Odio di genere e tutela dei diritti

imagesIn questi giorni e in queste settimane il tema principale non è più la politica ma l’odio di genere, rappresentato attraverso la fioritura del lemma “femminicidio”. Secondo Wikipedia “Il termine femminicidio, o femicidio, si riferisce alle violenze che vengono perpetrate dagli uomini ai danni delle donne in quanto tali, ossia in quanto appartenenti al genere femminile. Il femminicidio comprende inoltre tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere”. Ed ancora, ci viene ricordato come “Il termine è stato utilizzato dalla criminologa Diana Russell nel 1992, nel libro scritto insieme a Jill Radford Femicide: The Politics of woman killing. La Russell identificò nel femmicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l’esito di pratiche misogine”. Ed infine che “Un anno dopo, nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde utilizza il termine femminicidio per comprendere: «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Se riconosciamo l’originaria valenza al femminicidio comprendiamo che parte essenziale di esso è l’odio verso il genere femminile, la misoginia spinta a estreme conseguenze. Un grave atto (l’odio verso un genere) che merita di essere tradotto in reato.

La semantica è però una scienza seria e in un Paese in cui, come denunciato più volte, le parole non corrispondono mai né al reale significato né tantomeno vengono tradotte in azione, occorre adoperarle con estrema attenzione e senso di responsabilità, poiché diversamente possono provocare reazioni diffuse, distorte o infondate.

La cronaca ci riporta spesso (anche) casi di donne uccise in modo violento e spesso per mano maschile. Il fenomeno è grave e merita attenzione. Nella specie però oramai si adopera solo il lemma “femminicidio”. Esiste però una violenza contro un genere (quello femminile) spinto dall’odio verso tale genere nel nostro Paese? La cronaca infatti ci riporta casi di violenza generata da motivi che non appaiono riconducibili all’odio di genere e alla misoginia ma alla violenza in famiglia, alla gelosia, alla possessività o ad altri motivi. Esiste dunque un serio e grave problema di rapporti tra essere umani, prima ancora che di genere e poi tra i generi e che investe dunque anche donne, gay, lesbiche, trans, uomini, persone indistintamente di qualunque etnia, cultura, idee politiche, religione. Una parte di tale violenza si manifesta nelle forme più virulente della misoginia (nonché della misandria) sino ai gesti più efferati, quali l’uccisione.

Il ministro Idem ha invocato un Osservatorio nazionale sulla violenza di genere. La proposta è ragionevole, a condizione che sia composto da persone preparate ed equilibrate, così da far emergere i reali numeri e da indicare le soluzioni, che non potranno essere certo solo repressive ma soprattutto preventive. Bisogna educare infatti tutti i generi, sin dalla tenera età, al rispetto reciproco, ad accettare le sconfitte, a dominare le pulsioni e gli istinti, alla parità, perché non esiste un genere più importante dell’altro.

Il Trattato di Amsterdam mira già a combattere le discriminazioni fondate su sesso, razza o origine etnica, religione, convinzioni personali, disabilità, età, orientamento sessuale. L’uccisione di una persona è già sanzionata dal codice Rocco. L’art. 575 (Omicidio) cod. pen. prevede che “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.”. Mi faccio sin d’ora promotore di una proposta di legge tesa ad aggiungere alle aggravanti di cui all’art. 61 (Circostanze aggravanti comuni) cod. pen., il n. 11 quinquies ”l’avere il colpevole commesso un delitto per motivi di odio di genere“.

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