ricordiamolo, della destra. Per questo noi tutti speriamo che a vincere siano Hollande in Francia, Miliband in Inghilterra, Gabriel in Germania: o la politica europea cambia radicalmente o sarà la catastrofe, come dimostra la gestione suicida della crisi greca, che sta avendo l`unico effetto di mettere in ginocchio quel paese.

Siamo tutti d`accordo, fin qui? O c`è tra noi qualcuno che approva il no agli Eurobond e il no a un diverso ruolo della Bce? O c`è davvero tra noi – nel Pd come in qualsiasi partito, giornale, corrente, spiffero progressista di questo paese qualcuno che se la senta di approvare quello che da due anni le autorità europee stanno facendo alla Grecia? Perché le cose sono due: o non siamo d`accordo nemmeno su questo, e allora abbiamo un problema molto più serio del nostro rapporto con l`Europa, oppure, almeno su questo, la pensiamo tutti allo stesso modo. E allora dovremo pur domandarci chi, tra le attuali forze politiche europee, la pensi come noi. Ma in tal caso la risposta è semplice, e senza possibilità di equivoci: il Pse.

In questo senso, dunque, la prospettiva del Pd non può che essere quella di un rafforzamento del rapporto col Pse. Certo, quel partito deve cambiare, aprendosi ad altre forze e culture, come in parte sta già facendo. Ma in Europa altro non c`è, e quell`evoluzione, comunque, dipende anche da noi, che del campo di forze progressiste non siamo certo piccola parte. Per quale motivo non se ne dovrebbe nemmeno discutere? Si obietta che questo ragionamento snaturerebbe il Pd, escludendo il mondo cattolico.

E perché mai? Per quale ragione battersi per ridurre le diseguaglianze e trovare la via di uno sviluppo più equilibrato e più giusto escluderebbe i cattolici? Perché di questo si discute in Europa e per questo i socialisti propongono misure come la tassazione sulle transazioni finanziare, l`istituzione degli eurobond, l`inserimento di nuove regole che imbriglino gli eccessi della finanza. Gli altri stanno con Merkel e Sarkozy. E con Berlusconi. Mentre sono proprio le massime autorità della Chiesa a esprimersi con parole ben più dure sull`ormai inaccettabile squilibrio tra capitale e lavoro.
A volte sembra che le polemiche nascano più dalla preoccupazione di un ceto politico che reclama il monopolio nell`interlocuzione col mondo cattolico che da questioni di merito. Ma, almeno per quel che mi riguarda, anche in questo caso credo che la liberalizzazione sia più efficace del monopolio.

Quanto all`obiezione secondo cui si tratterebbe di uno spostamento a sinistra del Pd, non stupisce che a muoverla sia chi predica come soluzione innovativa alla malattia europea proprio quelle ricette che la malattia hanno prodotto. Dimenticando, tra l`altro, che gli anni 90 sono finiti. Non possiamo spacciare per nuovo quello che era nuovo, a essere generosi, oltre venti anni fa. Di terza via non parla più nessuno nemmeno in Gran Bretgana, dove è anzi il Financial Times a interrogarsi, semmai, sul “capitalismo in crisi”.
Certo, molti sono ancora affezionati a quell`impianto teorico, e infatti è di questo che discutiamo, anche nel Pd. Ma la divisione, allora, non è tra laico-socialisti e cattolico-liberali.

Per due anni alcuni di noi hanno detto crescita quando altri dicevano tagli di bilancio, lavoro invece che riduzione dei diritti, politiche industriali piuttosto che arretramento dello stato. Tanto nelle questioni economico-sociali quanto in quelle istituzionali, per riprendere le parole di Massimo Luciani sull`Unità, questa è per noi la lezione della Costituzione.

Ed è qui, nella carta del `48, che sta la più profonda, indistruttibile radice politico-culturale del patto su cui si fonda il Partito democratico.

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